rossaurashani

Buon compleanno

In amore, personale on 5 luglio 2010 at 19:35

Sono passati 26 anni. Pochi? Molti? Non saprei. Bisognerebbe chiederlo a te. Era una giornata calda come oggi, ma era la prima giornata di vero caldo della stagione. Tu come al solito eri in ritardo. La tua pigrizia la dovevo accettare fin da allora. Era tutto programmato o nascevi o il giorno dopo ci avrebbero pensato i medici. Tu ci hai pensato su ed hai aspettato fino all’ultimo. Era giovedì, ed il giorno prima ero andata a letto con delle contrazioni a cui non badai perché non mi facevano male. La notte dormii profondamente. Stavo bene ed era estate.
Improvvisamente tutto cambiò. Mi ero alzata per fare pipì e mentre facevo il bidet tu hai deciso di darmi la sveglia. Un liquido di color verde scuro macchiò la porcellana bianca. Verde scuro? Ma cosa stava succedendo? Ti ascoltai con un po’ di trepidazione, ma quello che era successo mi aveva spezzato il respiro. Non ti muovevi più. Oddio, avevo fatto la frittata! Chissà perché avevo pensato ad una frittata, quando mi era venuto il sospetto di aver aspettato troppo prima di chiamare l’ospedale.
Chiamai l’ambulanza e non sapevo come fermare quel fiume in piena, così scuro, così definitivo. Presi degli asciugamani, ma ero spaesata. Non mi capacitavo, mi avevano detto che se stavo in piedi tu avresti tappato la falla e io avrei potuto camminare almeno quel po’ fino all’idroambulanza. Anna, che mi faceva compagnia, si era messa al telefono e mi aveva detto che sarebbe arrivata a piedi fino al reparto.
Arrivò il paramedico con una sedia che mi fece scappare da ridere, una sedia gestatoria e mai nome fu più appropriato. Quel paramedico era un mio vecchio amico che non vedevo da almeno 16 anni. Ci siamo guardati stupiti: –Tu!– disse –Eh sì, io!– risposi tirata, e forse proprio per la sua presenza non volli sedermi sulla sedia e partii con una certa determinazione verso l’ambulanza. Mi vergognavo. Non era bello, camminare con un asciugamano malamente mimetizzato nelle mutande. Ma non mi piaceva farmi vedere preoccupata e in balia degli eventi.
Quella volta la tua pigrizia ci salvò. Non ti stavi impegnando nel parto, non volevi metterti in posizione, non volevi mettermi in allarme, non volevi farmi male, sembravi percepire che il parto normale ti avrebbe ucciso. Non importa il dolore che ho provato durante quelle lunghe otto ore che rimasi in travaglio, non importa quante mamme partorivano mentre io ero lì a pensare a te, col terrore di perderti senza immaginare che avrei potuto perdere anche me stessa.
Non importa il dolore, ma era importante il battito del tuo cuoricino, che mi rassicurava che tu c’eri e che potevo sentire passo passo quando lo stress per te diventava troppo forte. Nel pomeriggio, sudata e disfatta, mi accorgevo che la forza mi cominciava a venir meno, e dopo una delle tante visite, tu ti staccasti dal contatto e non udii più il tuo battito. Il medico accorse e mi disse sovrappensiero: –Non capisco, torna sempre più su.– Allora mi impuntai, no! basta, è assurdo aspettare, voglio un intervento cesareo. Chiamatemi il mio ginecologo. E così ti fecero uscire. Un bestiolino di 3 kili e 350 con un bel fiocco annodato di cordone ombelicale intorno al collo.
Il tuo disimpegno e la mia decisione ci salvarono e il medico me lo disse chiaro e netto. –Per fortuna siamo intervenuti altrimenti si strozzava.– Ebbravi che siete intervenuti (pensai io).
Mi tennero a lungo in sala operatoria per risistemare un “problemino” non meglio identificato che era intervenuto durante l’intervento. Ne venni a conoscenza 2 giorni dopo quando andai a sbirciare sulla cartella clinica. A tagliare erano andati giù duro e mi avevano decollato la viscica, cosa che può accadere, dicevano i medici, cosa vergognosa dicevano le ostetriche, ma quello era e mi dovevo sorbire i miei bei 12 giorni di post operatorio.
Ti vidi un attimo, dal vetro della nursery, non ti riconobbi, tra parentesi eri nato maschio e senza capelli ed io mi ero fatta che eri femmina e coi capelli rossi. Nessuno, credo, riconosca il proprio figlio, quando lo vede fare le boccacce, nei vestitini nuovi nuovi portati per l’occasione. Poi non so se era stata l’anestesia, io stavo morendo dal freddo e sulla pancia mi avevano messo una borsa di ghiaccio che non contribuiva a farmi sentire a mio agio e oltre a tutto provavo per me stessa e per quel piccolo una certa indifferenza. Ma sentivo che nella pancia si muoveva ancora qualche cosa ed era inutile, per quanto sapessi che tu eri oltre quel vetro, io non sapevo accettare che tu fossi staccato da me, non ci credevo.
La notte fu una notte atroce, non mi lagnavo mentre aspettavo di vedere le prime luci dell’alba, come se la luce del mattino avesse potuto quietarmi. Una ostetrica venne a visitarmi e dopo essersi messa le mani sui capelli mi disse: –Ma che aspettava a chiamarmi, non sente che è in un lago di sangue?– Eh no, che non lo sapevo, nessuno sa, la prima volta che ha un figlio, quanto dolore e quanto sangue deve perdere. Svegliò tutto il personale in servizio e tra punture e cambi di lenzuola, passarono le ore che mi restavano prima dell’alba.
Ed in effetti con l’alba incominciai a sentirmi meglio. Il sangue usciva in modo corretto, finalmente, e oltre tutto avevo anche un ottimo ricambio e non dovettero farmi una trasfusione. Non mi serviva niente di più che essere lasciata in pace. E il mio pensiero ti cercava tra le stanze dell’ospedale. Dov’eri piccolino mio? Perché non ti portavano dalla tua mamma? Volevo vederti, vedere quanti ditini avevi nelle mani e nei piedi, volevo guardarti bene in faccia per prendere le tue misure e per non scordarti più. Ero distesa ed impossibilitata a muovermi. Ghiaccio sulla pancia, catetere e flebo ed una spossatezza infinita. Finalmente un’infermiera entrò con quel fagottino tanto atteso, me lo posò sullo stomaco e mi disse di darti il seno.
Era comico, se non fosse stato così complicato, perché si sa che, una donna distesa, non riesce ad allattare un bambino neonato, soprattutto se ha una flebo su di una mano e il corpo inservibile. Eppure lo feci tentando una posizione che poteva scambiarsi con un tuffo carpiato. Tu mangiasti pigramente, tanto per affermare che questo sarebbe stato il tuo modo di essere. Le fatiche non erano fatte per te, ma me le dovevo sobbarcare io. Nel frattempo controllavo le tue manine perfette, il tuo naso schiacciato, la tua espressione seria e sussiegosa. Ma chi sei? Mi chiedevo intenerita. Già mi facevi sorridere, non avrei messo troppo tempo ad abituarmi a te.
Fu complicato con una mano sola levarti le due scarpine di lana per vedere se pure lì andava tutto bene, il numero tornava, e poi fartele indossare. Sì lo so che era sfiducia nei confronti di tutti quelli che alle mie domande mi avevano risposto: –E’ un bambino perfetto, di che si preoccupa.– ma dopo tutto perché avrei dovuto fidarmi?
Ti portarono via per pesarti e per cambiarti e mi annunciarono che la pediatra voleva parlarmi. –Signora mi spiace, ma il bambino lo dobbiamo ricoverare in pediatria, ittero precoce e poi il fegato, sa è un po’ troppo grosso, ma lei per caso non è che… scusi se glielo chiedo, ma… non è che beveva alcolici oppure si drogava?– Mi vene da pensare che se fossi stata in condizioni migliori le sarei saltata al collo, mica per baciarla, no, le avrei fatto solo un collarino stretto delle mie mani. –No, non bevo, non fumo e non mi drogo e non l’ho mai fatto in vita mia!– Lo devo aver detto con un tono incazzato perché si ritirò velocemente scusandosi ancora.
E ora mi portavano via il mio bambino. Adesso sì che cominciavo ad odiare il mondo. Vai a fidarti dei medici, tu ti ci metti in mano e loro ti riducono ad una bistecca sanguinolenta. Non mi persi d’animo, mi sarei alzata a qualsiasi costo e quel bambino l’avrei accudito io, e quando dicevo a qualsiasi costo era a qualsiasi costo davvero. Nel pomeriggio mi sedetti e misi le gambe fuori dal letto, la testa girava come una trottola, ma se qualcuno avesse vinto la guerra quella ero io.
Tentai qualche passo, ma il catetere mi teneva legata al letto. Ci riprovai alla sera e quando venne il ginecologo mi chiese come stavo, io risposi che stavo bene ma che avevo il seno che mi faceva un male del diavolo, lui fece portare la macchina per tirare il latte. Certo mi sentivo una mucca da latte, ma di latte ne avevo in quantità industriale, e cominciai a mandarne al mio piccolino biberon pieni. Chiedevo notizie del bambino e le infermiere cominciavano a capire che non mi bastavano notizie tranquillizzanti, quindi una mi disse. –Guardi, se domani se la sente, può, attraversando la sala parto, raggiungere un corridoio che sta tra l’ostetricia e la pediatria. Così non serve uscire e attraversare l’ospedale.– Non lo disse ad una sorda. La mattina dopo, all’ora della poppata, con in mano la sacca della pipì, passo dopo passo raggiunsi,sotto gli occhi esterrefatti delle infermiere, della sala parto la pediatria.
Non serviva che leggessi il tuo nome sul braccialetto, ti tirai su e ti cambiai per la prima volta, dopo ti pesai, ti diedi la poppata e ti ripesai, prima di andarmene ti ricambiai con una maestria che stupì le infermiere del reparto, –Ma quanti figli ha?– –Questo è il primo ed il solo!– Non sapevano che avevo cresciuto i miei fratelli e che dai sette anni in poi avevo fatto bagnetti, pappette, cambi di pannolini e distribuzione di succhiotti.
Non è difficile capire subito la natura del proprio figlio e neppure cosa gli piace e cosa no. Tu eri troppo serio, guardavi il mondo con un occhio attento, ma sembravi preoccupato. Di che? Della mamma che ti era toccata in sorte? Vai a saperlo. Ti piaceva farti cambiare e accarezzare, ma non amavi stare in braccio e non riuscivi a dormire a pancia in su. Ti mettevo a pancia sotto e ti addormentavi come un ghiretto. L’infermiera mi diceva –me ne sono accorta pure io, non si preoccupi, lo lasci così, succede ai bambini che subiscono un parto complicato.
Non sapeva che tu non avresti mai dormito se non a pancia in giù, mai amato stare in braccio alle persone che non conoscevi per paura di cadere, che non avresti mai fatto una capriola e che avresti sofferto di vertigini. Non parliamo poi dei viaggi in aereo. Un giorno, già grandino, ti apristi la cintura di sicurezza e senza tanti preamboli mi dicesti: –Io scendo!
Eri un bambino che non piangeva mai, e così crescevi. Sapevi controllare i tuoi istinti e le tue paure, bastava che ti rassicurassi, che mostrassi fiducia in te, che sminuissi gli incidenti. Era facile crescerti perché non cercavi mai lo scontro per capriccio. Eri ragionevole e mai ti lanciavi in avventure pericolose. Ti lasciavi spronare e io lo facevo sempre, rassicurante. Io credevo in te e tu in me. Questo era il nostro segreto. Non temevi l’acqua di mare perché io non la temevo. Sapevi nuotare fin da subito. Partisti a camminare a dieci mesi dopo una caduta madornale. Avevi capito che non era poi così difficile, al massimo si cade. Cominciasti a parlare con una proprietà di linguaggio che oggi potresti invidiare ed eri affettuoso ma senza troppe smancerie. Eri il mio bambino imperfetto, ma per me eri il bambino ideale, non avrei voluto nessun altro figlio che non fossi tu.
Ecco! oggi è il tuo compleanno. Ne sono passati 26 di anni insieme. Abbiamo vissuto, senza che lo volessimo, tempi difficili, ma non ci siamo mai pesati addosso. Io ti ho lasciato andare molto presto e ho seguito i tuoi passi da lontano. Ti ho amato prima di tutto e mi sono innamorata anche delle tue fidanzatine, dei tuoi amici, delle tue passioni, ma sono sempre rimasta a margine, so bene che tu sai che quando vuoi vieni e c’è sempre un abbraccio per te.
Inutile spiegare perché tra genitori e figli a volte si instaurino dei rapporti speciali. Ma io mi fido di te e tu ti fidi di me e questo è tutto.
Buon compleanno amore. io sarò sempre qui.
Mamma

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  1. Ok. Te lo dico chiaro. La descrizione del tuo orribile parto mi ha messo un enorme disagio. Non scherzo, mi e’ girata la testa. Anche rabbia, ma che razza di personale medico? Anch’io ho avuto due parti difficili, due cesarei di emergenza. Ma un personale medico eccezionale, ineccepibile. Niente titubanze per la sala operatoria. Mi hanno fatto alzare il giorno dopo (per evitare trombosi alle vene delle gambe, mi e’ stato poi spiegato, una comune complicazione delle operazioni addominali se la circolazione non viene “riattivata” entro 24 ore dopo la sala operatoria), giu’ dal letto, via catetere, dignita’ prima di tutto. Niente flebo. Una tazza di te’ caldo di fronte e le inferiere che ti viziavano in continuazione (ci tengo a precisare che era un ospedale pubblico). Metodi medici diversi, vedo 😉
    Ma il disagio provato nella lettura e’ testimonianza di quanto noi donne siamo disposte a dare per i nostri figli. Il nostro corpo, la nostra vita. Lo facciamo da sole. Quelle di noi piu’ fortunate hanno compagni che condividono il momento, i dolori, le ansie. Per carita’, il padre dei miei figli era in sala operatoria (seppur titubante). Ma soprattutto per il secondo parto non si e’ mai privato di farmi sentire in colpa perché io me ne “stavo comoda” per cinque giorni in una stanza d’ospedale mentre lui doveva fare tutto a casa con il primogenito.
    Perché deve essere cosi’? La tua descrizione chirurgica dovrebbe essere stampata e volantinata e tutti gli uomini che si comportano cosi’.
    Sei stata coraggiosa. Tu e tuo figlio vi meritate 😉 Sei riuscita a crescere tuo figlio in adulto completo,nonostante tutte le difficolta’ ed i dolori. Ti ho sempre detto che ammiro il tuo coraggio, che io non ce l’avrei mai fatta.
    Per cui, in questo compleanno, mando un forte abbraccio a te ed al tuo affascinante figlio ;), celebrate bene e godetevi la festa. Che ve la meritate.

    • Cara Martina, non credo di essere stata particolarmente sfortunata quando aspettavo mio figlio. Ho avuto una gravidanza incredibile, mi sentivo motivata ed imbattibile. Il parto poteva essere veramente un disastro, questo sì, come immagini 26 anni fa l’ecografia in Italia era un sistema innovativo, ma veramente era l’unico metodo di indagine sul feto ed era molto approssimativo. La tristezza degli ospedali italiani è che il personale medico e paramedico pur essendo professionale, forse per lo stress da lavoro, o per un cattivo condizionamento sociale, non riesce ad essere gentile ed empatico. Se devo essere sincera le ostetriche sono molto più umane dei ginecologhi e questi ultimi fortunatamente sono presenti solo al momento del parto. E qualche volta questa cosa era una fortuna.
      Credo che in Irlanda il sistema sanitario sia diverso, almeno da quello che tu dici. Un po’ mi sembra strano perchè in un paese così condizionato dalla religione, mi stupisce che esistano posti dove le donne vengono coccolate ed aiutate. Ospedale pubblico peraltro. Ma mi pare che il wellfare da voi vada molto meglio che da noi, contributi per madri single, avvocati gratuiti, uffici di collocamento che funzionano ecc. Come qui di certo 😦
      Grazie per gli auguri, ma non ho il piacere di festeggiare con il piccoletto, oggi ultimo esame e parte la tesi di laurea. Quindi a firenze ancora per un po’ di giorni. Solo auguri telefonici ma va bene lo stesso 🙂
      Un abbraccio
      Ross

  2. Tanti auguri a madre e figlio “pigro” (mica tanto, se si sta laureando…). Che bravo. 🙂
    E poi è un cancerino come me, quindi mi è ancora più simpatico!
    Un abbraccio affettuoso
    Marisa

    p.s.
    Gli ospedali italiani non sono cambiati granché, ho partorito tre volte e ho vissuto e assistito a cose incredibili.
    Ovviamente parlo del centro-sud, mi risulta che in Emilia l’epidurale sia di facile accesso anche per il cesareo.

  3. Beh, che festa migliore c’e’ del sollievo dell’ultimo esame e la certezza della dirittura d’arrivo? Ottimo compleanno! 😉

  4. Naturalmente… il buon compleanno l’ho fatto a lui. Spero che l’abbia trovato. Per il post… Beh! non so cosa avrei fatto ma so cosa ho fatto. La mia, allora non ancora ex, ha scelto l’ospedale meno peggiore. Grazie alla mia proverbiale fortuna tutto è andato bene. Parto “normale”. Naturalmente io c’ero ed ero presente. Presente è un termine impegnativo così come bene. Naturalmente i dolori e le spinte le ha avute quasi solo lei. Ero nella confusione più totale. Con la stessa pezzuola le bagnavo le labbra e tergevo la fronte. Le tenevo la mano. Lei ha avuto tutte le paure così ben descritte. Al punto comincio a credere che siano di quasi tutte le mamme. Le ha contato tutte le dita, ma Sara è nata sana e perfetta. Anche lei in ritardo epocale, con comodo. Comoda è rimasta. Si può sempre fare di più ma non ho dato motivo di rimproveri. Vederla nascere è stato uno dei momenti che non si possono mai dimenticare. Forse il più bello in assoluto. Chi non l’ha avuto, per sua volontà, non sa cosa si è perso. Certo è più facile fare il padre. Degli aspetti negativi del fare il padre non mi sembra il luogo di parlare. Magari un altra volta. Baci alla madre del “mio bambino”. 😉

  5. Ross, l’Irlanda, pur essendo condizionata dalla religione, ha la “fortuna” di essere vicinissima, quasi attaccata geograficamente e culturalmente, a quel gigante laico e progressivo che e’ la Gran Bretagna. In cima a tutto cio’, ha il vanto di avere le infermiere meglio preparate d’Europa (e qui confermo per vissuto personale e perché effettivamente la laurea per diventare infermieri qui e’ piuttosto difficile). Il mio era un’ospedale pubblico ma totalmente ginecologico/ostetrico, ovvero completamente specializzato in parti. Solo degenti donne ;). Si aveva un’epidurale con uno schiocco di dita. decisamente, un’altra cosa soprattutto considerando certe storie dell’orrore che alcune mie amiche italiane mi raccontavano sui loro parti. Quest’esperienza irlandese e’ stata decisamente positiva 😉

    • Beh almeno ti sei risparmiata alcuni assiomi degli opedali italiani con un reparto di ostetricia, tipo “I figli vengono così, prima il piacere e dopo il dolore…” “Dai dai che anche le altre prima di te hanno partorito, mica sono morte!” oppure “Dai stai buona e spingi che non abbiamo tempo da perdere.” Personalmente avevo le due ostetriche di turno che mi venivano a chiedere qualche volta come stavo, perchè non volevo nessuno vicino e non mi lagnavo anche se capivano dalla respirazione che avevo doglie troppo ravvicinate e che non riuscivo a riprendere fiato. Una ad un certo punto è sbottata mentre lasciava il mio letto “Cazzo, fanno così perche sono uomini e non hanno mai provato sul loro corpo a fare un figlio!” Ovviamente lei aveva capito dall’andamento che sarei finita in sala operatoria e se fosse stato per lei non mi avrebbe neanche messo sotto parto pilotato. A quel tempo niente epidurale, bisogfnava soffrire altrimenti si perdeva il bello 😉
      Oggi l’epidurale solo dalle 8 alle 20, se ti succede di notte cavoli tuoi.
      Sì penso anche io che la G.B. abbia qualche buon influsso sull’Irlanda.
      Bacio

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