rossaurashani

  1. > Caro Ponterosso
    Solo due precisazioni da quella persona “tignosa” che sono:
    Senza troppo orgoglio debbo precisare che non faccio parte di un’altra generazione (da un conto rapido nemmeno l’ospite). Ho sono pochi anni meno e le stesse identiche esperienze o almeno anche troppo simili.
    La seconda è che la “punzecchiatura”, o meglio la discussione, anche aspra, era per così dire letteraria e assolutamente non relativa all’argomento trattato né alla sua importanza. Dissenso su come proseguire nel progetto accennato. Se le donne parlano anche a nome dei maschi non trovo il caso di intervenire, e non trovo facciano un buon servizio.
    Buona giornata

  2. […] maggio 2010 di Mario Dedico agli amici Ross (L’altra metà del cielo) e Bruno (Ponterosso), una canzone che tra l’altro avevo già avuto il piacere di postare, […]

  3. La precisazione di Mario la sottoscrivo, nel senso che ormai siamo abituati a punzecchiarci e provocarci con lo stesso entusiasmo che proviamo a trovarci d’accordo su di un argomento, ma è anche così raro 😉
    Quello che mi rende perplessa del tuo interessante e condivisibile argomentare è che a scavare le “fosse” siamo noi sessantottini (come vedi evito l’ex perché sessantottina mi sento pure oggi (anche se non è un merito).
    Guardandomi un giro, tra i bloggers, quelli della nostra età sono pochissimi. Certamente usiamo una tecnologica che non fa parte del nostro bagaglio culturale. Eppure non possiamo fare a meno di entrare dentro alle notizie, alle discussioni, agli approfondimenti, a prese di posizione politiche e sociali.
    Certo col mio post volevo stimolare la discussione sulla possibilità tra maschi e femmine di comunicare in modo condiviso e corretto sulla manifestazione del proprio piacere.
    In realtà non volevo usare luoghi comuni. Non volevo mettere parole eccessive nel parlato delle donne e nemmeno imporre la mia legge sul pensare dei maschi. Mi interessa molto di più la discussione a 360° che hai aperto tu, facendo notare come un discorso di questo tipo sia meno interessante come testimonianza personale e sia più apprezzabile come lettura sociologica e storica.
    Personalmente ho assimilato l’insegnamento che ha avuto la mia generazione, l’ho ritenuto benefico e soprattutto l’ho vissuto come un fatto naturale, salvo poi scontrarmi con un mondo maschile e con una società maschilista che mai si è adeguata alla bisogna. Certo una gran parte di noi ha voluto rimanere legata agli stereotipi proposti, qualcuno ha cercato di uscirne, qualche volta con successo, qualche volta no.
    La rivoluzione sessuale è servita a liberarci di alcuni pesanti condizionamenti, ma forse, e dico forse, le donne hanno preso più alla lettera la libertà che ne poteva derivare. Dico forse perché in epoca di riflusso di fronte a donne che rimettono in discussioni alcuni punti fermi della lotta all’emancipazione, qualsiasi risultato può essere raggiunto, anche un bel passo indietro.
    Che le donne in fatto sessuale siano più dirette ho molti motivi per asserirlo, compresa una certa esperienza diretta, sul fatto che l’uomo non ne sappia parlare liberamente, anche su questo ho ottenuto conferme, come diceva Mario gli uomini, di fronte ad un’acqua tonica parlano di calcio, di avventure con donne e della loro virilità come se fossero tutti dei Rocco Siffredi.
    Sembra che il mio raccontino dalla parte dei maschietti sia assolutamente inverosimile. Ma se l’uomo non riesce a comunicare né con le donne e soprattutto né con gli altri uomini, come riuscirà, ai giorni nostri, di convivere con qualche problema legato alla sessualità? Come vede il piacere proprio e quello della donna? Soprattutto se questa donna è la sua donna?
    Queste sono le domande che mi ponevo e sebbene so da dove arriva la difficoltà di comunicare, non riesco a comprendere come non si possa uscire dalla gabbia dell’“uomo che non deve chiedere mai”.
    Grazie per l’intervento,
    Ross

  4. Mah, Ross, è controverso. La mia storia la sai. Io non generalizzo per sessi ma per fattori culturali e di vissuto. La mia ultima, catastrofica “relazione” è stata catastrofica anche e soprattutto dal punto di vista sessuale (la sessualità non si può rescindere dal resto delle componenti di una relazione) semplicemente perchè il suddetto uomo non aveva idea del siglificato della parola “intimità”. E non perchè fosse un uomo, semplicemente perchè era lui, danneggiato e disaffettivo. Come ho detto in passato, io ho ancora fiducia negli uomini. Che hanno spesso anche loro una sessualità diretta, che apprezzo molto perchè simile alla mia. O almeno, simile a ciò che vagamente ricordo della mia sessualità 😀 😀

  5. Cari Rossaura e Mario,
    ho provato per due volte a mandarvi un post e per due volte un errore mio (?) ha fatto sì che il testo sparisse …senza partire. Potete farmi sapere se qualcosa è arrivato, perché del funzionamento tecnico del blog ci capisco poco ?

    • Caro Ponterosso, aver ricevuto un tuo post mi avrebbe fatto molto piacere, però non so come avresti potuto mandarmelo se non per mail oppure come commento al blog.
      Veramente spero tanto che riuscirai a recuperarne una copia e ti prego di inviarla alla mia mail
      ponza_2003@libero.it
      così posso presentarlo come un post linkando te e il tuo blog.
      Se invece l’hai inviato in qualche altro modo, magari spiegami e vedo se in qualche modo riesco a ripescarlo. Ho provato a cercarlo anche sul mio account gmail, ma non mi sembra di aver ricevuto nulla di tuo.
      Aspetto tue precisazioni
      Un caro saluto
      Ross

  6. Io, di mio, come saprai mi occupo di scrivere prosa. Me ne sto abbastanza distante dal “dibattere”. Qui dovrebbe intervenire la padrona di casa e credo lo farà. Una cosa la posso anticipare perché credo la direbbe anche lei. Non essendo arrivato nulla cosa vuoi dire “ho provato per due volte a mandarvi un post”. Senza saccenza si manda una mail. Il post si pubblica, avendo l’autorizzazione come “collaboratore e/o amministratore”; in questo caso dalla padrona di casa. Mi spiace che tu abbia perso del lavoro (spero ne abbia una copia). Lei ama, come me, il dialogo e l’incontro. Ti risponderà sicuramento in giornata di persona ma mi farà la domanda che ho posto a te. Un caro saluto. Mario

  7. Cari Ross e Mario, purtroppo non posso sempre seguire il vostro blog e vedo solo oggi le vostre risposte. Quanto avevo scritto non è più recuperabile, perciò dovrò riscriverlo. Non tutti i mali però vengono per nuocere…e così mi potrò dedicare meglio ad approfondire quanto avevo in testa. Lo farò nei prossimi giorni. Vi anticipo per ora che la mia proposta voleva mettere in relazione la “finzione” con la “gelosia”, e provare a ragionare soprattutto sui contenuti reali della seconda. Sono portato a credere che la parte inconscia che governa le manifestazioni di gelosia abbia molto a che fare con la necessità del fingere (anche se forse il termine qui è un poco fuorviante).
    Nella discussione che c’è stata sui vostri blog non mi pare sia emersa un’attenzione a questi aspetti, diciamo alla dimensione duplice dei comportamenti proprio per la presenza di una parte sommersa (l’inconscio appunto). Vorrei capire se questo è dipeso dalla forma usata (il racconto) oppure da una scelta intenzionale. Resta il fatto, per me, che proprio nel rapporto d’amore (con o senza sesso) si mettono in moto dei meccanismi sedimentati nella parte non cosciente del nostro vivere, e che ereditiamo da una lunga tradizione sotto forma di “valori”, che si traducono poi in “pre” concetti, su cui è necessario riflettere, provando a destrutturarli, per riuscire a fare dei passi avanti proprio nella comunicazione CONDIVISA. Pena il rimanere irretiti in monologhi solo apparentemente condivisi, o che non producono contrapposizioni e confronti reali.
    In attesa di risentirci, vi mando un caro saluto.

    Bruno

    • Caro Bruno, sono, ma potrei anche dire siamo molto curiosi di capire come ha analizzato e interpretato il discorso “finzione” in relazione con quello “gelosia”, se ho ben capito credo di condividere il tuo punto di vista. La condivisione comunque, anche se tra persone di sesso diverso, molto spesso è solo un fatto puramente “razionale”, nella realtà i processi sono particolarmente complicati perchè provengono dai pre”concetti”, ma preferisco parlarne quando mi arriverà il tuo post. Il racconto comunque è sempre limitante, può provvocare una discussione, ma non approfondisce la sostanza. Ne parleremo. Per ora ti ringrazio di aver voglia ancora di confrontarti e di aver voglia di approfondire l’argomento. E’ strano, ma siamo la generazione delle discussioni che non si fermano nemmeno con lo sfinimento e questo tutto sommato è il succo della vita 😉 probabile che anche l’età conti 🙂
      Un caro saluto
      Ross

  8. Ross risponde per due. E’ solo che qui è il luogo dove il racconto può portare discussione. Nel mio blog preferisco che si parli eventualmente del racconto. Nel mezzo. Ciao e a presto

  9. “dobbiamo ragionare proprio su questa ovvietà, cioè sull’esistenza di un non detto che ci parla proprio dei motivi per cui la finzione ha ragione di esistere”

    “tutto questo a me fa pensare che esista una specie di zona “del silenzio e della solitudine” all’interno dei rapporti uomo/donna , donna/uomo , in cui ognuna delle parti si accontenta di parlare…con sé stessa, oppure in cui la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci induce a mantenere ognuno nella convinzione che il problema sia …dell’altro”

    Cara Ross , caro Mario,

    rileggendo quanto avevo scritto mi sono soffermato su queste due frasi, che mi permettono di ripartire con il ragionamento. Alludevo qui all’esistenza di un “non detto” e alla ” la percezione oscura di un qualcosa che non sappiamo spiegarci” per riferirmi alla presenza nelle nostre vite di quel pianeta chiamato inconscio, che opera ed agisce sui nostri comportamenti quotidiani e che continuamente ingaggia il confronto e lo scambio con la nostra parte razionale, cosciente. Volevo con questo cercare di attirare l’attenzione di chi legge sul fatto che, forse, proprio in quello che consideriamo l’aspetto più intimo del nostro relazionarci al mondo ( il rapporto d’amore ), si manifesta in modo più pregnante e decisivo ( per le nostre scelte ) quella parte “ereditata” di cui il nostro cervello e le nostre emozioni sono pervase, ma di cui non riusciamo a darci ragione, e che però tendiamo spesso a “spiegare” con motivazioni puramente ideologiche, cioè non pertinenti ai fatti specifici, e che hanno sovente funzione soltanto rassicurante.
    Non voglio qui appesantire il discorso con citazioni, ma è per me pacifico che su questo tema ci sono ( in psicanalisi e psichiatria, oltre che nella letteratura ) pagine e pagine di tentativi di interpretazione, ognuna con più o meno buone ragioni. Preferisco invece discorrere come se fossimo all’anno zero in materia, e provare a trovare le parole più “elementari” per dirlo. La domanda che mi sono posto , entrando in questo dibattito, riguarda i motivi per cui due “sessantottini” maturi abbiano pensato ( ognuno seguendo strade diverse ) di cimentarsi con temi come la finzione e la gelosia ritenendoli significativi per il presente che stiamo vivendo, e quindi possibili oggetti di incontro e comunicazione con altri nel mare infido della rete…La prima risposta ( banale ) che mi sono dato è che questi temi fanno parte del loro vissuto. La seconda è che , sicuramente, il tema è trasversale nella vita di tante generazioni di “giovani” che il ’68 l’hanno solo conosciuto dai libri o dalla musica, e di conseguenza sembra naturale pensare che debba poter coinvolgere. Ed anche che l’uso del racconto potrebbe facilitare questa possibilità di incontro.
    Ma a quale scopo ?
    Forse la domanda potrebbe essere: perché , ed in quale senso, questi temi sono tanto “attuali” , proprio nell’ottica di quanto gli anni Sessanta avevano fatto intravvedere come possibilità di “liberazione” dal peso della tradizione ? E perché riguardano molto da vicino i comportamenti sociali di ognuno di noi, ed influenzano gli stereotipi attuali nella relazione tra i sessi, nel giudizio sociale diffuso sulle “donne” e sugli “uomini” ? E soprattutto: come vanno letti e presentati nel contesto sociale attuale per renderli significativi agli occhi dei più ?

    Una breve digressione prima di entrare in materia su queste domande.
    Una decina di anni fa ero rimasto colpito da una dichiarazione di Gustave Flaubert http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1142&biografia=Gustave+Flaubert
    il quale, di fronte allo scalpore pubblico suscitato dal suo Madame Bovary , ed al processo che ne era seguito, ad un certo punto aveva esclamato “mais Madame Bovary c’est moi! “ , quasi a voler allontanare il sospetto che egli avesse voluto descrivere un fenomeno sociale diffuso, un ritratto della piccola borghesia che ne metteva in luce miserie e preconcetti. Flaubert tuttavia centrava ( forse per la prima volta in modo così esplicito ) una descrizione letteraria sui desideri “segreti” di una donna che, reclusa in un matrimonio che le nega il valore dei propri desideri erotici e sentimentali, cerca una illusoria via di uscita negli “amanti” che idealizza, finendone travolta.
    Quella frase però mi aveva incuriosito, tanto da divenire il motivo che mi ha portato, ( dopo aver per tanto tempo letto soltanto quanto si diceva su questo romanzo ) , a leggermi per intero quest’opera, scoprendovi altro. Dopo aver letto il libro,quella frase l’ho interpretata poi come una “confessione” : Flaubert parlava realmente di sé stesso descrivendo la signora Bovary. Ma come ? Può un uomo entrare nella psicologia di una donna e descriverne minuziosamente i pensieri reconditi senza travisarne la natura, facendo riferimento alle proprie esperienze ? È questa la grande obiezione del femminismo “radicale” che coglie un aspetto importante, ma a mio avviso non decisivo, del problema , nel contempo occultandone un altro. E cioè che la “differenza” non è solo di natura biologica ma culturale ( sociale in senso lato ), anche se si costruisce man mano sopra una differenza che riguarda il biologico, oltre che su una diversa sensibilità all’uso dei linguaggi ( verbali e non ) nella comunicazione interpersonale, anch’essa però ereditata dalla storia dentro le società patriarcali. Ma non è questo il punto che qui interessa. ( su quella frase del resto ci sono in rete mille interpretazioni diverse possibili ).
    Voglio invece portare l’attenzione sul fatto che Madame Bovary è stato forse il romanzo “sociale” che più ha fatto discutere la società della seconda metà dell’Ottocento e oltre , proprio perché metteva al centro la storia di una donna e dei suoi desideri di trasgressione delle regole , entro il contesto reale della società borghese dell’Ottocento., inserita in quella “piccola borghesia” che sarà poi la base di massa del nazionalismo, che ad inizio ‘900 sarà condotta in massa al massacro del I. guerra mondiale, in nome dei valori Dio, patria, famiglia ( così come in altre società europee cosiddette “cristiane”).
    Quindi non una descrizione delle “condizioni della donna in generale”, ma al contrario quella di una “donna calata in un contesto relazionale concreto di una determinata società, le cui scelte “al femminile” non potevano che essere condizionate dai valori di quella società”.

    Perché ho voluto fare questa citazione su quella prima opera di Flaubert ( scritta tra il 1855 ed il 1857 ) ? Non tanto per il contenuto in sé della storia, quanto piuttosto per evidenziarne il metodo descrittivo utilizzato dall’autore. E di questo preferirei parlare nel mio prossimo intervento ( il presente essendo già troppo lungo …) A questa motivazione vorrei però aggiungere anche un altro fatto cui tengo molto. Alla fine degli anni ’50 frequentavo il Magistero a Torino ed un professore ( modesto quanto capace ) che insegnava storia della pedagogia ci parlava di una cosa che allora appariva lontana dai miei orizzonti, ma che poi mi è rimasta : la grande letteratura europea come fonte di conoscenza, la capacità di un grande romanziere di dire e mostrare cose che nessuna “scienza esatta” è in grado di esprimere. Questa corrente di pensiero era stata sviluppata in quegli anni da Enzo Paci, il filosofo che attraverso la sua rivista Aut Aut ed i continui colloqui con i suoi allievi all’università di Milano aveva valorizzato proprio la letteratura come strumento di approfondimento per la conoscenza tout court , e questo nell’ambito di una personale rilettura della fenomenologia e del marxismo. E siccome sono arrivato qui, al punto più critico di questo mio intervento, qui mi fermo aspettando di poter leggere le vostre prime considerazioni.

    Un caro saluto.

    Bruno

  10. Ho preparato il post relativo programmato per domani mattina.
    Commenterò sul post, ma sto pensando: vuoi dire che un racconto, per quanto breve ed incompleto può servire a chiarire quali siano le difficoltà di comunicazione dovuta alle differenze molto più culturali ed educative che biologiche tra i due generi maschile/femminile?
    Flaubert insegna? 😉
    Altra domanda:queste problematiche sono trasversali ai tempi?Vuol dire che anche i giovani di oggi potrebbero porsi queste domande? Ma solo le donne? O anche gli uomini? I giovani di oggi sono forse meno legati ai preconcetti che evidentemente si incontra nelle valutazioni del pensiero degli esponenti della nostra generazione?
    … e tanto tanto altro.
    Sarebbe bello non porre solo domande, ma avere anche delle belle risposte 🙂
    Continuiamo
    Ross

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