rossaurashani

59) Il giorno della civetta

In Un libro al giorno on 6 agosto 2010 at 8:00

L’autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista “un momento” e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

Soluzione
Titolo: IL GIORNO DELLA CIVETTA
Autore: LEONARDO SCIASCIA

trama: Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso nella piazza di San Salvatore, mentre sale sul pullman per Palermo.
All’arrivo dei carabinieri, i passeggeri si allontanano alla chetichella, l’autobus resta vuoto e rimangono soltanto l’autista e il bigliettaio, che comunque di fronte alla divisa non riconoscono il morto e non si ricordano chi fossero i passeggeri. Il venditore di panelle, rimasto a terra al momento del delitto è scomparso. Un carabiniere lo trova, come al solito, all’ingresso della scuola elementare mentre vende i suoi prodotti e lo accompagna dal maresciallo. Ma neanche lui sa nulla e, anzi, dice di non essersi accorto nemmeno dello sparo. Dopo due ore di interrogatorio il panellaro ricorda che, all’angolo tra via Cavour e piazza Garibaldi, verso le sei, le sei e trenta, ha sentito due spari. Le indagini vengono affidate al capitano Bellodi, comandante della compagnia di C., emiliano di Parma, ex partigiano, destinato a diventare avvocato, ma rimasto in servizio nell’arma in nome di alti ideali, non condividendo, peraltro, il clima di omertà che caratterizza la Sicilia e i suoi abitanti. Intanto in un bar di Roma, un’importante persona politica chiede ad un onorevole del suo partito (che si intuisce essere la Democrazia Cristiana) di far trasferire Bellodi, a causa dei problemi che sta creando, designando l’omicidio di Colasberna come omicidio mafioso. Bellodi intanto interroga un proprio confidente, doppiogiochista noto alla mafia: Calogero Dibella detto Parrinieddu. Il capitano ascoltando le menzogne che l’informatore riferisce, riesce comunque, con quelle sue gentili maniere da “continentale”, a sapere il nome di Rosario Pizzuco.
Il nome del presunto omicida, un certo Diego Marchica detto Zicchinetta, viene dato al capitano, o meglio al brigadiere dalla moglie di Paolo Nicolosi, un potatore scomparso e certamente ucciso per aver riconosciuto l’assassino, visto le coincidenze che accompagnano la sua scomparsa. Bellodi scopre nel fascicolo investigativo del Marchica che è un noto sicario, processato e condannato per molti reati, ma scagionato per altrettanti, causa insufficienza di prove. Nota inoltre, una fotografia che lo ritrae insieme con don Calogero Guicciardo e all’onorevole Livigni.
Nel frattempo Parrineddu viene assassinato e Bellodi ottiene, grazie ad un’inquietante testimonianza scritta prima di morire, che Marchica, Pizzuco e il padrino don Mariano Arena, vengano fermati, ma l’interrogatorio si risolverà in un nulla di fatto. Nell’incontro con Bellodi, Sciascia fa pronunciare a don Mariano la frase contenente l’espressione idiomaticaquaquaraquà“, destinata a divenire celeberrima e collegata nella cultura popolare al mondo mafioso e ai concetti che lo governano:
Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…
(don Mariano Arena al capitano Bellodi)
I giornali fanno molto clamore e pubblicano le foto di Arena insieme a Mancuso; questo dimostra le persone vicine che lo sostengono. Il fatto porta a un dibattito in Parlamento al quale partecipano anche due anonimi mafiosi e alcuni onorevoli. Anche il capitano Bellodi è presente assieme ad un compagno. Durante l’acceso dibattito un sottosegretario dichiara che la mafia esiste solamente “nella fantasia dei socialcomunisti”.
Bellodi, che intanto era rimasto a Parma, dopo aver preso una licenza di un mese, legge sui giornali spediti da un carabiniere dalla Sicilia, che il castello probatorio è stato smantellato grazie ad un alibi di ferro costruito da rispettosissimi personaggi per il Marchica, opera, naturalmente, di uomini politici interessati a tutelare la propria posizione.
L’omicidio del Nicolosi viene attribuito all’amante della moglie e don Mariano viene scarcerato.
Con i suoi pensieri e con la sua ultima affermazione, Bellodi chiude il romanzo:
«[…] si sentiva come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato. «Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto». Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. “In Sicilia le nevicate sono rare” pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta.»

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  1. C’era anche nel fascicolo un rapporto relativo a un comizio dell’onorevole Livigni: che circondato dal fiore della mafia locale, alla sua destra il decano Don Calogero Giucciardo, alla sua sinistra il Marchica, era apparso sul balcone di casa Alvarez; e ad un certo punto del suo discorso aveva testualmente detto- mi si accusa di tenere rapporti coi mafiosi, e quindi con la mafia: ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire cos’è la mafia, e se esiste; e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadino giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso-

    Sciascia dovrebbe essere letto e studiato a scuola fin dalle elementari…

    Scrisse Il giorno della civetta nel 1960 (splendido anche il film che ne trasse Damiani con la Cardinale) e da allora non è cambiato niente, la corruzione e le infiltrazioni mafiose sono ancora dappertutto.
    😦

    • Hai proprio ragione, si pensa che la modernità ed il progresso lavorino contro certe “istituzioni arcaiche”, ma non è per niente così. Purtroppo il potere di questi cosiddetti “uomini d’onore” sembra diventare sempre più forte.
      La saperanza sta nei giovani, che bisogna crescere in una nuova cultura, ma sai quanto sarà difficile se non potranno facilmente trovare la loro strada, in modo onesto e se per lavorare o per ottenere soldi facili si aggregheranno a simile gregge?
      E poi lo Stato… che cresce e prospera con l’aiuto e la connivenza con la mafia.
      Brutti tempi e senza speranza.

  2. Pensa che io Sciascia lo conosco pochissimo, a parte appunto questo libro che lessi secoli fa. Una grave lacuna da colmare.
    Ma quando fondiamo il nostro book club? Cosa aspettiamo?

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