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Ti presento Rossana

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù on 10 novembre 2010 at 11:00

Foto a colori di Piazza S. Marco illuminata di notteA Giovanni non dirò mai grazie abbastanza. O forse dovrebbe essere lui. Il fatto è controverso. Fui io a risparmiare a lui lo stesso mio calvario? A dar spazio a quella che è stata la sua vera grande storia d’amore. La sua con Diana. La donna che gli fa ancora da moglie e da madre. Non sarebbero mai andati d’accordo loro due. Non in quel modo. Oppure fu lui? Lui a introdurmi nella storia più bella della mia vita. Una storia breve, allora, ma intensa. Che poi si trasformò in dramma. In piccolo dramma. Come un giallo. Che avrebbe lasciato solo domande. Nemmeno sospetti. Solo dubbi. Ma fu lui a condannarmi ad un ricordo che non mi avrebbe lasciato mai. Alla malinconia. Al dolore. Ad una imprevista e interminabile attesa. Ma resta la mia gratitudine: in fondo allora me l’ha fatta conoscere. E tutto il dopo me lo sono voluto. Non può essere solo lui la causa. E poi oggi l’ho ritrovata. Quanti ricordi. E’ poi è meglio viverla una cosa simile. A qualunque prezzo. In quel momento si limitò a dirmi: “Vieni, ti presento una persona”.
Piazza san Marco. I ragazzi vanno su e giù. Si fa lo struscio. Noi, popolo di Venezia, diciamo che si va a fare le vasche. Si cammina lentamente. Ci si guarda. Ci si annusa. Ci si sceglie. E’ quella un’età che non si ripete. Credo che non ci sia posto più infido. Dove sono sbocciati altrettanti amori. Venezia è così. Ti entra dentro. Ti cambia. Ti detta le parole. E’ bello baciarsi in quel salotto. Ti culla. E’ lei ad abbracciarti. Ti da quel coraggio. Te la getta tra le braccia. E si limita a dirti: amala. Non devi fare altro. Mi infilo una sigaretta in bocca. Mi fa sentire più sfacciato. Più grande. Lo rincorro verso la torre dell’orologio. Ha fretta come se fosse in ritardo per un appuntamento. Come se dovesse cogliere il momento.
Foto in BN del 1967 di Rossana e Gabri Le noto da lontano. Così diverse. E’ alta. Slanciata. Fasciata nel suo cappottino. Stretto. Corto. Non troppo. C’è l’aria leggera dell’ottobre. Ha i capelli lunghi; diversamente dall’altra. E’ rossa. Del tipo che non passa inosservata. Anche se sta parlando senza muovere le mani. Vicino all’amica è ancora più bella. Sono tentato di andarmene. Di dire “Lascia stare”. Faccio caso a loro perché fanno cenno all’amico. Perché lo vedono mentre stiamo arrivando. E lo invitano a raggiungerle. Ma chi si crede di essere? Ha una bellezza di quelle bellezze consapevoli. Un po’ troppo sicura di sé. Un po’ altezzosa. Che non dona scampo. Ma di quelle che lascia distanti. Ma anche di quelle che mi rendono diffidente. E un po’ sgarbato. Ma da quale film esce? Come posso essere sempre così distratto?
Lei è Rossana. Lui è il mio caro amico Michele”. Allungo la mano. Stringo la sua. E’ fredda. Le sue dita mi circondano le mie. La mano è tozza. Ha una stretta sicura. Tutto è sicuro in lei. Cioè sembra sicura di sé. Avrei giurato. Poi… Erano bastati quei pochi metri. Un attimo. Il suo sorriso, da vicino, si trasforma, è dolce, spontaneo, amichevole. Gli occhi erano morbidi, e limpidi, e sinceri. Incapaci di nascondere alcunché. Quanto mi ero sbagliato. Non ci si dovrebbe mai accontentare della prima impressione. Soprattutto quando ti coglie di sorpresa. E da lontano. Da quel lontano sembrava un’altra. Solo la voce un po’ stonava. Era una voce di metallo. Senza suoni gradevoli. Un poco monocorde. Si stempera quella sua sicurezza. Si trasforma quando ride. Cioè quando non riesce a trattenere l’allegria e la gioventù. E’ certo promessa di grandi dolcezze. Com’era possibile che davanti a lei non esistesse più nessun altro? Penso abbia molte cose da raccontare. Giovanni si mostra soddisfatto di sé.
Sicuramente mi abbandonai ad una delle mie solite cialtronate. Qualcosa come “Sono io l’altra amerika”. “e la beat Generation”! oppure “Sì! merito il massimo.” o “non basta più solo la rivoluzione”. Quello che è sicuro è che mi mancarono le parole. Almeno all’inizio. E’ sempre così. Una grande confusione in testa. E quell’essere cialtrone come modo in cui mi posso nascondere. Per difendermi. Ma forse fu lo stesso Giovanni ad elogiarmi. A rompere ancora il silenzio. A dire qualcosa. Sicuramente a lui non sono mai mancate, le parole. Difficile entrare in questi piccoli dettagli. So solo che fu troppo semplice ritrovare il fiato e la parole. Che il dialogo si sturò naturale. L’età e il momento non mancavano di suggerire argomenti. Eppure era diverso. E forse cercai, insolitamente, di piacerle. E di compiacerle. E mi venne subito da prenderla sottobraccio. Naturalmente non lo feci. E scordavo anche ciò che avevo detto solo un attimo prima.
Io sono Gabri”. “Lei è la nostra Joan Baez, L’hai mai sentita cantare”. L’avevo già notata. Si trascinava sempre dietro la sua inseparabile chitarra. Con un passo che sembrava gravato da mille anni. Incuriosiva. Certo sempre in lotta per non passare inosservata. Non l’avevo mai nemmeno sentita parlare. Come potevo averla sentita cantare? E poi che senso aveva. Non aveva nulla che potesse destarmi la minima attrazione. “Lui è Michele, è un poeta”. Giovanni sembrava farsi bello di me. Soddisfatto. Mi sembrava di aver visto sugli occhi di quella Rossana una luce di curiosità. Mi sarebbe piaciuto trovare le parole per chiederglielo. Anche quelle poche mi parevano difficili.
Eravamo rimasti lì come immobili. Fotografati in una posa studiata. “Facciamo due passi”? Si può dire qualcosa di più sciocco? E inutile? Si è sempre così stupidi a quell’età. Io non facevo certo eccezione. Non lo faccio nemmeno ora. Anzi, ne ero il re. Mi impegnavo a fondo. Avrei continuato a farlo. Ma lei sembrava scesa fresca fresca da una favola. Facemmo per incamminarci in direzioni opposte. Noi verso dove sembravano essere dirette. Loro verso il lato da cui le avevamo raggiunte. Lei lasciò già un primo sguardo all’orologio. Cercammo tutti e quattro delle biascicate e imbarazzate scuse. Delle giustificazioni. Scoppiamo a ridere.
Incrociamo Diana e Vera. Come per caso. In fondo si va per quello. Le ragazze si conoscevano tra loro. Prima o poi sembra destino ci si conosca tutti. In fondo è una piccola città. Ma tutto il mondo non è altro che una piccola città. Sei ragazzo e credi che i momenti e le occasioni possano non finire mai. Un saluto veloce. Gli occhi delle altre due sembrano curiosi. Giovanni fa il gesto di chiamarle. Si pente subito. La mia mente lo ringrazia. Ho bisogno di un attimo per riflettere. Di capire quella sua voce. Perché mi sembra impaziente. E infatti i due mori indiscreti  batterono le ore.
Naturalmente ero capitato dal lato di Gabri. Ha una voce roca. Ero ancora completamente distratto. Naturale fossi curioso di lei. Pregavo il vento di accarezzarle i capelli. Era così bello vederli muoversi morbidamente al respiro della sera. Mi scoprii a ragionare come non avevo mai fatto. A sragionare. Ed era solo l’inizio. La vedevo allora per la prima volta. Ero curioso di lei. Più alta di quanto in realtà fosse. E lo era. E non riuscivo a distrarmi dai suoi occhi. Da quel viso. Anche se cercavo di scuotermi dal torpore. Non facevo nessuna fatica a ricordare il suo nome: Rossana.
Lui mi sussurrò all’orecchio: “Solo tu la puoi convincere a venire”. Siamo tutti ragazzi. Solo ragazzi. Ma non tutti ragazzi allo stesso modo. Ragazzi in cerca di se stessi. Ragazzi in viaggio. Nel grande viaggio. Chi sicuro, chi incerto. Forse invidio Giovanni. Per la sua facilità. Perché non si fa problemi. Non si fa scrupoli. Grida le sue cose. Non gli importa di chi lo può ascoltare. Di essere sentito. Dovrei capire che la guarda in modo diverso? Forse l’età ti fa ancora più distratto. E poi non ho tempo. Non capisco nemmeno i miei occhi. C’è qualcosa di particolare nell’aria.
Dovevo ancora cominciare a vivere. Doveva ancora cominciare a vivere. Sembrava potesse spiegarmi molte cose. Sembrava curiosa. E curiosa anche di me. In quei momenti non pensi alle conseguenze. Non ti poni troppi problemi. Improvvisamente sentivo di stare bene. Che non ero più stanco. Che era piacevole anche quel noioso continuare ad andare su e giù. Attraversando la piazza. Guardando il volto di amici e di sconosciuti. Abbandonando un saluto qua e là. Mi sentivo osservato. Invidiato. Certo mi sbagliavo. Mi sembrava dovessero guardarmi. Guardare lei. Mi sembrava impossibile che qualcuno riuscisse a governare i propri occhi. A vincere la resistenza. A Non sentirsi costretto ad ammirarla. Non faceva nulla. Non aveva nessuna vanità. Era naturale. Semplicemente naturale. Solo non poteva passare inosservata. E cominciava proprio a piacermi la sua compagnia.
Stavo bene. “Dove abiti”? “Vicino al campiello Mosca”. “Dove”? “Vicino ai Frari. A San Rocco. Hai presente”? Certo che conosco Venezia. Proprio dalle parti mie. E non è che la verità. Ancora una volta mi chiedo: come ho fatto a non vederti prima? Non so che dirle. Non so di cosa sono contento. Anche di quella cosa stupida. Anche delle cose stupide. Potrei chiederle di accompagnarla. “Venite spesso”? “Qualche volta”. Ci si viene per incontrarci. Non tutte le sere sono uguali. Alcune sono più diverse. A volte non se ne ha voglia. Capita anche a me. A volte devi stare a casa. A volte hai o trovi altro da fare. E’ sempre così. Niente è mai uguale a prima. “Ci vediamo domani”?
Giovanni? Lui avrebbe voluto essere al posto mio. Giovanni sta già fissando l’ora e il posto preciso. Non so cosa direbbe oggi. O forse semplicemente preferisco non saperlo. E lo invito a smettere di ripeterlo. Aveva amato; ora basta. Ancora oggi, a pensarci, mi sembra di tornare ad entrare in un diario di un adolescente. Solo che allora lo ero. Solo che allora… Fammi posto nei tuoi pensieri.

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  1. Galeotto fu Giovanni. E non smette ancora di farsi orgoglioso e bello di quel suo gesto sconsiderato 🙂 presentare il suo migliore amico alla donna di cui era innamorato, è sempre una pazzia non trovi?
    Che bei tempi se ci penso li vedo illuminati dalla luce di un sole limpido e fulgente. Sai i tramonti di questas città? Ecco dei ragazzi bellissimi e sognatori nella luce di un sole al tramonto. Forse, nella realtà, era sera e faceva pure freddo, ma per me quel sole scalda ancora ed illumina ancora il brve tempo della mia giovinezza…

  2. Non ci sono due storie uguali. Solo a voilte è una pazzia. Dipende dall’amico, questo e quello. Posso immaginare i tramonti di questa città. Persino le sue ombre, le sue notti, le sue nebbie, le mattine, etc. Certo posso ricordare quei ragazzi. Sì, erano bellissimi e sognatori. Ma credimi, il mio ricordo è preciso. Fossi mai stato saggio avrei dovuto desiderare di liberarmene. Invece… ricordo più di quanto potrei. 🙂

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