rossaurashani

I motivi per crescere

In La leggerezza della gioventù on 6 ottobre 2010 at 9:24

Era vacanza. La tanto attesa vacanza da scuola. Era felice perché la sua pagella era la più bella della classe. L’aveva portata a casa con così tanto orgoglio e non era nemmeno rimasta delusa quando il padre le aveva detto: “Non era che il tuo dovere!”. Certo era il suo dovere, lo sapeva bene, ma gongolava ad esserne uscita così, con una specie di trionfo personale. E poi ne era uscita e questo le importava più di tutto. Quella scuola era stata comunque la sua ossessione. Forse era colpa del suo carattere ribelle, forse solo perché in quella scuola non era facile socializzare. Una scuola privata frequentata solo da bambine perbene. Non che lei fosse permale, solo che non si trovava a suo agio, e come lei poche altre che venivano da famiglie povere. Non aiutava il fatto che fosse così sensibile alle ingiustizie, non a quelle che venivano fatte a lei personalmente, quelle non la spaventavano affatto. Odiava vedere le preferenze e le rivincite sulle persone deboli. Odiava questo modo di farsi belli sulla pelle degli altri, non sopportava quel modo stupido di arruffianarsi il potente. Odiava le regole e le imposizioni, lo avrebbe sempre fatto anche dopo di allora.
Comunque ne era uscita, ora sarebbe andata alla scuola pubblica, finalmente. Non ci sarebbero state più le suore a metterla in castigo nel sottoscala. Che poi non era il buio a darle fastidio, ma l’odore degli stracci umidi che venivano messi lì dalla suora portinaia. Le aveva sempre dato fastidio che si chiamasse Sorella Modesta e che facesse i lavori più umili. Nessuno la considerava eppure era la più simpatica, piazzava dei sonori pizzicotti alle guance delle bambine, ricche o povere che fossero. Insomma come si direbbe ora: per le pari opportunità.
Suo padre quel giorno si era fermato a parlarle. Anche quella era una cosa eccezionale. Era per quello che era rimasta basita. Nella maggior parte dei casi faceva a non vederla. Le parlava, anzi le ordinava sempre attraverso sua madre. Era un padre che diceva sempre: No! Era per quello che lei non si era mai sprecata a chiedere.
Quel giorno invece sembrava intento a spiegarle qualcosa che lei non riusciva a capire, almeno non subito o almeno non nel modo corretto. Lui le spiegava che erano una famiglia povera e questo lei lo sapeva bene. Che lei aveva due fratelli maschi e un altro in arrivo. Che i maschi in quella casa avevano il diritto di studiare perché poi avrebbero avuto una famiglia da mantenere, invece lei, che era femmina, avrebbe trovato un marito che la manteneva. Stava cercando di farle capire che in quella famiglia anche il suo lavoro sarebbe stato necessario. Avrebbe dovuto aiutare sua mamma a crescere i fratellini e magari fare qualche lavoretto per arrotondare le scarse entrate. Questo era il suo destino, questo era il meglio che le si poteva proporre.
Lei non aveva fatto a tempo di realizzare. Dalla bocca le erano scappate quelle poche parole: “Ma… io volevo andare ancora a scuola, volevo fare le medie come tutti gli altri…” lui si era buttato sul letto per il suo solito pisolino e aveva aggiunto: “Che sarà mai! Anche io ho fatto solo fino alla quinta elementare. Poi sono andato a lavorare. E poi cos’è questo “io volevo”? Si vuole quel che si può, e tu non puoi!”
Poi si dice perché ci si porta un cattivo ricordo per tutta la vita. Lei era rimasta muta, annichilita. Si era rintanata dietro la tenda rossa che schermava quel piccolo poggiolo che dava sul giardino dei vicini. Non aveva neanche il coraggio di piangere. Provava un senso di impotenza e di dolore che andava ben oltre le sue possibilità. In fin dei conti aveva solo dieci anni, non sapeva ancora che la legge, almeno su questo, l’avrebbe protetta. Non sapeva che almeno per altri tre anni le sarebbero stati garantiti gli studi.
Certo avrebbe dovuto primariamente occuparsi dei fratellini che alla fine erano diventati tre. Avrebbe dovuto fare sia questo che quello, ma lei non faceva fatica, a scuola era brava anche se non aveva la pace per studiare. Se la sarebbe cavata lo stesso. Ma lei tutto questo non lo sapeva ancora. Stava solo vivendo quel momento che decretava la caduta di tutti i suoi sogni. In quel momento però capiva che della sua vita erano padroni gli altri, che doveva seguire il suo destino, almeno fino a che… ci sarebbe stato un momento che le cose sarebbero cambiate, allora sì che avrebbe potuto decidere lei, finalmente. Sapeva che amava la sua famiglia al punto di rinunciare, almeno provvisoriamente, alla sua vita, ma non era disposta a farlo per sempre, prima o dopo ne sarebbe ancora una volta uscita.
Anche su questo non sapeva che il suo destino sarebbe stato sempre quello di crescere e di sacrificare fino al momento che ne sarebbe “uscita” e avrebbe potuto decidere da sola. Non sapeva che avrebbe fatto della solitudine il suo tentativo di libertà e che la libertà, per lei, sarebbe stata necessaria come l’aria che la teneva in vita. Era disposta a rinunciare ai suoi sogni per i suoi affetti e questo l’avrebbe condizionata per gran parte della vita, ma dentro di lei c’era così tanta vitalità e bisogno di sognare che niente e nessuno l’avrebbe fermata per sempre.

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  1. Mi spiace confidarti un’altra verità e rischiare di darti una nuova delusione: quella ragazza non era poi così povera. Mi permetto di dirlo poiché io ero più povero, ma i veri poveri erano altri. Semplicemente veniamo da una generazione in cui questo era unb comune pensare: la donna che studia è uno spreco inutile. Un po’ per le ragioni suddette (certo il mondo del lavoro non era molto accogliente per le donne). Di rimbalzo perché studio e donna sono inconciliabili (la donna deve fare la donna). Io odiavo la scuola e a casa mi hanno fatto capire, senza pormi limiti, quanto era inutile per uno come me, seppure maschio. Ma la scuola non è mai rimasta tra i miei sogni né tra i miei rimpianti. Certo che il lieto finale è lieto solo se è anche aiutato da quel po’ di fortuna sempre necessaria. Diovendo guardare il pelo dire però che il lupo perde il pelo, appunto, ma non il vizio. Inutile affettare gli affetti su persone che non sanno che farsene o che, appunto, tolgono quella libertà. Chi ama veramente certa la felicità dell’altro. Cerca di dare non di togliere né proibire. SMACK. 😉

    • Probabilmente hai ragione, anche la povertà era frutto di una mentalità vecchia e ottusa. Come ottusa era la tendenza a non mostrare affetto o lungimiranza. D’altra parte non so nemmeno come quella bambina avesse certi sogni e che faticasse tanto per cercare di raggiungerli o realizzarli. All’interno di un certo ambiente si perde, a volte, la capacità critica, la sensibilità di vedere oltre le cose di tutti i giorni. Quella ragazzina era convinta che l’istruzione le avrebbe consentito la libertà, la capacità di stare al mondo senza subire.
      Sarebbe stato più facile adeguarsi alla prigionia delle convenzioni che vivere con quei sogni infilata in un burqa.
      Chi può dire se tu fossi nato in un altro contesto se avresti avuto lo stesso rifiuto per la scuola. Certo anche il carattere ti segna la vita. Quella ragazzina non ha mai smesso di imparare, era assetata di conoscienza. A dire il vero lo è pure ora. Per arrivare dov’è ha rinunciato a tanto, dove per altri tutto era così facile e a portata di mano.
      Certo che tutto il resto ne consegue, compresi i rapporti affettivi e amorosi, in fin dei conti lei era una femmina e doveva essere guidata e si doveva decidere per lei… purtroppo anche dopo, quando i tempi non erano più gli stessi e soprattutto i maschi non avevano voluto cambiare.
      Lo so cosa vorrebbe una persona che ama…. 🙂

  2. E allora diciamole tutte. E’ il titolo che non mi piace. Non lo credo… idoneo. Non credo sia assolutamente necessario soffrire per crescere. Per parlare di me direi che ho imparato l’amore amando. Che ho imparato la felicità vivendola. A volte anche la sofferenza, il dolore, la rassegnazione, la depressione, etc. diventano stato. Si trasformano in modo di vivere. Chi non ha mai conosciuto la ricchezza crede che la ricchezza consista in quel pochi. Magari in un po’ di ottimismo. Naturalmente… e viceversa. Poi l’uomo tende ad imnmamorarsi della sofferenza. Del sacrificio. E perseguirla. Ad immolarsi. A sacrificarsi. E sentirsi così vivo.

    • Il titolo ha senso. A dieci anni si affronta la vita con le armi che hai. L’unica risorsa è crescere e non solo di età, ma crescere dentro, vivere e fare esperienze.
      Non sempre si riesce e non sempre si fanno le cose giuste, ma sempre c’è un motivo per crescere ed andare avanti.
      Il dolore può essere un compagno abbastanza frequente, ma non deve essere il compagno della vita. Non ci si può fossilizzare, non può diventare stato. Non credo che avesse gran che da essere entusiasta quella ragazza, ma un po’ alla volta si è presa le sue rivincite. E’ riuscita a trovare la sua strada e l’ha vissuta con una certa leggerezza.

      • E’ un argomento oggi di attualità. Tra le altre cose quando i miei decisero di andare in terraferma mi trascinarono con loro. Non avevo l’età per esprimere nemmeno un parere. E sai quanto mi sia mancata la mia Venezia. Tutta la vita. Non posso dire abbia vinto la mia tenecia, o come dici tu “tanta vitalità e bisogno di sognare”. Alla fine, in quella lotteria che è la vita, nel mio caso ha vinto solo la fortuna. Quella fortuna che si chiama con il tuo nome. Ma questo è solo un episodio.

  3. […] articolo originale: I motivi per crescere « L'Altra Metà del Cielo Articoli correlati: Voices of Peace: L'Iniziativa sull'Educazione del […]

  4. Beh ad essere sinceri la fortuna è molto, ma non è tutto. Qualche volta bisogna fortemente volere… Proprio questo fa la differenza tra restare lì ad aspettare che il treno passi e cercare un qualsiasi modo per raggiungere la mèta.
    Quella ragazzina si è adattata ad aspettare ma poi ha mostrato di che pasta era fatta e questo è successo anche molte altre volte, seppur in situazioni che lei stessa si era voluta. In questo modo ha vissuto tante vite, dentro ad una sola persona.
    Ormai sa che nemmeno quando pensa di essere giunta al capolinea ha avuto la capacità di non sognare più 🙂

  5. Che cantano i poeti andalusi, i poeti andalusi di ora?
    Anche il passerotto canta il suo canto. E l’usignolo ne prova pena. Ognuno racconta la sua storia. essuna è migliore delle altre. Solo diversa. Insomma… tutto va bene. E la vita è vita.

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