Mario

La Zona “del silenzio e della solitudine”

In Donne, uomini on 30 giugno 2010 at 7:42

Non sono brava nei sunti, ma l’argomento lo avevo lanciato qualche tempo fa con il post “Fingere” dove asserivo a mezzo raccontino che le donne si confessano tra di loro, parlando anche liberamente della loro sessualità. Non solo, molte asseriscono (e i dati li avevo ricavati da una inchiesta web) che le donne molto spesso fingono il piacere per non deludere e creare problemi al compagno.
La discussione sull’argomento non era stata esaustiva e proprio per questo avevo proposto un altro raccontino fantastico dove immaginavo degli uomini che si ponevano la domanda: “Ma le donne fingono?” e se sì “Perchè?”. Un altro post “l’altra metà del cielo si confida” apriva un nuovo scenario. “Ma gli uomini si pongono queste domande?” e se sì, “lo fanno parlando fra di loro?” Ancora una volta la risposta non era chiara. Gli uomini tra di loro si dipingono come “amatori indefessi” e il problema è solo degli “altri”.
La provocazione la raccoglie Bruno del blog “Ponterosso con il commento post “il piacere e la finzione, una lettura sociale al maschile“.
Oggi, come promesso, Bruno invia un altro approfondimento sulla funzione della comunicazione relativamente alla sessualità e all’isolamento fra generi diversi.
Riporto qui di seguito l’intervento.

“Dobbiamo ragionare proprio su questa ovvietà, cioè sull’esistenza di un non detto che ci parla proprio dei motivi per cui la finzione ha ragione di esistere”.
“Tutto questo a me fa pensare che esista una specie di zona “del silenzio e della solitudine” all’interno dei rapporti uomo/donna , donna/uomo, in cui ognuna delle parti si accontenta di parlare… con sé stessa, oppure in cui la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci induce a mantenere ognuno nella convinzione che il problema sia …dell’altro”.

Cara Ross , caro Mario,
rileggendo quanto avevo scritto mi sono soffermato su queste due frasi, che mi permettono di ripartire con il ragionamento. Alludevo qui all’esistenza di un “non detto” e a “la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci” per riferirmi alla presenza nelle nostre vite di quel pianeta chiamato inconscio, che opera ed agisce sui nostri comportamenti quotidiani e che continuamente ingaggia il confronto e lo scambio con la nostra parte razionale, cosciente. Volevo con questo cercare di attirare l’attenzione di chi legge sul fatto che, forse, proprio in quello che consideriamo l’aspetto più intimo del nostro relazionarci al mondo (il rapporto d’amore), si manifesta in modo più pregnante e decisivo (per le nostre scelte) quella parte “ereditata” di cui il nostro cervello e le nostre emozioni sono pervase, ma di cui non riusciamo a darci ragione, e che però tendiamo spesso a “spiegare” con motivazioni puramente ideologiche, cioè non pertinenti ai fatti specifici, e che hanno sovente funzione soltanto rassicurante.
Non voglio qui appesantire il discorso con citazioni, ma è per me pacifico che su questo tema ci sono (in psicanalisi e psichiatria, oltre che nella letteratura) pagine e pagine di tentativi di interpretazione, ognuna con più o meno buone ragioni. Preferisco invece discorrere come se fossimo all’anno zero in materia, e provare a trovare le parole più “elementari” per dirlo. La domanda che mi sono posto , entrando in questo dibattito, riguarda i motivi per cui due “sessantottini” maturi abbiano pensato (ognuno seguendo strade diverse) di cimentarsi con temi come la finzione e la gelosia ritenendoli significativi per il presente che stiamo vivendo, e quindi possibili oggetti di incontro e comunicazione con altri nel mare infido della rete… La prima risposta (banale) che mi sono dato è che questi temi fanno parte del loro vissuto. La seconda è che, sicuramente, il tema è trasversale nella vita di tante generazioni di “giovani” che il ‘68 l’hanno solo conosciuto dai libri o dalla musica, e di conseguenza sembra naturale pensare che debba poter coinvolgere. Ed anche che l’uso del racconto potrebbe facilitare questa possibilità di incontro.
Ma a quale scopo ?
Forse la domanda potrebbe essere: perché, ed in quale senso, questi temi sono tanto “attuali” , proprio nell’ottica di quanto gli anni Sessanta avevano fatto intravvedere come possibilità di “liberazione” dal peso della tradizione? E perché riguardano molto da vicino i comportamenti sociali di ognuno di noi, ed influenzano gli stereotipi attuali nella relazione tra i sessi, nel giudizio sociale diffuso sulle “donne” e sugli “uomini”? E soprattutto: come vanno letti e presentati nel contesto sociale attuale per renderli significativi agli occhi dei più ?
Una breve digressione prima di entrare in materia su queste domande.
Una decina di anni fa ero rimasto colpito da una dichiarazione di Gustave Flaubert “qui” il quale, di fronte allo scalpore pubblico suscitato dal suo Madame Bovary, ed al processo che ne era seguito, ad un certo punto aveva esclamato “mais Madame Bovary c’est moi!”, quasi a voler allontanare il sospetto che egli avesse voluto descrivere un fenomeno sociale diffuso, un ritratto della piccola borghesia che ne metteva in luce miserie e preconcetti. Flaubert tuttavia centrava (forse per la prima volta in modo così esplicito) una descrizione letteraria sui desideri “segreti” di una donna che, reclusa in un matrimonio che le nega il valore dei propri desideri erotici e sentimentali, cerca una illusoria via di uscita negli “amanti” che idealizza, finendone travolta.
Quella frase però mi aveva incuriosito, tanto da divenire il motivo che mi ha portato, (dopo aver per tanto tempo letto soltanto quanto si diceva su questo romanzo), a leggermi per intero quest’opera, scoprendovi altro. Dopo aver letto il libro, quella frase l’ho interpretata poi come una “confessione”: Flaubert parlava realmente di sé stesso descrivendo la signora Bovary. Ma come? Può un uomo entrare nella psicologia di una donna e descriverne minuziosamente i pensieri reconditi senza travisarne la natura, facendo riferimento alle proprie esperienze? È questa la grande obiezione del femminismo “radicale” che coglie un aspetto importante, ma a mio avviso non decisivo, del problema, nel contempo occultandone un altro. E cioè che la “differenza” non è solo di natura biologica ma culturale (sociale in senso lato), anche se si costruisce man mano sopra una differenza che riguarda il biologico, oltre che su una diversa sensibilità all’uso dei linguaggi (verbali e non) nella comunicazione interpersonale, anch’essa però ereditata dalla storia dentro le società patriarcali. Ma non è questo il punto che qui interessa (su quella frase del resto ci sono in rete mille interpretazioni diverse possibili).
Voglio invece portare l’attenzione sul fatto che Madame Bovary è stato forse il romanzo “sociale” che più ha fatto discutere la società della seconda metà dell’Ottocento e oltre, proprio perché metteva al centro la storia di una donna e dei suoi desideri di trasgressione delle regole, entro il contesto reale della società borghese dell’Ottocento, inserita in quella “piccola borghesia” che sarà poi la base di massa del nazionalismo, che ad inizio ‘900 sarà condotta in massa al massacro del Iª guerra mondiale, in nome dei valori Dio, patria, famiglia (così come in altre società europee cosiddette “cristiane”).
Quindi non una descrizione delle “condizioni della donna in generale”, ma al contrario quella di una “donna calata in un contesto relazionale concreto di una determinata società, le cui scelte “al femminile” non potevano che essere condizionate dai valori di quella società”.
Perché ho voluto fare questa citazione su quella prima opera di Flaubert (scritta tra il 1855 ed il 1857)? Non tanto per il contenuto in sé della storia, quanto piuttosto per evidenziarne il metodo descrittivo utilizzato dall’autore. E di questo preferirei parlare nel mio prossimo intervento (il presente essendo già troppo lungo…) A questa motivazione vorrei però aggiungere anche un altro fatto cui tengo molto. Alla fine degli anni ‘50 frequentavo il Magistero a Torino ed un professore (modesto quanto capace) che insegnava storia della pedagogia ci parlava di una cosa che allora appariva lontana dai miei orizzonti, ma che poi mi è rimasta: la grande letteratura europea come fonte di conoscenza, la capacità di un grande romanziere di dire e mostrare cose che nessuna “scienza esatta” è in grado di esprimere. Questa corrente di pensiero era stata sviluppata in quegli anni da Enzo Paci, il filosofo che attraverso la sua rivista Aut Aut ed i continui colloqui con i suoi allievi all’università di Milano aveva valorizzato proprio la letteratura come strumento di approfondimento per la conoscenza tout court, e questo nell’ambito di una personale rilettura della fenomenologia e del marxismo. E siccome sono arrivato qui, al punto più critico di questo mio intervento, qui mi fermo aspettando di poter leggere le vostre prime considerazioni.
Un caro saluto.
Bruno

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  1. Non siamo ancora entrati nella polpa della questione e abbiamo già sparso fiumi di inchiostro sulla modalità di espressione. E’ molto interessante riflettere su come un romanzo, un’opera letteraria possa essere più ricerca della “verità originaria” che cento trattati specialistici di psicologia o sociologia. Vero è che un libro come Madame Bovary oppure un racconto senza pretese nel mio blog può diventare un modo di spingere a delle riflessioni più specifiche e mature delle varie questioni attinenti alle relazioni.
    Perchè proprio oggi? C’è necessità di interrogarsi sulla sessualità o meglio sulle relazioni e modi di comunicare tra i due generi?
    Inutile affermare che noi uomini (e donne) siamo frutto delle nostre esperienze e della formazione morale che ci viene proposta dalla società o meglio dalle idee dominanti della società in cui siamo cresciuti.
    I giovani d’oggi sono diversi e probabilmente non sentono la necessità di confrontarsi o men che meno di porsi la domanda banale se e come sono adeguati alla sessualità dell’altro. Non credo che si tratti di superficialità dovuta alla semplificazione delle loro regole di vita, piuttosto da una diversa forma “morale” proposta.
    La mia formazione politica prevedeva una considerazione storico-sociale marxista. Le idee e la storia del mondo sono dipendenti dai rapporti “economici” e dai contrasti delle classi sociali. Ma come comprendere oggi una simile filosofia se le classi non esistono più. Se il valore delle “merci” non è determinato più dal lavoro di chi non possiede i mezzi di produzione, ma da una quantità di altre “qualità” come riuscire a dialogare con la stessa terminologia , lo stesso vacabolario di questi tempi? Ecco che il racconto non comunica più, perchè non usa le stesse metafore e non tocca gli stessi gangli che vengono toccati a chi questo vocabolario lo possiede.
    Per ora mi fermo qui
    Ma non sono finite le riflessioni a dopo
    Ross

  2. Premetto che non ho mai creduto che le “scienze esatte” esistano. I risultati, in qualsiasi disciplina scientifica, sono sempre soggetti ad interpretazione. Soprattutto i risultati di scienze che scienze non sono, come ad esempio le discipline che si interessano ai comportamenti umani. Per cui, questa discussione potrebbe andare avanti all’infinito (e scommetto che ci andra’ :D). Per cui ben venga Madame Bovary (che lessi circa 30 anni fa, e’ ora che lo riprenda in mano ;)), almeno e’ un’interpretazione gia’ bell’e’ che elaborata dall’autore.
    E adesso vengo con la mia, solita e catastrofista, ermeneutica dei rapporti tra uomo e donna. Che Flaubert in confronto era un buontempone.
    Premetto ancora una volta che non sono un’esperta in materia. Le mie poche esperienze negative non possono certo portare un contributo costruttivo, per cui ci devo mettere dentro un po’ di foraggio accademico.
    Io sostengo la sostanziale incomunicabilita’ tra i due sessi. Anche e soprattutto in materia sessuale. Letteralmente, due lingue diverse. La “liberazione” della ssessualita’ femminile (virgolette ahimé ciniche ma dovute) provocano ansia da “prestazione” all’uomo spodestato dal suo piedistallo Freudiano.
    I due generi non comunicano: annaspano. Necessitano traduzione simultanea. Il “cosa fai stasera” non significa “voglio un figlio da te”. E per par condicio “voglio starmene un po’ per i fatti miei” non significa “ti detesto e mi sto scopando un’altra”.
    C’e’ troppa ansia, troppa incomunicabilita’. Troppa esigenza. Spesso la “relazione” viene imposta dalle convenzioni sociali anche dove non c’e’ innamoramento. Perché bisogna accoppiarsi senno’ si rischia lo zitellaggio. O se sei uomo single sei sfigato o gay. Pensate che siano stereotipi? Ripensateci. Guardate quante coppie che non dovrebbero stare insieme che lo sono perché trascinate da una serie di eventi a loro semplicemente contingenti e non voluti. Io ne sono stata un esempio ma ne vedo a maree. Matrimoni per “non dispiacere la mamma”, figli frutto di “incidenti programmati” di manipolazione e terrore di perdere il partner. Occasioni di felicita’ buttate all’aria perché una volta incatenatisi in una relazione di inerzia e pseudo conforto non ci si guarda in giro.
    E la sessualita’ ne consegue. In genere, in queste relazioni, muore. Se la si cerca altrove, sopravviene la paura delle convenzioni sociali. Si rischia l’opposto, che diventi spicciola e senza intensita’. Insoddisfacente in tutti i casi.
    Scenari apocalittici? Forse. La nostra societa’ si e’ incancrenita in convenzioni che eccedono da un lato all’altro. Se sei giovane partecipi all’orgia del consumismo sessuale e non hai scampo. Se passi i 40, badi ai figli e ti guardi le smagliature allo specchio.
    Nessuna via di mezzo. Non ci si sorprenda se Madame Bovary fa la fine che fa.
    So che non sarete d’accordo. E vi do ragione 😉

  3. Come mi aspettavo da Martina, essendo donna lei ci si infila nel bel mezzo della polpa.
    E giustamente questo era il tema iniziale. Sono in grado gli uomini e le donne di avere scambi relazionali alla pari? Di proporre e sostenere relazioni più o meno durature senza doversi raccontare storie o fingere oppure giustificarsi.
    Perchè la donna vive la dicotomia di tentare di arrivare alla verità e nascondere la propria capacità sensoriale in quanto non confacente al suo genere?
    Perchè l’uomo non può mettere in discussione le sue capacità relazionali? Perchè ancora non riesce a mettersi in discussione e condividere con gli altri questa zona d’ombra.
    Esistono molte donne convinte di essere frigide perchè non riescono ad essere appagate da uomini frettolosi, incapaci, egoisti. Esistono donne davvero frigide perchè non sono mai riuscite a raggiungere o mettere a fuoco la loro libera sessualità.
    Esistono uomini con problemi di erezione o di impotenza. Molto spesso è proprio, come dice Martina, l’ansia da prestazione,oppure la paura del giudizio delle donne che li rende così.
    Perchè le due parti non riescono a comunicare il loro disagio? Perchè la donna preferisce fingere per darsi un minimo di normalità o per non ferire il compagno. Perchè un omo non può essere in grado di affrontare una sessualità che vola basso confrontandosi o con la compagna oppure con un altro uomo?
    Educazione? Superficialità? Paura? Frustrazione? Incapacità di risalire all’origine dei mali? Oppure semplificazione dei problemi? Non ho mai raccolto la confidenza di un uomo che mi dicesse che non riesce più a provare interesse per il sesso, ma di donne invece moltissime. Ho invece ricevuto da un giovanissimo la richiesta d’aiuto che lo aiutasse a superare alcune “difficoltà” sue e della sua partner, nessuna paura di essere considerato incapace e poco esperto. Questo mi fa pensare che la sessualità dei giovani sia più diretta e meno devastante a livello psicologico, Ma come fare a basarsi su di un unico caso?
    Butto sempre domande e non do risposte. Dovrò prima o dopo prendermi punto su punto e spiegare quali siano i procedimenti mentali di tutti e due i generi. Ammesso che una donna riesca a parlare per un uomo. Ma Flaubert ci insegna che si può e allora perchè io non posso 🙂

  4. No, non penso che noi possiamo parlare per gli uomini. Siamo davvero due universi paralleli. Le relazioni “di successo” infatti consistono in questo: nel non cercare di tradursi, nell’imparare la lingua straniera e cercare di parlarla senza approfondirne la grammatica. E senza neanche cercare di coglierne la semantica. Accettarla cosi’ com’e’. Questo non significa che non ci possa essere dialogo. Il dialogo infatti significa comprensione. Se un uomo poi addirittura si apre con la propria compagna riguardo ai suoi problemi, che siano sessuali o no, allora quello e’ vero amore. Perché le barriere dell’incomprensione sono cadute. Ma di vero amore, come ben sai, c’e’ ne uno su un milione. Sono pochi gli amanti che riescono a denudarsi totalmente uno di fronte all’altra, e non parlo solo di vestiti.
    Non penso neppure che gli uomini possano parlare la nostra lingua. Flaubert ci prova, ma ci riesce? Cosa ci assicura che la sua Bovary non sia solo la protagonista di un enorme romanzo d’appendice?
    In fondo parliamo di vita vera, non di romanzi o film di hollywood. Parliamo di neonati che strillano la notte. Di partner stressati. Di rughe e di seni cadenti. Del non avere un minuto di tempo per farti una doccia la mattina, figurati l’andare a cercarti un amante.
    La vita vera richiede un impegno quotidiano che spesso non lascia spazio a tentativi di comunicazione. Il disagio ce lo teniamo, se l’altro non lo vede ed allora diventa un male che non perdona e che alla fine ci lascia disabili. Da qui l’incomunicabilita’ essenziale, non solo tra i generi ma spesso anche tra le persone.
    Certo, le mie riflessioni sono dettate da vissuti personali amari. Che mi hanno portato a rinunciare ad una comunicazione che non sembro in grado di gestire.
    Eppure ho molti amici uomini. Quello riesce bene. Perché? Perché l’amicizia non richiede interpretazione. E’ supporto pure e disinteressato. Non ci sono secondi fini, non ci sono dinamiche di possesso. Non c’e’ paura di fraintendimento. La chiave e’ tutta qui, forse. O forse, ancora, non e’ cosi` semplice.

  5. Già il dialogo pare farsi confuso, diventare confessione.
    Due frasi mi hanno colpito:
    Ross: Martina, essendo donna lei ci si infila nel bel mezzo della polpa.
    Martina: Perché l’amicizia non richiede interpretazione. E’ supporto puro e disinteressato. Non ci sono secondi fini, non ci sono dinamiche di possesso. Non c’è paura di fraintendimento.
    Affermazione forte quest’ultima. Chi ha amato un amico vi ha scoperto un’altra persona. Così come chi corteggia è altra persona (si mostra diverso) dall’amato.
    Quando dipingo mi capita di schizzarmi, di sporcarmi. Nel gesto i colori hanno una loro (passiva) partecipazione. Non mi è mai passato di pensarli responsabili delle macchie.
    L’uomo (nel senso dell’animale umano) ha una qualche partecipazione alle proprie scelte. Cinicamente dovremmo affermare che se la vita è la ricerca della felicita ne percorriamo le strade cercando di non incontrarla, quella felicità; amando farci del male. Sfidando la sorte. Facendoci fascinare dall’emozione che da la sofferenza e il dolore. Cinicamente dovremmo evitare l’incontro amoroso, invece ne siamo costantemente ed affannosamente alla ricerca.
    Allora, quando si era ragazzi (e come si sa la vita sociale tra i ragazzi è più frequente, traccia solchi più profondi, vi è maggiore “promiscuità”) alcuni si adattavano di più alle regole del gruppo (potrei dire del mio gruppo). Quegli “amici” poi si sono mostrati persone diverse (le regole erano mie). Hanno scoperto di essere diversi. Ci si adatta sempre, più o meno in parte, alle regole dell’ambiente. Diffido di chi inizia una frase dicendo “Non perché sia razzista”. La finisce sempre sostenendo una tesi razzista.
    Le due metà del cielo non hanno nessuna uniformità al loro interno. Nelle loro differenze sono all’interno frantumate. Non ho nulla da rimproverare alle donne. Ho persino pochissimo da rimproverare alle mie donne (comprese le ex e le “amiche”). Posso rilevare quello che colgo come vizio in un soggetto. Lo faccio allo stesso modo anche quando è di genere diverso. Qui vorremmo parlare del problema non del portatore.
    Ho vissuto con una donna gelosa, quando non fa che tutte lo siano. Vivo con una donna generosa, e lo è eccezionalmente. Ho conosciuto donne sensibili e tenere; nemmeno questo è generalizzabile. Noi discorriamo e discutiamo perché siamo due esseri diversi. Più che diversi per genere due esseri diversi e punto. Due che possono avere pensieri e idee diverse, cioè divergenze, che cioè possono pensarla in modo differente (su questioni periferiche). Politicamente siamo dalla stessa parte ma in modo differente. Nemmeno questo è imputabile al genere. Ci sono cose che io uomo, in quanto essere umano, non ho rivelato mai al mondo. Forse ci sono cose che non ho mai rivelato a me stesso. Dove mi ha portato il cuore non è dove mi avrebbe portato il cervello. Non che uno fosse più attendibile dell’altro.

  6. Finalmente un uomo in questa discussione! 😀
    Neanch’io ho nulla da rimproverare agli uomini. Io amo gli uomini. Ho uomini tra i miei migliori amici. Ho sempre lavorato meglio con colleghi uomini che con donne, lo dico sinceramete, li ho trovati onesti, senza secondi fini (di carriera, intendo! :D) o gelosie, diretti.
    Ma veniamo al nostro dibattito.
    Adesso si parla di amicizia, benissimo, perché nella mia scala di valori è il più forte dei legami umani. Io ho esperienze diverse. Non ho scoperto altre persone che non mi aspettavo, negli amici veri. Pur senza implicazioni sessuali 🙂 gli amici veri (quelli senza virgolette) si sono sempre denudati di fronte a me. Ho il conforto sereno, ogni volta che parlo ad un vero amico/a, della certezza di non venire fraintesa.
    Allora perché? Perché un amante non può essere anche, anzi, prima di tutto un amico?
    Ho cercato di darmi spiegazioni, ma forse sono io che sono sbagliata. Certo, io amo farmi del male, chi mi conosce bene lo sa. Pensi che abbia perso il vizio? Non discerno cuore e cervello, l’ho detto più volte. In tutto, nella vita, agisco con impulso. In un uomo mi attira testa e sensualità (ed allora molti si chiedono come abbia fatto a mettermi con il mio ex-marito, ma questo è spunto per un’altra discussione sulle dinamiche masochiste delle donne 😀 ). Non discerno.
    Lo so, è un problema perché non metto a fuoco.
    Ecco l’incomunicabilità.
    Succede a volte anche con gli amici, ma gli amici veri rimangono. Mi conoscono a fondo, sanno che sono così. Non hanno bisogno di spiegazioni. I miei amici migliori, quelli che considero parte della mia famiglia, hanno subito i miei tradimenti, le mie discussioni folli in passato. Sono rimasti, atarassici. Rocce nella mia vita, punti di riferimento. Sono stati (e sono) per me ciò che non ho trovato in un partner. In un compagno.
    E qui il nocciolo: perché è così difficile trovare un compagno? Una persona che ti tenga la mano durante la vita? Tu dici: abbiamo partecipazione alle nostre scelte. Parole sante. Siamo i fattori del nostro dolore. D’accordo al 100%. Attiriamo i partner sbagliati perché siamo noi sbagliati. E, diciamocelo chiaro, una coppia come la vostra, tu e la tua generosa donna, si trova ogni 10 milioni di coppie. Siete un caso. Una mosca bianca. Per usare un termine della tua compagna, una “botta di culo”.
    Parlo da fondo di un bicchiere amaro, lo so. Sono la contraddizione che tu descrivi, dovrei evitare a tutti i costi l’incontro amoroso ed invece ne sono in affannosa ricerca. Una questione ormonale, di istinti? Forse. Qual è la soluzione? C’è una soluzione?
    Me lo sentivo, che questo dibattito sarebbe continuato all’infinito. Ma non siamo forse uomini e donne che cercano di comunicare tra di loro? 😀

  7. Io e la mia compagna…
    allora fui, e soprattutto fummo, traditi da un amico; da un caro amico. Poi lui si mostrò molto diverso dal prima, ma chiedi a lei. Si mostrò come l’immagine migliore di me. Poi diventò geloso e la nascose al mondo. Si mostrò egoista. Supponente. Mi fermo perché l’ho trattato fin troppo bene. Su come finì allora ci mettemmo entrambi del nostro. Ci siaqmo ritrovati, come sai, 41 anni dopo come fosse solo un giorno. Ci ha separato la nostra stupidità. Ci ha fatto ritrovare la fortuna e il caso. Quello che ci abbiamo messo è stato la minima parte. Quello che ci mettiamo… spero basti.
    A guardarmi indietro non ho grossi rimproveri per gli altri ne pesanti rimpianti. Ricordo più facilmente i momenti belli e felici. Certo che ho avuto culo e non farò mai abbastanza per meritarlo. Ho splendidi amici ma conosco molti altri amici “veri” che hanno tradito.
    un abbraccio (ma certo non ho consigli)

  8. Cari amici e compagni 🙂 l’ultimo termine l’ho aggiunto perché mi sembra giusto tributarci un doppio ottimo valore in tempi in cui pure chiamarsi compagni e/o avere un compagno sembra avvilente. Sembra impossibile, ma un discorso del tipo innescato qualche post fa, sulla finzione e sul suo provocatorio effetto tra i due generi, non può prescindere dal vissuto personale, almeno questo diventa più evidente quando il discorso viene recepito da una donna.
    Qui non si tratta di suddividere uomini e donne in capaci od incapaci di parlare della propria sessualità, si tratta di valutare il perché esiste la difficoltà di parlarne con la stessa libertà. Mi pare improbabilmente ascrivibile alle differenze educative e antropologiche dei soggetti, sarei più propensa a attribuire questa differenza a questioni psicologiche o sociologiche che non possono essere condivise tra sessi diversi.
    Tutto questo ha solo una valenza generale. Prendendo caso per caso invece il discorso si articola e complica molto di più. Difatti ogni uomo/donna non può prescindere dal suo vissuto personale, ma anche sociale e reagisce agli stimoli come il suo substrato gli consente.
    Andando nello specifico, ma sempre con un occhio al genere, le donne sanno essere più pratiche e tendono alla sostanza delle cose, pertanto sono meno speculative e sanno estraniarsi meno dal loro vissuto (forse anche perchè lo accettano di più o forse no). Gli uomini affrontano sicuramente meno volentieri un’autoanalisi diretta e prediligono sostenere i discorsi a livello concettuale, non personale.
    Come dicevo questo in linea di massima, ma le varianti sono molte e spaziano da una metà all’altra del cielo.
    Ma adesso ragioniamo: abbiamo una coppia in una relazione affettiva duratura e importante, a parte un iniziale forte desiderio di compiacersi, in seguito il tempo e l’abitudine possono radicalmente cambiare il loro rapporto. Sia la donna che l’uomo provano meno attrazione, si barcamenano. La donna non arriva al piacere e credendo di assecondare il compagno mostra più entusiasmo di quello che prova. L’uomo si giustifica con stanchezza fisica, stress di lavoro, sonno e quant’altro per le defaliance nel rapporto sessuale. Ambedue fingono e non ammettono che la verità è che hanno una caduta consistente della libido.
    Probabilmente in questo caso se procedessero a cambiare partner ovvierebbero per un altro lasso di tempo alla poca passionalità.
    Ci sono coppie affiatate che toppano sul rapporto sessuale per una discronia dei tempi del piacere. Ci sono coppie che hanno poco da dirsi e da condividere che zompano sul letto come conigli. Come già detto ci sono donne frigide e uomini poco passionali o disinteressati. Ci sono moltissime situazione di difficoltà di erezione o impotenza nell’uomo, ma anche di difficoltà di vivere liberamente il piacere nella donna.
    Conosco personalmente una coppia che nei loro rapporti prematrimoniali (sul matrimoniale non mi sono pervenute notizie, ma se tanto mi da tanto non credo sia cambiato molto) lei riusciva a avere un orgasmo solo simulando uno stupro. In questo caso lei superava le sue difese psicologiche deresponsabilizzandosi. Di lui non saprei, ma credo che la cosa lo soddisfacesse abbastanza, visto che la coppia dura nel tempo.
    Esistono donne che hanno sostituito alla libera sessualità, la maternità, come se il sesso fosse un mero atto procreativo. Uomini che hanno bisogno di forti stimoli visivi, olfattivi ed emozionali per arrivare al piacere.
    Che dire? Sarebbe opportuno che nelle coppie ci fosse più dimestichezza nel parlare, nel condividere anche problemi di questo tipo, ma stranamente sembra che questo argomento sia un tabù. Una donna si sente in colpa, un uomo si sente annientato, deriso, svilito.
    Probabile che su questo intervenga la cattiva educazione che abbiamo ricevuto, le brutte abitudini e l’incapacità di sviscerare i problemi fino al nocciolo reale.
    Comprendo che i vissuti conducono a delle “devianze” difficili da spiegare: donne per esempio che non si abbandonano al sesso per non perdere il controllo della situazione, uomini che vogliono soddisfare il piacere solo con donne delegate a questo, come ad esempio le prostitute, ma anche uomini che vengono attratti dall’amore perverso (viados), ma anche dall’omosessualità.
    Esistono anche quelli che trovano appagamento nella pedofilia, troppo facile vedere in loro il godimento sul possesso e sul dominio di un essere debole che non può difendersi.
    Poi chissà quanti altri casi mi dimentico, volontriamente od involontariamente che sia.
    Personalmente appartenendo alla generazione che per prima avrebbe dovuto godere della capacità di fare sesso liberamente, per carattere e/o per poca disponibilità ho tenuto una certa distanza con il sesso appagante, quello dell’abbandono totale dei sensi. Sinceramente ho preferito controllare le situazioni e i rapporti cercando di non essere coinvolta dalla parte irrazionale della sessualità.
    Non che questo pensi sia un giusto atteggiamento, tant’è che oggi ritengo quel modo di essere sia stato altamente lesivo alla mia e alla dignità dei miei partner. Devo anche sottolineare che questi, non hanno mai dimostrato il desiderio di capire, se mai se ne sono accorti, quali fossero le cause di tanta tirchiaggine “sentimentale”.
    Dall’altra parte ho avuto a che fare con uomini che “spaventavo” molto, sia fisicamente che caratterialmente, sono sempre sembrata più aggressiva ed esperta di quello che sono mai stata. Spaventare un uomo rende quasi sicuramente impossibile avere rapporti almeno le prime volte. Se un uomo non controbilancia con gesti affettuosi, rilassanti e anche autoironici, può trasformarsi in un dramma. Da parte mia non ho mai preteso niente che non fosse un desiderio naturale e generosamente estroflesso.
    Insomma anche piccoli problemi legati a difficoltà sono superabilissimi con un po’ di leggerezza e anche magari di attenzione e rilassato dialogo. Cosa che tra l’altro riesce ad essere utule ad una donna che ha difficoltà di rilassarsi e di lasciarsi andare.
    Parlare aiuta, ma non sempre le parole stemperano i drammi. Ho letto sul giornale che ieri un uomo ha uccisio le sue 2 ex fidanzate per poi suicidarsi. Certo è un pazzo. Ma sicuramente, visto che è quasi sempre un atto maschile quello di annientare la partner o la ex, sarebbe d’uopo che prima di arrivare ad un dramma simile, le persone riuscisseero ad esprimere le loro esigenze e i loro problemi.
    Chissamai…..

  9. Cara la mia MIA
    Ciò che hai letto sul giornale appartiene alla devianza; credo non ci sia proprio possibilità di intervento. Lo sai dopo. Stiamo parlando dei drammi silenziosi. Quelli che non fanno notizia. Magari di uomini che ammazzano dentro (ti dice qualcosa?), o che picchiano in casa ma nessuno lo viene mai a sapere. Di quelli che sembrano tanto per bene. Quelli che decidono per te e nemmeno te lo chiedono. Quelli che magari poi il piacere lo trovano da un’altra (l’altra si trova sempre). E anche di donne. In questo caso di donne senza piacere. Di donne a metà. Anche di angeli della sofferenza.
    Non tutti i maschi sono così

    • Sì certo, non tutti i maschi sono così come non tutte le femmine sono così. E’ vero che chi uccide nello stesso giorno due ex fidanzate che abitano anche in posti distanti tra loro è un deviato, ma la questione è sempre la stessa: quella “zona del silenzio e della solitudine” dove incapaci di comunicare correttamente con l’altro sesso si arriva al paradosso del doppio omicidio e suicidio, come se la colpa fosse solo degli altri e se non si fosse in grado di accettare che gli altri possano avere una vita autonoma e altra. Difatti perchè uccidere e poi suicidarsi, non sarebbe bastato solo levarsi dalle palle? Quello che voglio dire è che il silenzio è generato da sentimenti perversi e confusi, dalla incapacità di capire e accettare i propri limiti di mettersi in discussione.
      Come diceva Bruno anche la “gelosia” e parte di questa difficoltà. E come hai sperimentato la “gelosia” è un sentimento che non ha sesso. Perchè la gelosia ne fa parte? Perchè le motivazioni di un eccesso di gelosia è l’incapacità di sentirsi appropriato con il proprio partner, pensando che lui o lei possa chiedere qualche cosa di più, di meglio. Questo cosa sottointende? Che si sa o si pensa di essere mancanti in qualche cosa, ma si preferisce spostare il fulcro sull’oggetto della gelosia, l’altro o altra. SE si fosse convinti di soddisfare il compagno o la compagna e di essere adeguato alla bisogna forse quel senso assurdo di paura di perdere l’altro non sarebbe così sviluppato no?
      Poi esiste anche la “finzione” funzionale ad un rapporto, utile a se stessi e anche all’altro. Approfondire può portare lontano. Mica è semplice capire di sbagliare tutto. Poi esiste anche la “finzione” con sè stessi e questa è la peggiore perchè ti convinci di vivere una situazione normale e invece non è così. Esistono donne che esaltano la verilità del loro compagno anche se non fanno più sesso da un’eternità e quella virilità è un bel ricordo. Fa parte del ruolo che si sono prese e di quanto riescono a convincersi. Donne che non possono ammettere di aver toppato e che barattano la loro sessualità con la convenienza sociale.
      Ma vedi quanti sono i casi che escono? 😉
      Per non parlare di quelle che “non lo fo’ per piacer mio, ma per piacere a Dio” e baciano il crocifisso tra un amplesso e l’attesa di un altro.
      Poveri uomini costretti a trovarsene un’altra 😉

      • Lei facci il piacere di fare il suo mestiere. Questo è silenzio altro, col mondo. I pazzi sono pazzi. Poi ci sono i maniaci. Quelli che godono a rubare le mutandine. A succhiare un tacco. A guardare. Quelle, appunto, che vanno in chiesa. Tutto questo e altro ancora è solo altro. Poi la gelosia è altro ancora. Ripeto… non abbisogna di motivazioni. Potrebbe derivare dall’insicurezza ma ho visto farne a meno. Dal senso di proprietà ma sarebbe più rara nelle donne. Dal senso di colpa ma allora basterebbe cominciare col non tradire. Stiamo parlando di gesti che coinvolgono i sentimenti. I rapporti cosidetti liberi cioè non condizionati da sentimenti non sono sottoposti a queste problematiche. Una scopata e via non ha bisogno di finzioni, non mette alla prova, non condiziona; tanto domani ti ho già scordato. SMACH!!!

  10. L’atto di uccidere due persone e poi suicidarsi è una psicosi, non importa quale sia il contesto. Quella storia non la porterei come esempio. Userei la parola devianza per altri contesti più comuni. Anche quotidiani.
    Io non so cosa sia una sessualità normale, non l’ho mai vissuta. Provengo, appunto, da una situazione di devianza. etimologicamente, appunto, tutto ciò che “devia” dalla norma. Ma cos’è la norma? Io personalmente non lo so. Presumo. Non generalizzo. Ho amici che hanno vissuto e vivono esperienze di coppia in cui i partner parlano della loro sessualità. In cui c’è una base di sessualità. Presumo quella sia la norma. Col mio ex-marito, non solo la sessualità era assente ma non se ne parlava. E le rarissime volte in cui la discussione accadeva ovviamente lui non si prendeva alcuna responsabilità. E allora, cos’è successo? Semplice conclusione: mancanza di amore e di rispetto. Forse le due cose sono davvero collegate. Ci può essere sesso senza amore?
    Anche nei rapporti “casuali” ci dev’essere qualcosa, altrimenti il sesso è arido, mercificato. Come ci può essere un orgasmo femminile senza il trasporto iniziale?
    Per queste cose vado ad intuito, non ad esperienza. Forse è un retaggio culturale. Le donne di cui parla Ross, quelle che non si abbandonano al sesso, sono forse anche quelle che hanno paura di provare anche altre emozioni. L’emozione, fortissima, dell’attrazione. Del trasporto che può anche diventare innamoramento. La paura dell’essere ferite. Perché anche quando una storia finisce, il dolore che si prova, anche quella è un’emozione. In retrospettiva, dopo non aver provato nulla per anni mi chiedo, cos’è preferibile? Tutte queste paure, che ci impediscono di vivere? Non è meglio forse provarle tutte queste emozioni, anche l’eventuale dolore della fine? Se si prova e ci abbandona a queste cose, l’abbandono al sesso è inevitabile. Forse ho idealizzato il tutto, perché ho sempre vissuto in questo mondo parallelo, appunto, idealizzato. Ma la mia teoria rimane, ne sono comunque convinta. Forse sono una figlia dei fiori, sotto sotto. L’odio, quella è la cosa peggiore. Quello appunto porta alle devianze. La mancanza di rispetto, che porta all’abuso, alla gelosia. L’amore, ed anche il sesso, quello fatto di abbandono e tenerezza, sono altre cose. Ne sono ancora convinta nonostante tutto.

  11. Cara amica, ti ringrazio delle precisazioni iniziali.
    Denuncio che avevo già inviato a Ross un mio doveroso richiesto contributo. Poi ho letto attentamente quanto scrivi. Vorrei solo stringerti in un abbraccio forte forte. La parola adatta a ciò che ho provato è “allarmato”. Il tuo intervento, pieno di privato, è un inquietante fuori tema. Tu descrivi un paesaggio e poni domande e qualche personale risposta. Non è questo il posto migliore per affrontare tutto ciò. Ma continuiamo qui con il fuori-tema.
    Ribadisco, a costo di giungere alla noia, che non concordo con il sunto succinto che vede “la mancanza di rispetto, che porta all’abuso, alla gelosia“. A mio modesto parere la gelosia è una virtù assestante. Ho vissuto rispetto in una rapporto priva di abusi ma dedito ad una gelosia morbosamente mostruosa. Lei non poteva trovare a ciò nessuna giustificazione nemmeno nel mio comportamento. Sono sempre stato uno testardamente fedele fino all’impossibile e un sostenitore che non vale la pena accontentarsi. Perché un “piacere volatile”, momentaneo, magari frettoloso? Posso e voglio avere di più. Non c’è niente di più che “l’amore” tra due persone che ne sono completamente coinvolte e che “si conoscono”. Che parlano la stesso linguaggio.
    Fin dall’inizio poni un quesito che mi intriga: “Ma cos’è la norma“? Esiste? Non lo so e non credo che stiamo stabilendo questo. Io partirei parlando di un “progetto”: cosa dovrebbe essere un rapporto “affettivo” all’interno di una coppia. Sia che ci sia sia che non ci sia, che sia una chimera o meno. Intendo un rapporto affettivo funzionale. Cerco di non basarmi solo su esperienze personali (anche per capire), ma ti assicuro che esiste “un diverso” e un “di più” verso cui spingere la nostra ricerca.
    Ora non mi resta che sperare che la tua testimonianza fotografi un caso limite. Una tua spinta personale e particolare sfortuna. Mi atterrisce pensare che possa riguardare un universo, anche se limitato, che possa essere generalizzato. Ciò mi fa pensare che si è tanto parlato della “educazione sessuale” mentre si sarebbe dovuto partire e parlare, per così dire, di “educazione all’affettuosità”. Ho infatti sempre creduto che almeno all’inizio di un rapporto, in quella fase dell’innamoramento, durante il corteggiamento, in cui l’uomo si mostra meglio di com’è, si pavoneggia, vi dovesse essere una grande partecipazione di attenzioni, di affettuosità, financo di rispetto. In assenza di ciò non capisco l’inizio di un rapporto.
    Dici: “ci può essere sesso senza amore“? E per contro: ci può essere amore senza sesso? Pare che l’uomo abbia provato e frequentato queste strade. A mio parere non ci può essere quel sentimento pieno, completo e funzionale di cui si accennava. Il piacere può prescindere dall’amore cioè dall’affettività, ma quale e a che prezzo?.Mi sembra di poter esprimere un parere molto semplice: un buon rapporto di coppia deve andare oltre a quella affettività che tutti trovano e conoscono e cercano. Parlo della normale affettività. Quella verso i figli, la famiglia di origine (quasi sempre), gli amici. Deve contenerla e andare oltre. Spingersi verso il piacere. In quali forme diventa molto soggettivo.
    Credo che “le donne di cui parla Ross” siano donne di cui parla per esperienza diretta. Di quell’atteggiamento, credo, spesso ci di rende conto a consuntivo. Non si sa il male (e limite) che si reca al rapporto e a sé. Te ne rendi conto nel preciso momento in cui conosci cosa c’è “oltre”. Perché nel rapporto di coppia oltre al silenzio c’è anche questo misurarsi.
    Ogni cosa che inizia può avere una fine e contenerne al suo interno i germi. Poi noi promettiamo dei “per sempre” ma consideriamoli come una carineria, il tentativo di illudersi e prolungare ad un concetto non frequentato. Certo è meglio vivere col rischio di soffrire alla fine che ignorare la vita. Diversamente una persona non può nemmeno fingere ciò che non sa esistere. Non può inseguire un sogno se quello che ritiene la destinazione è il niente che fin lì ha avuto. Ho un fallimento alle spalle ma non ci siamo privati di nulla, né nel piacere né nella frustrazione. La noia no, non l’ha mai conosciuta. Mi sono rifiutato. Ho combattuto. Non ho accettato che finisse senza però risolvere nulla.
    Allora mi avvio ad una conclusione affermando che ho ho dubbio: come può finire una storia che non c’è stata? Confermo: “L’amore, ed anche il sesso, quello fatto di abbandono e tenerezza, sono altre cose“.
    Ti rinnovo l’abbraccio

  12. Si’ Mario, il mio intervento era fuori tema. Pieno di privato, me ne sono accorta solo rileggendolo. Forse perché il tema dei rapporti di coppia, che non sono mai riuscita a comprendere, mi sta cosi’ a cuore. Mi scuso per il flusso terapeutico, per l’intrusione privata. E ti ringrazio per la tua risposta, cosi’ completa. Mi ci ritrovo. E quando dici “come puo’ finire una storia che non c’e’ stata”? rispondo, no, non puo’ finire. Perché ovviamente non c’e’ stato nulla da terminare o da rimpiangere. E mi dico: perché noi esseri umani siamo cosi’ complicati?
    Grazie per l’abbraccio, ricambio di cuore.

  13. Ragazza… anche questo è amore.

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