rossaurashani

Figli di madri

In La leggerezza della gioventù on 25 ottobre 2010 at 1:27

Stavo cercando di chiarirmi le idee. Tentavo di rispondere a due amiche: Martina e Ifigenia intrufoladomi nella chiosa degli amici che hanno lasciato loro dei commenti. Stavo tentando di essere essenziale ed anche razionale, per quanto non lo sono stata poi in pratica nella mia vita. Eppure non per questo mi sento di dover rinunciare a mettere un po’ d’ordine anche nei pensieri… non ci si deve ritirare e nascondere dietro il paravento del proprio presunto successo. Nessuno sa di più degli altri, nessuno conosce il modo per uscirne indenne.
Io sono arrivata qui in un viaggio doloroso. Niente che non mi sia voluta, però. Sapevo che, ogni gesto che ho fatto, ogni sentiero percorso, non era altro che il frutto del destino che mi ero scelta. Ma in questo percorso ho portato con me anche un figlio, ho scelto per lui una modalità di vita che probabilmente non si sarebbe scelto,  o forse anche sì. Chi lo può sapere?
Le scelte, sia per casualità che per volontà, alla fine mi hanno fatto crescere un figlio indipendente, sereno, affettuoso e partecipativo. Generoso nei sentimenti e pronto a pagare gli inevitabili costi della vita, di tasca propria. Ho lottato e faticato per questo. Molto spesso ho anche disperato. Ho rischiato e ho investito tutto quello che avevo e per fortuna ho vinto. Nessun premio speciale certo.  Ho solo ottenuto quello che sognavo di ottenere: crescere un uomo giusto.
Chiaramente il rischio è stato grande, avrei potuto perdere tutto. Ancora negli anni ’80 non era da tutti far nascere e crescere un figlio senza padre. Perseguire l’orgoglio di bastare da sola. Preferire le lunghe notti insonni percorse dai dubbi, al sonno falso delle illusioni alternative che il nostro essere donne ci ha da sempre suggerito. Ma cosa è giusto fare per amore dei figli? Rinunciare a tutto per la loro felicità? Ma qual è la felicità che dobbiamo ai nostri figli? Fino a dove arrivare ad assecondare i loro bisogni e il loro innato egoismo? Qual è il confine fra la loro vita e la nostra?
Nessuno ha una ricetta sicura. Non è possibile sapere se quello che facciamo si potrà concludere con un successo, ma in alcuni casi il finale è preannunciato. Quasi sempre se ne colgono i sintomi, le avvisaglie… suggerimenti che non si vogliono ascoltare. Io alla mia storia oppongo un altro racconto, quello che racconta la strada che non ho percorso, ma che ha perseguito un’amica che qui per facilità chiameremo Mary.
“Si era sposata incinta a 16 anni, con un ragazzo poco più vecchio della sua età. Matrimonio durato niente. Lui troppa poca voglia di responsabilità e di dedicarsi al lavoro, lei invece con il desiderio di uscire da quel nulla in cui si era rinchiusa. Mary per sua fortuna è una donna bellissima, dalla parlata spigliata e non priva di arguzia. Il suo sorriso conquista. Dribbla un serio avvocato attempato, pronto a sposarla e a occuparsi della bimba, nata dal suo precedente matrimonio. Si dedica invece ad un bel giovanotto dedito allo sport e agli amici più di quanto si dedichi a lei. Lui è laureato, lei no. Lui si vergogna che lei faccia la “donna delle pulizie” e per questo non escono spesso insieme, ma il fastidio non è tale da fargli dire che quel lavoro lei lo potrebbe lasciare. Lei partorisce il primo di tre figli che avrà a stretto giro. E’ lì che la conosco: all’ospedale. Poi la perdo e la ritrovo per la strada, una mattina, mentre dai begli occhi le scendono dei lucciconi… Mi scuso e la fermo, le offro un caffè e anche l’amicizia. Mary si sfoga e si confessa. La sua terza figlia ha la leucemia, glielo hanno detto da poco, lei deve impegnarsi per farla seguire presso un ospedale di un’altra città e non sa come fare perché ha altri tre figli di cui due piccoli.
Le offro solidarietà ed aiuto e chiedo del marito. Lei mi dice che non è sposata e che lui è sempre molto impegnato e non ha tempo per queste cose. Queste quisquiglie penso ironicamente io e mi offro per tenere i bambini. Fortunatamente io e mo figlio siamo geneticamente ospitali. Lui divide la sua cameretta e diventa amico del maschietto che è coetaneo e che è a tutt’oggi suo amico. L’ultima bambina è difficile, problematica, soffre per l’assenza della madre fino ad arrivare ad odiare la sorella. Reagisce rifiutando qualsiasi contatto fisico, fino all’estrema conseguenza di rifiutare persino di lavarsi nelle parti intime o di toccare una persona senza correre a lavarsi ripetutamente le mani. Il maschietto invece odia le sorelle perché assorbono l’attenzione della madre anche quando è libera dalle incombenze della sorella ammalata.

Si affeziona a mio figlio e chiede anche in periodi che la madre è a casa di stare a casa mia a condividere la vita con noi. Lui le dice che vuole andare in vacanza a casa nostra e lei acconsente senza nemmeno rendersi conto del problema che questo sottintende. E il padre? Direte voi? Lui continua la sua vita da single. Esce per i suoi impegni, con i suoi amici e per i suoi viaggi di piacere. Si fa lavare, stirare e non passa fondi sufficienti a mantenere la sua numerosa famiglia. Mary continua a lavorare e cerca di rendere compatibile la famiglia con il suo faticoso lavoro.
I figli crescono e hanno comportamenti disturbati. Si dimostrano egoisti e si rifiutano di collaborare con gli altri fratelli. Cercano di rubarsi le cose e litigano persino per le quantità di cibo che vengono divise. La madre li asseconda. Non può far molto, ma anche se potesse non capisce che l’esempio menefreghista del padre diventa un esempio da seguire per i figli. Mary viene trattata come una scopa. Lei deve fare la brava madre, in qualsiasi condizione si trovi, anche se ammalata. La brava madre per loro è la donna che pensa esclusivamente a loro e che non ha bisogno di nessun aiuto.
Mary si ammala gravemente e viene assistita dalle amiche, la sua vita è a rischio, ma non vuole gravare sul “marito” e nemmeno sui figli, che nel frattempo sono a casa mia. Nei periodi che loro stanno con me cerco di far nascere in loro dei sentimenti di solidarietà tra fratelli e di spiegare loro che l’atteggiamento che usano li isolerà dagli altri: chi non dà non riceve. Mi guardano come fossi una marziana. Eppure io insisto: guardate mio figlio, siete solo degli amichetti, ma lui divide tutto con voi, dalla camera alla pastasciutta, dai giocattoli al suo tempo libero. In effetti questo li destabilizza, non capiscono, non riescono a capire.
Mary si riprende e ricomincia la solita vita. Io chiedo al padre un incontro. Gli voglio parlare del ragazzo che secondo me sta sviluppando un cattivo rapporto con la famiglia e con i suoi compagni di scuola ed è molto scompensato. E’ un ragazzo a rischio, fortemente a disagio. Lui mi risponde che è stato ragazzo anche lui e che i suoi hanno lasciato che si arrangiasse, non capiva perché lui avrebbe dovuto preoccuparsi del figlio.
La sorella più piccola è sempre più isolata e in difficoltà. La ragazzina ammalata per fortuna recupera la salute ed è l’unica che ha un comportamento sociale decente. La più grande, l’unica che non appartiene strettamente alla famiglia, decide di sposarsi giovanissima e fa un matrimonio che durerà tre anni e che le lascerà due figli, che verranno accuditi dalla nonna tra un lavoro e l’altro.
Una sera si sfoga con la madre e le grida che è un’incapace e che non si permetta di educare i suoi figli, quando li tiene, perché anche con lei… se non ci fosse stato “il papà”…! Non parlava del padre naturale bensì di quello sportivo con cui aveva “vissuto” negli ultimi anni, non accettata e angariata.
I figli hanno studiato perché Mary comperava i libri e perché pagava le tasse universitarie. Ugualmente forniva i soldi per quelli che vivevano fuori casa per motivi di studio. Rinunciava alle sue necessità per pagare il superfluo ai suoi ragazzi.

Ora Mary vive separata dal padre dei suoi ultimi tre figli. L’ha lasciato solo perché lui aveva altre donne e con l’ultima pretendeva che lei andasse in “vacanza” con i figli per ospitarla in casa. Non ce l’ha fatta più e se n’è andata. A seguito di questo, per molto tempo le figlie l’hanno accusata di aver abbandonato quel poverino del padre. Il figlio invece l’accusava di non essersi portata via le due sorelle.
Per molto tempo lei correva al mercato per rifornire il frigorifero di casa e cucinava per loro, altrimenti i figli non avrebbero mangiato e non avrebbero saputo cavarsela. Non ha mai ricevuto un grazie che fosse uno. Non l’ha mai richiesto niente e si è sempre sentita molto più madre di me, perché è il sacrificio che fa la differenza fra una brava madre ed una comune. Ed io ero una madre “sbagliata” perché crescevo mio figlio facendo da madre e da padre e rendendolo partecipe e cosciente di questo.”

Non so se quello che ho scritto spiega quello che volevo dire. I nostri figli sono anche il frutto dei nostri errori. A volte pensiamo di dare loro la normalità e perdiamo di vista, invece, le loro esigenze primarie. I nostri figli devono provare rispetto per noi. Devono capire che esiste un ruolo loro e un ruolo per i loro genitori. Devono fare anche loro un lavoro, così come una madre e un padre amorevole. Fosse solo quello di frequentare la scuola e vivere nella società in modo ottimale. Devono essere padri e figli di loro stessi, perché solo così si imparano le responsabilità verso se stessi e verso gli altri.
Magari ho avuto fortuna. La strana fortuna di non aver dovuto lottare con un padre inadeguato per far crescere mio figlio. Ho navigato a vista, e come Smilla aveva il senso per la neve, a me è stato dato il senso per il mare. Sono arrivata all’approdo, anche se altre mareggiate mi aspetto dalla vita. Ho fatto il possibile. Il mio possibile. Ho sempre creduto che mio figlio avrebbe apprezzato una madre-donna, con le sue debolezze e le sue virtù, sempre pronta per lui, ma anche capace di avere una vita propria. Una madre piena di amore, ma anche una donna con delle esigenze e dei diritti come ogni essere umano che si rispetti.

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  1. Letto. Metabolizzo e torno, ché di spunti ce ne hai dati davvero tanti.

    Credo che questa Mary sia l’amica ingrata e traditrice di cui ci hai parlato in altra circostanza, e questo che ci racconti spiegherebbe pure il suo comportamento, l’avversione di chi ha fallito nei confronti di chi è riuscito, il doverlo disprezzare per conservare un po’ di autostima, per non doversi guardare allo specchio e ammettere il 100% di fallimento, e per di più per propria responsabilità, e non per i rovesci della vita.

    Torno.

  2. Caro amore mio
    Io sono di parte, e poi commento qualcosa di cui abbiamo avuto modo di parlare, e di farlo più volte. Si sente la sofferenza che provi nel raccontare questa storia che la tua empatia ti ha fatto sentire anche più che vicina, ma si capisce abbastanza di quello che avresti voluto dire. Credo che un figlio tendenzialmente cerchi di profittare del genitore che più gli sta vicino. Lui, quel genitore, è una certezza, allora cerca di lusingare l’altro. Credo che in situazioni simili a quelle di cui stiamo parlando un cattivo padre sia un pericoloso cattivo esempio. Credo che la felicità dei figli dipenda direttamente dalla felicità della madre e che a ciò non ci siano alternative. Credo che prima si fa crescere i figli e prima impareranno ad essere consapevoli e felici, a dare il giusto valore alle cose. Tenerli vicini ad una figura di adulto che non li ama o li ama di falso amore non può che arrecargli danni a volte pesanti e irreversibili. In fine credo che ogni essere umano dovrebbe vivere nella ricerca della felicità e che questo stato non sia nemmeno un diritto ma un vero e proprio obbligo. Certo che vorrei esserci stato ma, come sai, non è stato possibile.

  3. “ho scelto per lui una modalità di vita che probabilmente non si sarebbe scelto, o forse anche sì. Chi lo può sapere?” !!!
    Nessuno lo può sapere in anticipo, a mio parere ‘errante’, poichè non ci è dato questo potere divino e divinatorio ! Noi siamo soltanto carne cadùca, destinata al macero e al nulla !
    Ma scegliere una “modalità di vita” per chi, appena nato o ancora per nascere, non sia in grado di farlo, scegliere di improntarla sulla dignità e sull’ indipendenza da conquistarsi “da sole” pur di non sottostare all’ ipocrita assistenza di un Uomo (sic!) cialtrone, come “l’ avvocato” descritto nel racconto di “Mary” o altri egoisti del genere, E’ UN SENTIMENTO NOBILE CHE “DEVE FAR FREMERE DI GIUSTO ORGOGLIO UMANO LA DONNA CHE NE SIA STATA CAPACE” !!!
    Su questo principio, non ho dubbio alcuno, dal momento che l’ ho appurato, avendo attraversato ( anche sulla mia pelle ) lande e rive di mare sconosciute ai più !
    Nessun dubbio, poichè “quelle scelte coraggiose” di Madri degne di questo nome, quelle strade impervie, crudeli, da lasciare che le intraprenda col cuore a pezzi e senza un respiro di misericordia, NON LIMITANO ai Figli, che cresceranno in quest’ orto virtuoso di piante annaffiate col pianto, LE LORO SCELTE FUTURE !!!
    Come mi ha insegnato l’ esperienza, “quelle scelte di Madri” costituiscono una BASE CERTA E SOLIDA DA CUI SPICCARE, PER LORO FIGLI, IL VOLO VERSO UN FUTURO QUALE CHE SIA, MA DI “LORO STESSI” !!!
    Come pacatamente conclude Ser @Mario ( “In fine credo che ogni essere umano dovrebbe vivere nella ricerca della felicità e che questo stato non sia nemmeno un diritto ma un vero e proprio obbligo” ), è compito – per il diritto/dovere connesso – di ogni creatura umana tendere a realizzare la felicità che lui stesso ( non altri, fossero anche i Genitori ! che li misero al mondo ! ) sente irrefrenabilmente nel cuore .
    Qual’ è il limite tra il sogno di un Genitore e quello del Figlio ???
    E’ impercettibile, ed è nemico dell’ egoismo materno e/o paterno ! Questa soglia, a mio parere ‘errante’, è tra la consapevolezza di un Genitore di “aver fatto tutto ciò che gli era possibile” ( senza immolarsi, ovviamente, poichè questo non è necessario ) per il proprio Figlio, e l’ accettazione che Lui possa e debba spiccare il volo altrove, purchè sia felice e realizzato, “anche lontano da lui Genitore”, ove questa lontananza concorra a rendere il volo più stabile e sicuro !

    • Bellissime parole nobile cavaliere. Rendono le mie povere parole, che ho espresso con pudore ed incertezza migliori di quelle che sono. Ogni persona ha un passato che quasi sempre è difficile da affrontare. Quasi sempre si supera o almeno diventa parte della vita e dell’esperienza. Quasi sempre quel pregresso rinforza il carattere e fornisce la possibilità di essere migliori. Eppure ci sono figli dannatamente danneggiati, che potrebbero diventare migliori solo se seguissero terapie appropriate e finalmente vivessero in ambienti accoglienti e alternativi.
      Se vivo in guerra dove la morte tua diventa la mia possibilità di vita, mi adeguo e perseguo questo intento. Qui la felicità è quel di più che nemmeno ci viene in mente. Conosci la teoria di Maslow: la gerarchia dei bisogni? E’ una piramide che alla sua base ha la soddisfazione dei bisogni primari: aria, acqua, cibo, ecc. e poi in risalita il livello del bisogno di sicurezza, successivamente quello dell’appartenenza e dell’amore, ancora più su quello dell’autostima, e all’apice quello della soddisfazione di autorealizzarsi. Senza il livello più basso tutta la piramide crolla, non ci sono altri bisgni, non c’è nemmeno la volontà di raggiungere niente di più.
      Di fronte a tanto scempio, ossia a figli lasciati allo stato brado, in preda ai loro istinti più bassi, alle giustificazioni più bieche dei genitori, che tipo di adulto pensi ne possa uscire?
      Nessuno sa a quali invenzioni mi sia dedicata nelle mie notti insonni per trasmettere valori al mio bambino mentre diventava grande. Tutto questo senza dimenticarmi che dovevo provvedere a quel primo livello basilare della piramide. Essendo certa che dovevo anche essere pronta per il suo bisogno successivo che era la sicurezza e che potevo solo io procurargli. Nessun padre che gli desse le certezze che gli davo io. Pur se ad un certo punto il padre si è presentato e forse in modo egoista oppure con la sensibilità che mi fu pur difficile riconoscergli mi delegò a fare quello che lui non sapeva fare e che tanto danna aveva provocato al suo primo figlio ormai adulto.
      Faticai pure nel delegare a stadi progressivi e forse precoci alcuni autodeterminazioni e responsabilità, ma io avevo fiducia in lui e lui mi credeva e credeva così in se stesso.
      La fatica viene proprio dal fatto che i figli si vorrebbero sempre proteggere e spesso si vorrebbero affrontare le loro difficoltà, ma è un errore, mi dicevo mai insegnare ad un figlio che tu sei più brava di lui, sarebbe facile dimostrarlo, ma non gli insegna niente di nuovo.
      A lui parlavo come ad un adulto, percorrendo territori ardui anche per le persone più strutturate, ma il percorrere queste strade assieme ci ha resi più forti.
      Stranamente non ho orgoglio per dove sono arrivata. A volte mi guardo indietro e mi dico: “Ma come hai fatto?” “Chi ti ha insegnato?” Mi pareva di aver avuto una fortuna immane e un terreno davvero fertile.
      Non è stato facile e solo io lo so. Scappavo dal lavoro per portare via da scuola un ragazzino piegato in due da coliche terribile. Ho dato ritmi a un sonno inaturale su un bambino che in precedenza dormiva poco o niente. Non gli ho concesso il rifiuto della realtà. L’ha affrontata spiegando cosa fossero quelle coliche e da cosa erano prodotte. Gli ho fatto capire che non ci si nasconde dietro il sonno e la pigrizia, non è così che si diventa uomini.
      Non so cosa è stato bene o male. So solo che mi è andata bene e questo mi basta. Non è orgoglio, ma solo sollievo 🙂
      Malgrado questa mia esperienza non saprei come rivolgermi ai figli degli altri. Ben poco sono riuscita ad ottenere con i figli di Mary. Mi ascoltano ma sono fuori del mondo. Quando tornano a casa trovano una madre che dice loro quello che voglio sentirsi dire. Ogni uno per sè. E se il padre è più comodo perchè ha la casa grande e bella e una stanza che consenta a loro spazio e libertà, che padre sia! Se la madre fornisce denaro per il loro sostentamento non si chiedono nè come nè perchè. Si prendono la loro fetta e via.
      Sai quanto fa male tutto questo?
      Sento che anche tu, sebbene non chiaramente detto, hai avuto la tua bella esperienza, ma a ragion veduta mi pare che sai essere padre cosciente e partecipativo, sembra che nella tua magione, il potere sia condiviso e le tue figlie crescano davvero in una normalità deliziosa e finalmente felice.
      Dovrei fare un post sui figli di padri o dovrei proporlo a chi ha avuto questa possibilità. Che ne dici? Vuoi uno spazio sul mio blog per parlare di questo 🙂
      Ciao errante
      Ross

  4. Trovo questo post veramente inadeguato alla bisogna. Avrei voluto spiegare molto di più. Avrei voluto portare all’attenzione quanto alcuni comportamenti degli adulti diventino deleteri verso i figli.
    La mia amica sta uscendo piano piano da quella follia che è stato il rapporto con quell’uomo, ma i figli sono così e sembrano impossibilitati ad uscire dal loro bozzolo. Ognuno di loro crede di essere il mondo, di essere la normalità. Si aspettano dagli altri comportamenti coordinati alla loro visione del mondo. Pensano di essere parte del mondo e invece vivono “compatiti” e protetti da amici che non si sprecano più a tentare di farli ragionare. A volte al ragazzo parlo con il cuore aperto, lo posso fare perché mi vive come una seconda mamma della quale ha veramente stima. Ma non se ne rende conto davvero che si muove e pensa come suo padre odiato e irraggiungibile.
    Su questo hai ragione Mario, cercano di conquistare il genitore inadeguato perchè l’altro c’è e si può anche calpestare.
    So che non riusciranno ad avere una vita normale e questo mi strazia perché in qualche modo li ho vissuti come figli miei.
    Per quanto riguarda la mia amica certamente mi provoca rabbia perchè non è riuscita a capire in quanti modi è riuscita a far del male ai suoi figli, magari non per cattiveria, ma solo per una ignoranza dei sentimenti. Cose che ha cercato di dare e che nemmeno lei sapeva come dare e cosa fossero.
    Ma per quanto riguarda poi i discorsi che abbiamo aperto il senso sta solo in questo: non ci si può far ricattare solo da un’idea di normalità e nemmeno da un cattivo esempio che viene quotidianamente proposto. Un figlio deve sapere chi ama di più, certamente in base al sacrificio che deve imporsi, ma anche e soprattutto dalle priorità che deve affrontare: le spese quotidiane, la fatica di dare continuità e scurezza, la grande prova di dover educare e non solamente viziare per rendere un figlio adeguato al mondo, gli acquisti dei libri per la sua istruzione, dei vestiti per essere come gli altri; cose faticose se si è soli ad affrontarle. Il lavoro stesso che diventa lo strumento per risolvere i problemi, ma anche per darci delle possibilità di vita migliori.
    Sarà anche bello il padre che porta a mangiare al cinese, ma lo è molto meno quando non si preoccupa della vita quotidiana della propria figlia. Questo è un valore morale che non si può dimenticare di trasmettere. La vita non è un ballo di carnevale, è fatica, chi rifugge questa responsabilità non ha diritto di “esserci”.
    Forse sono troppo drastica, ma i figli devono capire perché ne va delle loro capacità di valutare il mondo che li circonda.

  5. Perché io sono così “clemente” nei tuoi confronti lo sai. Ti ricordo che “mai bisogna sacrificare chi di cui si è certi della presenza”; per nulla al mondo. Mancano qui alcune cose, anche importanti. Ne ho dato causa alla difficoltà dell’argomento. Alla fine, non serve dirlo, non si è qui per giudicare ma per tentare un consiglio dettato dall’amore. Buona giornata a te e a tutti i tuoi ospiti.

    • Sì credimi… ma perchè dirtelo se lo sai, questo post per me è stato terribilmente difficile. Sapendo poi che ogni situazione è diversa e che le parole sono povere.
      Non dimentichiamo all’interno di questa problematica che esistono anche donne che relegano i propri compagni a figure secondarie per perpetrare l’eterna ingiustizia e falsità che solo la donna sa provvedere ai figli e riducono l’intervento del padre a mera presenza fisica (a volte dileggiata).
      Mai dimenticarsi degli affetti primari. Mai amare a senso unico, mai approffittare degli altri.
      Non ho commentato il tuo post “Figlia” solo per non eccedere in una critica sterile a certi luoghi comuni e pretese assurde che molte donne e uomini credono giuste.
      Io non ho portato via mio figlio a nessuno, ho solo occupato gli spazi che purtroppo erano liberi. Certamente ho combattuto ingerenze che andavano contro la mia linea educativa, ma le ho sempre discusse e mediate, fin dove mi era possibile. Mi sono sentita sempre la prima responsabile, ma ho lasciato spazio anche per la libertà degli altri di esrpimersi e di amare come erano capaci. Magari tutti si sapesse amare allo stesso modo, non ci sarebbero più guerre, nè divisioni… ma non è così. Per me è difficile sopportare i presuntuosi è un male che ho sempre cercato di risparmiarmi.
      Sii clemente come sempre 🙂
      Ross

      • A volte è difficile; essere clemente. Oggi un po’ di più. Tutti hanno almeno “un blus da piangere”. Chi ha accettato meno è tutto da vedere. Come chi ha sbagliato meno. Ma non ci sono gare. E poi sai che non sono competitivo. Su quei padri, appunto, ho scritto quel post. Un post mio. Sentito. Sofferto. E l’ho scritto qui. Da te. Non so se è poi giusto che continui a scrivere qui. Con il rischio poi di dire cose che ci siamo detti. Di confondere un po’ il dialogo che percorre il nostro stare anche fuori da qui. Ché sai che io metto sempre la faccia. E se devo parlare di me parlo di me. E se devo parlare di sbagli parlo prima dei miei. Ma io non cerco più conferme. Ho la mia conferma. E non ho più bisogno di piacere.

  6. Non riesco a dire nulla, mi sento troppo coinvolta, a volte nel ruolo di quella madre e a volte in quello di quel padre.
    Educare all’amore, educare e crescere dei figli è maledettamente complicato, sempre, anche quando dall’esterno sembra che si tratti di una famiglia normale e serena, accidenti a volte non sai mai come muoverti, ti sembra di essere un elefante tra i cristalli…
    Quando il mio raziocinio non basta, lo confesso, seguo l’istinto.
    Sono certa comunque che qualsiasi ferita si possa riparare e che i tempi di ripresa, specialmente nei bimbi, siano formidabili.
    Non dobbiamo considerare nessuno irrecuperabile, tutti noi siamo stati figli e tutti abbiamo dovuto fare i conti con il nostro vissuto.

    • Sì certo hai ragione. E’ difficilissimo trovare il giusto equilibrio ed essere sempre in forma per poter far fronte a tutte le incombenze che la vita ti richiede.
      Mi rendo conto anche quanto sia pesante l’isolamento delle madri come quanto lo sia quello dei padri più partecipativi.
      A volte l’errore sta nell’educazione che vuole i figli maschi in un modo e le femmine in un altro… cominciassimo almeno noi a non diversificare l’educazione.
      E’ vero l’istinto ti salva sempre, ti fa muovere su terreni minati senza far esplodere gli inneschi.
      Un abbraccio
      Ross

  7. Che devo dire Ross? Infatti in questo momento mi sento addirittura troppo stanca per commentare. Che devo dire?
    Leggo di quei ragazzi nel tuo post, disadattati. E vedo mio figlio, disadattato. Che forse mai riuscira’ ad avere una vita normale. E poi leggo che i figli sono anche il frutto dei nostri errori. Rispondo, i miei figli sono solo il frutto dei miei errori. Della mia incoscienza. Della mia incapacita’ di ribellarmi ad una situazione di delirante controllo.
    E su questo pensiero perdo il sonno, tutte le notti. Ripongo le armi. Sento che e’ una battaglia persa.
    L’unica cosa che mi gira per la testa, in questo momento, se devo perdere questa battaglia, almeno preferisco perderla in un luogo dove si parla la mia lingua nativa.
    Scusa per il pessimismo, e’ stata un’altra notte insonne. Ho troppi fantasmi che mi perseguitano. E li ho creati tutti io.

    • Su questo è stato difficile spiegarci, io e Ross. Non che la pensassimo diversamente. Non riuscivamo a trovare le parole comuni. Proprio su questo: Della mia incapacita’ di ribellarmi ad una situazione di delirante controllo. Senza vincere quell’incapacità non si va. E allora molte cose sono semplici alibi. NON TI PUOI ARRENDERE. Per te che vuol dire anche per loro. Solo fuori puoi inseguire le felicità tua e loro. Un abbraccio

    • Tu sai in questi giorni ci siamo parlate. E’ difficile muoversi su questo terreno. Non basta la buona volontà e la sensibilità di madre ci vuole molto di più. A volte ci vuole anche una cruda decisionalità genitoriale. Soprattutto se manca da una delle parti. Un figlio o una figlia devono seguire il genitore più attento senza tanto discutere. Alcune volte provoca sofferenza per tutti ma va a fin di bene.
      Tu sei stanca ed è comprensibile, stai trovando tu stessa la strada ed è complicato deciderla anche per i tuoi figli. Ti senti responsabile e in colpa, ma non serve a niente. Non sapevi e non prevedevi che finisse così. D’altra parte non sei nemmeno tu che non ha investito sugli affetti. Strappati dall’apatia e trova nuovo vigore nelle decisioni. Cerca di richiedere tutto quello che ritieni necessario per i tuoi figli e per te, perchè tu possa seguirli adeguatamente, il di più lo metterai tu in futuro. Segui i consigli della tua avvocato. Quello che otterrai oggi è tutto quello che ti verrà dato, non arriverai mai ad avere un di più, quindi difenditi e difendi loro dall’apatia di quel padre e dalla sua ignavia. I figli impareranno ad affrontare le loro responsabilità, ma quewsto vivendo in un mondo d affetti veri e non di false illusioni. Sei tu la salvezza dei tuoi figli, non dimenticarlo mai.
      Un abbraccio
      Ross

  8. Alla base di queste umanissime e tribolate storie c’ è sempre la “cialtroneria di un uomo” che, delegando o non delegando, se la squaglia, e la “resistenza di una Donna” o ‘fragile’ o ‘determinata e risoluta’ !
    I Figli nati da questa situazione ?
    Nel caso di una Donna risoluta, ho visto Figli per lo più crescere forti e, una volta adulti ed indipendenti, determinati a crearsi a loro volta, senza mai scordare i sacrifici di quella Madre per loro, un proprio futuro e perchennò, una loro propria felicità .
    Nel caso di una Donna fragile e smarrita, ho visto in effetti Figli ‘anche’ sbandati, ‘anche’ persi e immemori degli sforzi per crescerli comunque ad una vita normale che siffatta Madre sostenne .
    Di fronte a questa “percentuale negativa”, capisco il tuo dolore, Lady @Ross, a vedere tanta gioventù che si perde, o si perse, vani essendo, o essendo stati, tutti i tuoi sforzi improntati ad un minimo di recupero alla normalità della vita ( che di per sè, è già una ‘complessità’ ! ) sia di “quei Figli”, sia di “quelle fragili Madri” .
    Ma, ahinoi, “unicuique suum” !
    A questo difficilissimo recupero non basta l’ aiuto di Uno o di Una soltanto, e spesso non basta neanche, se sono nel frattempo intervenuti elementi patologici o di droga, l’ azione congiunta della coppia dei Genitori .
    Ma, esclusi i casi limiti di cui sopra, anche quei giovani persi ‘non perdettero la loro parte migliore’, semplicemente la smarrirono nel fondo della loro anima cupa . E questa estrazione del loro residuo positivo umano, la possiamo sempre fare, con i dovuti strumenti della ragione ( “actiones hominum nè ridère, neque lugère, sed cognòscere” ! ) e della sensibilità altruistica, sforzandoci di riportare alla luce della loro coscienza “i valori dentro di essi ineludibilmente ancora contenuti”, insegnando loro – più che con le parole con l’ aiuto concreto e con l’ esempio ed il sostegno che uno o tutti e due i genitori immemori non gli dettero, ma tenendo sempre in mente che anche questo nobile sforzo può risolversi con un’ amara sconfitta .
    Altro, non ci è dato Lady @Ross, se non “non arrenderci mai” e condividere, facendoli anche nostri, il loro dolore ed il pianto !
    Poichè questo è il Viaggio
    e, come tale, non è ahimè di Tutti !

  9. Qui (e altrove) il tema è: il mestiere di genitore. Mestiere invero alquanto difficile. In condizioni difficili. E’ Martina a dire qualcosa di esenziale spesso nasconsto. Qualcosa che va al di là. Certo lei è psicologa. Penso che su questo dovremmo riflettere. Io so che abbiamo molti qui attraversato spazi simili. Io l’ho fatto vedendolo solo dopo. Lei dice: “Della mia incapacita’ di ribellarmi ad una situazione di delirante controllo”. Secondo me questo è il punto. Quella strana incapacità di uscire dalle situazioni. Quella sorta di fascino che ci lega alla sofferenza. Tuttro il resto, responsabilità, norme, orgoglio, falso pietismo, etc., rischia di giocare solo come alibi. Se non ci si libera completamente di questa “incapacità” releghiamo la nostra esistenza e quella di chi ci sta vicino ad una sorta di incompiutezza. Che poi ciò che mi preoccupa è che diamo ai figli una normalità che non lo è. Potrebbero crescere convinti che quell’amore malato sia l’unioco amore.

    • Sono completamente d’accordo con te e non ho niente di più da aggiungere. Molto spesso ci intestardiamo su binari morti e ci costruiamo sopra castelli improbabili mettendo a rischio pure gli altri e in particolar modo i nostri figli.
      Certo il mestiere di genitore non è mai facile e soprattutto non esiste un manuale per affrontare le traversie inevitabili. Ogni figlio va trattato in modo diverso, personalizzato, Ogni situazione richiede una soluzione dedicata. Bisognerebbe aggiungere che non sempre si è in forma per affrontare le difficoltà e si ha la forza per uscire dai cul de sac della vita.
      Ma di certo non ci si deve arrendere, prima o poi qualche cosa succede e si ritrova la forza e le condizioni per uscirne.
      Buona giornata 🙂
      Ross

    • l’ho commentato anche sul tuo blog: l’incapacita’ di uscire dalle situazioni di sofferenza, non me la spiego. E’ davvero una cosa umana. Di storie simili ne ho sentite a bizzeffe. Guardiamo la nostra vita dallesterno, come se stessimo guardando un film. La vediamo srotolarsi in modo tragico, masochista. E non reagiamo. Piuttosto somatizziamo, ci ammaliamo. Perdiamo tutto.
      Perché questo gusto per la sofferenza?
      Non lo capiro’ mai. Solo una cosa e’ certa: io l’ho perso. Tutto cio’ a cui anelo adesso e’ un momento di gioia.
      Ed anche questo e’ cosi’ difficile. e’ necessario farci l’abitudine. Bisogna cambiare il proprio atteggiamento verso la vita.

  10. Nel bene, ma anche nel male, a volte abbiamo figli che non ci meritiamo. Ma ci portiamo come bagaglio quella famiglia. E non dico quella del mulino bianco, per non incorrere in reaziuoni. Si quella con un padre e una madre. Quella con genitori coscienti e amorevoli e generosi. Non quella con i genitori che se ne fregano. Che gli danno tutto purché i bambini non rompano. E li sbattono davanti alla televisione. E non parlo di straordinaria follia. Perché se un figlio vuole… non gli puoi pagare il buco.

  11. […] Dice Martina: “l’incapacita’ di uscire dalle situazioni di sofferenza, non me la spiego. E’ davvero una cosa umana. Di storie simili ne ho sentite a bizzeffe. Guardiamo la nostra vita dallesterno, come se stessimo guardando un film. La vediamo srotolarsi in modo tragico, masochista. E non reagiamo. Piuttosto somatizziamo, ci ammaliamo. Perdiamo tutto. Perché questo gusto per la sofferenza?” […]

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