Mario

Sofferenze solitarie

In amore, Pietas on 2 giugno 2010 at 20:30

Mi organizzavo di andare a trovare mia suocera almeno tre volte alla settimana. Era stata ricoverata in quel reparto di lungodegenza perché, dopo gli ictus che aveva avuto in rapida successione, viveva alla stregua di un vegetale. Ci andavo con pena, ma ci andavo. Mi sentivo responsabile anche per i figli che non si occupavano di lei e soprattutto non riuscivo a credere che fosse tagliata fuori dal mondo in modo così definitivo. Mi pareva di vedere, a volte, nei suoi occhi un barlume di coscienza e quella luce mi dava gioia, perché ero lì a raccoglierla.
Già è durissimo vedere, nello sguardo delle persone care che giungono alla fine della loro strada, lo smarrimento di non sapersi orientare, di non trovarsi in un luogo amico tra gli affetti delle persone care. Ma quello che vissi in quella stanza di ospedale andava al di là della mia comprensione.
Nel letto vicino a quello di Clara c’era una donna, ormai avanti con gli anni, però non ancora vecchia, ma ancora di una bellezza austera che sembrava scolpita in una pietra bianca purissima. Portava i capelli raccolti in una crocchia ordinata ed erano di un nero corvino che contrastava col colore etereo del viso. Aveva un fisico longilineo e per quanto potevo vedere, visto che era quasi sempre semidistesa a letto, sembrava appartenere ad una persona che era stata forte e decisa.
Le prime volte che entrai nella stanza la salutai con cortesia, ma lei non mi guardava mai e nemmeno mi rispondeva. Che strana cosa. Lei sembrava fuori luogo in quel posto e per me era incomprensibile la sua presenza.
Una sera sostituii l’infermiera che alimentava Clara, perché era impossibilitata ad andare. Trovai la bella signora in compagnia di quello che, ero certa, fosse il marito. Un bell’uomo, elegante, persona che a vederlo così ti viene in mente la parola “un signore”. Anche lui intento ad aiutare la moglie a nutrirsi. Mi aveva salutato con gentilezza e con un sorriso che gli aveva illuminato il viso e l’aveva reso ancora più bello, se possibile. Dovevano essere una bellissima coppia assieme, anche lui alto e dal portamento fiero.
Lui stava tentando di imboccarla con estrema cura, richiamando la sua attenzione con dei nomignoli che mi facevano sentire piccola piccola in quella stanza d’ospedale. Ero imbarazzata. Non avevo mai sentito un uomo essere così dolce con la sua donna. “Angelo mio!” ripeteva “Tesoro adorato!” “Guardami, amore, mangia almeno un pochino. E’ la minestra che ti piace. Stella, te l’ho portata da casa, l’ho fatta io con tutto il mio cuore.”
Lei non lo guardava, anzi girava dalla mia parte lo sguardo senza mostrare di vedermi. “Amore, non fare così, devi mangiare qualche cosa. Ti farà bene. Tu lo sai che devi guarire, tornare a casa, io non so stare senza di te…”
Poi improvvisamente si animò: “Vuoi star zitto testa di cazzo!” Quella frase mi si piantò nella testa, come una martellata. Ma cosa stava succedendo? Come poteva essere che una donna così riuscisse a parlare in modo così orribile e volgare. Ma non avevo ancora sentito tutto. “Lasciami in pace pezzo di merda… non mi toccare con quelle tue mani sozze, porco!”
L’uomo che era vistosamente arrossito mi guardò sgomento poi si scusò per lei. “La scusi… Sa” mi disse “qualche volta non ci sta con la testa, ma poi le passa…” Io ero esterrefatta, ma non volevo metterlo in imbarazzo e così cercai di far finta di non vedere e di non sentire parlando a Clara con dolcezza, se mai mi avesse sentita e se mai avesse bisogno di sentire una parola buona.
L’uomo tentò di alzare, con molta fatica, dal letto la moglie. Lei si dibatteva e allontanava con decisione le sue mani, gridandogli le parole più brutte che abbia sentito mai da bocca umana. Avrei voluto avere un pulsante che spegnesse l’audio, era troppo anche per me.
Con pazienza l’uomo le infilò la vestaglia e cercò di metterla a sedere su una sedia a rotelle, contemporaneamente le sussurrava le più dolci parole che mai uomo possa aver sussurrato ad una donna. Nella lotta la crocchia di lei si era sciolta e i capelli le ricadevano sul viso come serpenti scuri.
Era una scena che non riuscivo a non guardare. Lui che la reggeva e lei che lo picchiava, come un’ossessa e senza pietà, con i pugni. Improvvisamente lei si fermò come se avesse esaurito la carica, diventò bambola di pezza nelle sue mani. Il suo viso tornò assente e i suoi occhi neri persero tutta la vita che avevano poco prima. La bocca era spalancata come se stesse gridando, ma nessuno la potesse sentire. Lui l’adagiò con tenerezza sulla sedia e dopo aver preso la spazzola cominciò a ricomporre i suoi lunghi capelli neri. Mi voltava le spalle ed io lo vedevo curvo con la testa affondata nei suoi capelli. Sentivo che piangeva, ma con dignità e senza abbandono.
Aspettai un po’ e gli chiesi, timidamente, se potevo fare qualcosa per lui.
Mi rispose: “No, grazie, lei è molto gentile. Sa, noi non abbiamo figli, siamo soli… lei non era così, prima. Qualche anno fa ha avuto i primi sintomi. Non ricordava le cose. Sembrava un problema da nulla. Un semplice esaurimento, ma poi le cose peggiorarono e… i medici mi dissero che si trattava di demenza precoce. Non potevo crederci. Lei non voleva crederci. Ma il peggioramento fu veloce. Era una donna straordinaria e io… io l’amo molto. Ma non è più la stessa… ormai benedico anche quei momenti che mi offende e grida, perché è viva, almeno quello… Ci scusi sa per quello che ha sentito, lei non vuole davvero dire quello che dice… lo fa perché… lo fa perché è stanca… perché non è più lei e questo le fa tanto male.”
Gli misi una mano sulla spalla. “Lasci stare, non ha bisogno di giustificare niente. Mi creda, sono dispiaciuta. Non riesco ad accettare nemmeno io un simile insulto, una malattia così terribile. Mi deve scusare lei perché non so davvero cosa fare per voi.”
Non mi guardò in viso, credo che non volesse che lo vedessi con gli occhi arrossati dal pianto e mi rispose in un sussurro: “La ringrazio davvero tanto, lei è una persona di cuore…”
Io intanto pensavo mentre guardavo Clara perduta nel suo mondo senza memoria che io in quella stanza il cuore lo avevo frantumato, magari non sembrava, ma ne avevo strappato un pezzo e consegnato nelle mani di quel “signore”, lui avrebbe saputo custodirlo assieme all’amore per quella donna.

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  1. Un racconto atroce, eppure bellissimo, pieno d’amore nonostante tutto.
    Io spero sempre di potermene andare con un infarto: rapido, efficace, abbastanza indolore.
    Questo decomporsi lentamente ancorchè vivi, lo ammetto, mi terrorizza.
    Forse perchè l’ho visto accadere alle persone che ho amato di più.
    Un saluto.
    Mad

    • Pure io sono disposta a tutto pur di poter “godere” di una morte dignitosa. Ho visto troppe persone a me care finire i loro giorni nella sofferenza e nel degrado fisiopsichico. E’ atroce. Inaccettabile.
      Un caro saluto anche a te
      Ross

  2. Sono favorevole all’eutanasia, da sempre. Mettero’ presto assieme delle volonta’ (e’ da una vita che lo voglio fare) in cui chiedero’ ai miei figli di portarmi in Olanda ed aiutarmi a morire (li’ e’ legale) se mai una cosa del genere succedera’. Spero anch’io in una morte veloce, o comunque dignitosa. Se questo non succedera’, mi affidero’ alle leggi umanitarie di paesi dalla civilta’ ben superiore alla nostra.
    Da qualche tempo ho scoperto che la vita ha un valore altissimo, ma bisogna anche definirla, la vita. Sopravvivere come un vegetale non e’ vita, e non e’ vita perdere l’essenza di un essere umano, ovvero la personalita’.
    Il tuo racconto mi ha toccato molto, perché l’amore incondizionato e’ una cosa talmente rara che vederlo stritolato da una malattia neurologica fa davvero venire da piangere.
    Un abbraccio

    • Cara Martina a volte all’interno delle “famiglie” si instaurano circoli perversi, non è “umano” dare la responsabilità ad un figlio della tua vita. Io spero solo di avere sempre la forza di decidere da sola, quindi se è possibile provvedere da me.
      Non vorrei mai che mio figlio si sentisse respondabile in qualche modo della mia morte. Potrei solo consegnare a lui la mia volontà di non subire ad oltranza cure non desiderate. Vorrei morire se possibile in modo dignitoso e quel mondo comprende anche il suicidio.
      Ma perchè pensarci troppo 🙂 c’è già parecchio male in giro.

  3. Trovo il post molto buono (direi bellissimo) sia per cosa che per come dice. Lo trovo molto tuo. Se sono di parte non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo. Sai che non ho mai avuto la minima antipatia per i “PARTIgiani”. Sono anzi orgogliosamente sempre di parte.
    Mi intriga già abbastanza mettermi nei panni della protagonista che non riesco a pensare al posto dell’ammalata o dei suoi cari. La vita non fa sconti ma a volte sembra provi il dovere e il piacere di infierire. Il tutto è toccante anche in un mondo dove non c’è pietà per i vivi. Un abbraccio

    • Grazie per i complimenti, sarai partigiano ma se qualcosa non ti piace non me lo mandi a dire eh?
      In genere però io mi metto nei panni dei più sfortunati. La protagonista non è la vera protagonista del post. Chi fa da protagonista è una malattia terribile e un amore che va al di là delle convenienze. Penso a quella donna tanto amata ma sconvolta nella mente, a quell’uomo distrutto e senza domani e penso pure a “Clara” che passa in seconda linea, ma che se dovessimo valutare la sua situazione, non si trova molto meglio della bella signora. Certo è più vecchia, ma non è detto che nella vita non fosse meno “meravigliosa” dell’altra. Passare mesi o anni in un letto, senza parlare, senza muoversi, forse senza riconoscere le persone care. Anche lì, con gli affetti ridotti al minimo. Figli distratti, nuore poco disponibili, una sola nuora che ha subito pure lei un grave lutto e che forse capisce di più. Anche qui le “sofferenze solitarie” hanno un volto.
      Ricambio l’abbraccio

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