rossaurashani

Ancella di Dio

In amore, Anomalie, Donne on 5 aprile 2010 at 22:52

Mi sento sola. E’ difficile restare qui, mentre mi viene in mente la casa in mezzo ai campi e le corse felici con i miei fratelli e le mie sorelle in mezzo al granoturco. Era così bello nascondersi tra le pannocchie giocando a nascondino fino a sera quando la mamma ci chiamava per la cena. Quella luce color inchiostro e la mamma che ancora mi guardava come fossi una bambina. Mi piaceva uscire sul retro per andare nell’orto a prendere i pomodori e a levare l’insalata. La mia è una famiglia modesta. Io sono una ragazza modesta, ma che ci faccio qui a Roma? perché per la Madre Superiora io non sono sufficientemente modesta? La mia vita è diventata un purgatorio dopo che sono entrata in Convento.
Ho studiato duro e sono diventata maestra per l’infanzia, a casa mia non avrei potuto chiedere di più. Con l’aiuto del Signore sono arrivata fino a qui e ho pregato tanto. Dopo il diploma volevo tornarmene a casa, ma non ho potuto farlo. Dio mi ha dato una nuova prova e ho dovuto restare al Convento. Non potevo tornare dopo che mia mamma ha detto che avrebbe preferito vedermi morta piuttosto che di ritorno a casa. Anche il mio fratellino Antonio era entrato in seminario, ma è scappato talmente tante volte che alla fine non l’hanno più voluto. Io lo conosco bene: non era fatto per una vita di rinunce. Ho pianto tanto, tutte le notti perché non riuscivo ad accettare la mia vita. Non riuscivo ad abituarmi a non avere più una famiglia, anche se è qui, tra le mie sorelle, che dovrei trovare la mia famiglia. Al convento non mi sento a mio agio, sono osservata e ripresa per un niente. Quando cammino faccio rumore, persino il mio respiro è più rumoroso del respiro delle altre. La cosa più difficile per me è non poter vivere all’aperto, in contatto con la natura, ridere delle piccole cose e godere della gioia del Creato.
Mi piace guardare il sole, respirare l’aria pulita, giocare con i bambini. Quanta purezza c’è nella loro anima. Qui in convento molte cose sono proibite, ogni tanto mi scappa da ridere, come quando suor Rosaria si addormenta durante la preghiera e russa come un trombone, non sono brava a non farmi vedere e finisco sempre punita. La Santa Madre dice che non sono umile abbastanza. Mi fa rimanere nella cella a pregare per ore e ore e io penso che vorrei invece fare qualcosa: lavorare con l’uncinetto oppure dipingere, la Madonna e gli Angeli, per decorare la sala delle visite, oppure il refettorio che è così triste e spoglio. Ma impiegare la mia giornata non è un esercizio che fa bene all’umiltà. Bisogna obbedire la Madre Superiora perché Lei sa come ci si deve rivolgere a Dio. Qualche mese fa, dopo una brutta punizione che non avevo trovato giusta, ho scritto una lettera disperata a Giovanni, mio fratello maggiore, dicendogli che non ce la facevo a restare qui dentro perché mi sentivo soffocare e che ero sola ed inutile: Ero certa di essere cattiva ed ingiusta perché non riuscivo a provare affetto per le mie sorelle. Roma è la città Santa, è la città della Chiesa e del Papa, ma all’interno del Convento esistono delle gerarchie che non ti permettono di sentirti come in una famiglia. E poi Roma è una grande città e mi mancano i campi, il profumo delle mele e le pannocchie. Allora Giovanni è partito insieme a Pietro ed Antonio per venire a prendermi e mi avrebbero portato via da qui, malgrado che a casa non potessi tornare. Lui mi aveva assicurato che avrei potuto stare nella sua casa con l’Elvira, ma che avrebbero comunque tentato di convincere mamma che il convento non faceva per me.
A quel punto non me la sono sentita di tornare con loro. Mi sono pentita di aver chiesto aiuto. Non volevo creare problemi, non volevo essere di peso per loro, le loro mogli e per le mie sorelle. Se è destino che io resti qui, lo farò. Dedicherò la mia vita al Signore. Pregherò per diventare migliore. Il mio destino sarà nelle mani di Dio e sarà Lui a guidarmi sulla strada della mia vocazione. Probabilmente io non sono fatta per percorrere le strade del mondo, per mettere su famiglia e per avere dei bambini.
Questo mia madre lo deve aver capito. Forse potrò essere madre dei bambini degli altri ed era questo che Dio ha pensato per me. Ora devo solo decidere quale sarà il mio nome, quello che porterò con me nel mio cammino nella Fede. Certo suor Allegra non è molto adatto, me lo ha fatto notare la Superiora, allora ho ripiegato per suor Maria Chiara. Ho scelto questo nome sia perché Chiara era la figlia piccola del fattore al mio paese, che a me sembrava dolcissima, sia perché è la Santa che vedo tutti i giorni sul quadro che si trova nella Cappella dove vado a pregare. Anche a lei piaceva tantissimo la campagna, le cose umili e le creature di Dio.

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  1. un’altra storia di sacrifici femminili, eh? e’ come mettere sale su una piaga 🙂
    leggere queste parole mi ha messo molto a disagio… e non bisogna essere psicologi per capire il perché.
    Un forte abbraccio

  2. Questa tua pagina mi ha ricordato la monaca di Monza. Anche qui, la via per la liberazione ci sarebbe, ma non viene seguita, si chiede aiuto ma poi si ritira la richiesta.

    Io non dico che ogni vittima sia vittima consenziente, ma troppo spesso sì.

  3. Bellissimo ritratto di una condizione, ma anche di un epoca, scomparsa, almeno quasi; almeno dalle nostre città. Oggi è difficile forse capire ma anche immaginare quando i genitori decidevano la vita quando questa era solo all’inizio. Quando si era condannati fin da bambini. Anche questa è violenza (taciuta).

  4. Sì! anche questa è una storia sulla condizione femminile. Certo una storia d’altri tempi; forse oggi nessuna donna arriverebbe a tanto per la decisione di una madre snaturata, però rimane l’immagine di una violenza psicologica che forse viene perpetrata con altre forme, in altri modi, facendo leva su sensi di colpa e atavici condizionamenti.
    Questa storia non l’ho raccontata tutta, perchè la conosco solo in parte. Chi l’ha vissuta non si è mai confidata e non si è mai lagnata della sua condizione. Suor Maria Chiara (questo è un nome fittizio) è diventata maestra ed ha insegnato fino a tarda età, e quella è stata la sua gioia maggiore. I suoi alunni per tutta la sua vita ritornavano a trovarla e a portarle i loro figli. Era una donna di campagna forte, sorridente e piena di cuore. Aveva una mano straordinaria per dipingere, per scrivere, per lavorare sui pizzi e sulle trine. Cercava di portare la sua veste con molta umiltà, ma ogni tanto se le tirava sulle ginocchia per giocare a pallone con i suoi bambini…
    So che ha vissuto invidie e soprusi almeno fino a che una parente anziana, che era dello stesso ordine, non la liberò da quel convento e da quella città, portandola finalmente altrove.
    Questo l’ho raccontato solo perchè glielo dovevo quale riscatto per la sua vita mortificata, ma comunque radiosa. Era una grande donna e sarebbe stata una gioia tra le creature vive.
    Mi spiace solo di non aver potuto fare niente per lei.

  5. Ciao Rossaura, volevo avvisarti di aver citato questo tuo articolo in un mio commento sul mio ultimo post.

    Ciao, buona giornata!

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