Mario

La lotta di classe

In Guerra, Ironia on 10 giugno 2010 at 21:39

A scuola era sempre andata bene, mica perché studiasse, no, quella era un’abitudine che nessuno incoraggiava, ma era curiosa, percettiva e intuitiva e questo faceva la differenza. Andare bene a scuola aveva le sue controindicazioni. Lei ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma a volte si nasce così e così si deve morire. La cosa peggiore era che, sebbene la sua fosse una famiglia povera, in altri tempi si sarebbe detta proletaria, sua madre faceva i salti mortali per mantenerla alla scuola privata. Chissà cosa pensava di ottenere. Solo chi ha frequentato una scuola di suore può dire quanto quelle suore possano essere piene di pregiudizi. Innanzi tutto odiavano la povertà. Cosa per niente secondaria. Credo che negli anni di noviziato e dopo aver vestito gli abiti da pinguino, si siano un po’ alla volta dimenticate delle loro origini. Insomma non era facile frequentare da povera una scuola di ricche.
Non che come lei non ce ne fossero altre. Anzi sembrava un punto d’orgoglio, per i poveri, mescolare le proprie figlie con le rampolle di un’altra classe sociale. Infatti assieme ci stavano bene come i cavoli a merenda. Bastasse quel vago disagio di sentirsi diverse e anche ragionevolmente inferiori, sembrava che le suore amassero vederle in contrapposizione. Un anno furono organizzate in due gruppi che si contendevano il primato dei voti e delle lodi a suon di punti concessi con benevolenza dall’insegnante. Ogni fine settimana scolastica veniva tirato il conto. I Carbonari questa settimana hanno raggiunto il punteggio di 18 mentre i Garibaldini ne hanno guadagnati 24. Quindi oltre alla beffa dovevano pure concedere l’onore delle armi: un applauso molto sportivo. E qui il criterio di attribuzione della carica di Capo e poi della scelta del gruppo dei Carbonari o dei Garibaldini era ovviamente fatto in base alle simpatie. Una cosa era avere la responsabilità di essere sempre il Capo, ma lei non si sarebbe mai presa tra le sue fila nessuna, anche se si fosse dimostrata svogliata e inutile dal punto di vista del punteggio, che non fosse appartenuta alla sua classe sociale. E sinceramente la scelta era un po’ complicata. Le prime erano le figlie di operai, poi quelle degli artigiani fino a quelle dei bottegai, ma mica quelli di lusso però. Dall’altra parte c’era la bella Gabriella, figlia di bancario, che formava il suo gruppo con figlie di medici, figlie di farmacisti, musicisti e professori, insomma, l’altra metà del cielo scolastico femminile di quegli anni.
Era inutile cercare di spiegarlo, le differenze c’erano e si vedevano ad occhio nudo. Le povere sembravano anche meno belle, erano malvestite, sciatte e anche sinceramente un po’ sporche e i loro genitori non le accompagnavano mai. Le ricche erano bionde, luminose, se non belle almeno carine, capelli puliti, abiti impeccabili e le insegnanti si facevano in quattro per arruffianarsi i loro genitori. A lei questo non piaceva, ma era indiscutibile che guardando le sue mani e quelle di Gabriella, si accorgeva chiaramente di quello che non andava e le riparava prontamente nelle tasche del suo grembiule. Sia chiaro lei le mani le lavava spesso, ma non c’era niente da fare, sembravano passate, per troppo tempo, nella polvere delle cantine frequentate dai Carbonari. Le mani di Gabriella invece erano angeliche, come lo erano i suoi biondi boccoli trattenuti dal nastro colorato. Pensandoci bene questa Gabriella abitava anche lei nelle case popolari nel rione vicino a scuola e successivamente era finita ad abitare in periferia, ma a quell’età certi particolari non erano importanti, valevano molto di più quelli legati all’aspetto fisico e agli abiti.
La guerra tra le due fazioni era naturale e congenita, tra l’altro era anche alimentata dall’atteggiamento e dalle esigenze scolastiche. I libri delle ricche avevano belle copertine colorate e così i quaderni, mentre le altre prendevano punti di demerito per il disordine, lì le “orecchie” sulle pagine dei libri e dei quaderni non si contavano, come non si contavano le macchie e le ditate di inchiostro. Tutto sommato era una guerra destinata ad un unico epilogo: la sconfitta.
Poi venne il giorno della recita. Come ogni scuola di suore che si rispetti questo passaggio non mancava mai. Si può morir di fame e di stenti tutto l’anno, ma la recita con le vettovaglie fornite dai genitori resta immancabile. Quell’anno il tema era stato libero. I due gruppi avrebbero presentato un loro pezzo di teatro senza la supervisione della suora di musica. Forse le insegnanti non avevano capito il potenziale della cosa, perché se lo avessero fatto, ci avrebbero pensato due volte prima di concedere quella libertà.
Su queste cose lei si trovava a proprio agio. Aveva una bella voce, era intonata, aveva fantasia da vendere e sogni da realizzare. Col suo gruppo scalcagnato aveva messo giù un’opera in maschera, cambiando le parole alle canzonette più in voga e inventando una serie di situazioni comiche e sconclusionate che avevano primariamente conquistato le sue compagne. La cosa era così entusiasmante che a differenza che per lo studio scolastico le ragazzine si erano impegnate oltre ogni misura. Chi canticchiava la canzone ripetendo caparbiamente le nuove parole, chi saltava come un grillo per imitare alcuni personaggi della commedia dell’arte, o almeno quello che pensavano fosse l’atteggiamento di alcune maschere. C’era persino il vecchio Pantalone che borbottava cupamente di avarizia e vecchiaia. Una sola cosa mancava: le maschere. Certo di soldi non ce n’erano per la bisogna. Anche su questo s’ingegnarono, usando abiti vecchi e colorando mascherine di carta.
Gabriella e le ricche compagne guardavano l’operosità delle Carbonare con occhio critico, ma anche magnanimo, certe che la loro scelta sarebbe stata la migliore. Loro stavano preparando un pezzo sulle Bambole che facevano corte attorno alla loro Regina. Sarebbe stato bellissimo indossare quegli abiti messi a disposizioni dai genitori compiacenti, tanto che alla Regina si palesò l’idea di essere generosa verso l’altro gruppo e prestò all’autrice il suo bell’abito da arlecchino. Anche le altre belle Garibaldine pensarono di fare altrettanto così si poté racimolare un minimo di pezzi che avrebbe sostenuto meglio lo spettacolo in maschera.
Quella sera le Bambole furono giustamente stucchevoli mentre le simpatiche mascherine rabberciate, cantanti e capriolanti sulla pedana del teatrino, ebbero un successo di pubblico inaspettato. Da non crederci. Le povere Carbonare avevano avuto un loro momento di gloria. Lei era così fuori di sé per quella banale vittoria che rimase di stucco quando la dolce Gabriella, con l’aria da ragazzina viziata qual era, disse: “Ridammi il mio vestito da Arlecchino. Te l’ho prestato io, e lo rivoglio indietro perché non vorrei che me lo sporcassi col tuo sudiciume.” Lei non ci mise un attimo, in palco, davanti ad una platea esterrefatta si levò, senza metterci tanta cura, la maschera prestata, restando in canottiera, mutande e calzini non proprio puliti, fece un bel fagotto dell’abito e lo gettò contro la faccia trionfante della Regina delle Bambole. Lei era troppo gasata per sentirsi in imbarazzo quindi fece la sua uscita trionfale e dopo un inchino profondo improvvisò: “Mi sò arlechin batocio orbo de ‘na recia e sordo de un ocio, so puaretto e so modesto ma de fondo sò un omo onesto, no gò pan da magnar ma gò voja de lavorar. Anche se vestìo de niente, sò simpatico ala gente. No me serve tanti ori per burlarme dei signori. Ora vado che xe ora anche in barba a ‘sta signora, vado via, saludo i tanti che fa mucio qua davanti. La mutanda la xe mia e nessun me la porta via…” Il pubblico era in deliquio, sembrava una recita messa su apposta. Le suore erano sconvolte e non sapevano come prenderla. Ma visto che i genitori si scapicollavano a fare le congratulazioni anche a loro, alla fine la presero sul ridere e gongolarono della loro audacia.
Dopo molti anni ho incontrato quella ragazzina, quella Carbonara ingegnosa, era diventata una bravissima insegnante di italiano molto amata dagli allievi, era ovviamente nubile, atea e comunista e aveva mantenuto la sua verve e un po’ di quella pazzia che l’aveva resa celebre altre volte nella sua vita.
Gabriella, finita alla periferia della città, aveva studiato senza onore, ma sposato un piccolo imprenditore cafone che le aveva assicurato un’esistenza agiata di soldi e di corna. Non era mai stata portata per il teatro, e nemmeno per altri spettacoli, ma aveva gli abbonamenti di ogni tipo di rappresentazione, così com’era giusto per una persona che voleva mostrarsi colta. Una cosa però non sopportava ed era assistere ad uno spettacolo in costume, sapete quegli spettacoli dove personaggi in maschera poetano saltellando sulla scena. Li trovava stupidi, deprimenti e terribilmente… popolari. 😉

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  1. Questo racconto è bellissimo, ma ho un dubbio: fantasia o “cronaca”/”biografia”?

    • Caro Michele, in genere scrivo raccontini sotto la spinta di emozioni e ricordi. Spesso molto lontani dalla mia realtà, ma qualche volta limitrofi. Solo alcuni sono autobiografici, ma giustamente li confondo con gli altri 🙂 Difficile che mi scopra proprio su questo, dove quel personaggio di scolara delle elementari degli anni ’50 inizi ’60 prometteva così bene 😉 Non è poi che alcune doti o prerogative finiscano con l’essere valorizzate 😉 Pertanto c’è del romanzato in tutto questo, ma non si discosta troppo dalla realtà se non nel fatto che “lei” non è insegnante, nubile ma è atea e comunista mentre di Gabriella si sono perse le tracce. Si vocifera anche che suo padre non fosse nè banchiere, nè bancario ma semplicemente “usciere”, ma ora questo che imporetanza ha?
      Un caro saluto
      Ross

  2. […] articolo originale: La lotta di classe « L'Altra Metà del Cielo Articoli correlati: PRECARI DELLA SCUOLA IN LOTTA: I Precari in lotta incontrano Lutte […]

  3. Credo fosse difficile fare di meglio. Mi piace molto ma proprio molto. Però… credo che se incontrassi quell’arlecchino potrei, mia cara, perderci la testa. 😉
    Sarà perché anch’io sono “nubile” e comunista, ateo no! sono agnostico. Se la dovessi incontrare chiedele se questa differenza è perdonabile. 😉

  4. E brava la carbonara… mi sta proprio simpatica. 😀
    Dico con un po’ di vergogna che ho intenzione di mettere mia figlia in una scuola secondaria superiore privata (anche se priva di suore 😀 :D) dato che le scuole secondarie pubbliche in Irlanda sono allo sfacelo. Lo farò andando contro tutti i miei principi ed indebitandomi fino al collo. Con la speranza che anche lei si tolga il costume sul palco della recita di fine anno (o qualsiasi cosa analoga farà la scuola in questione) per sbatterlo in faccia alla compagna snob che le critica la situazione familiare… d’altronde anche lei ha una madre atea e comunista da cui ha imparato qualcosa, no? 😉
    Un abbraccio

    • Non sono contraria in assoluto al privato se non c’è niente di meglio sul mercato. E’ importantissima l’istruzione dei figli e non importa dove viene attinta. Poi nei paesi anglofoni credo che la scuola pubblica sia molto più allo sfascio che qui. Sinceramente in quella scuola l’insegnamento non era male, ma certo mancava di analisi e autonomie cosa che ritengo necessarie.
      Immagino che qualcosa del tuo DNA glielo hai pure passato no?
      Mi auguro che non debba mai affrontare certe difficoltà, anche se penso che bene o male siano utili per crescere, ma ci sono ferite che rimarginano lentamente 🙂
      Un abbraccio
      Ross

  5. eh, altro che sfascio, da queste parti le scuole pubbliche sono da terzo mondo! No, difficolta cero non ne affronterebbe, la scuola in vorrebe lei andare (ed io vorrei mandarla, anche perché è proprio qui in centro) ha un’ottima reputazione, proprio all’avanguardia come programmi, un sacco di attivita’ culturali, una delle lingue insegnate è pure l’italiano 😛 purtroppo in queste lande per dare un’istruzione adeguata ad una persona intelligente come, a-hem mia figlia (si lo so sono moooolto parziale 😀 😀 :D) devi andare sul privato. E quando questo succede, è il segno dello sfacelo di una societa’.
    Mi pare che ci si stia arrivando anche in Italia, no?

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