rossaurashani

All’ombra del Big Ben

In amore, Cultura, Giovani, personale, Viaggi on 16 marzo 2010 at 18:48

Certo che quei due ne fanno di cose quest’anno. Inutile dire che, a mio modesto avviso, era giunto il loro momento e sarebbe stato stupido non farle. La vita riserva sorprese, ma anche consente priorità diverse in momenti diversi. Michele ne ha già parlato con entusiasmo. Ora tocca a me raccontare questa storia che non sarebbe diversa, ma solo vista da altri occhi, quelli di Rossana. E’ già stato detto che la partenza prometteva male: bufera di neve. All’aeroporto arrivano sconvolti, ma per fortuna si parte. Londra è sempre Londra si sa, ma a periodi è qualcosa di meno e altre volte è qualcosa di più. Rossana c’era stata tante volte, là aveva anche amici, che ormai si sono trasferiti in California. Là aveva studiato all’Università per un certo periodo anche suo figlio. Certo, comunque, Michele, che ci arrivava per la prima volta, glielo aveva fatto ricordare: Londra era un mito della loro epoca. Non solo perché era stata il luogo d’origine della colonna sonora di quei ragazzi, ma anche perché da lì venivano generati gli usi e i comportamenti di un’intera generazione, coinvolgendo anche quelli delle future.
Le gonne sono tornate corte, ma in modo esagerato, mica come ai tempi di chi le aveva inventate, quella Mary Quant che aveva reso famosa Carnaby Street. Oggi folleggiano anche dei mini pants che si indossano anche sotto giacche da donne in carriera o anche camicette da figlie dei fiori. La moda è sempre moda e i tempi sembrano ricorrersi in un giro vizioso. La musica poi se non è la stessa, poco ci manca. Rossana e Michele si sono svenati nei negozi di CD a ripescare tutto il loro passato, a vivere emozioni nel Tube di Londra, ad ascoltare musiche che non hanno dimenticato mai. E’ lì che un ragazzo suona quella vecchia canzone, con quella voce, quasi la stessa voce, scavando nella loro nostalgia. Rossana si ferma e sorride, il ragazzo la guarda e sorride. Un dialogo fatto di sguardi e sorrisi e di uguali parole cantate. A sentir lei si sono detti tacitamente molte cose, soprattutto che non c’era nessuna differenza d’età fra loro. Una bella canzone cancella tutto, spiana i ricordi e riesce ad accomunare l’universo mondo in un’unica esperienza: quella della musica universale. Lei, se non fosse stata così felice, avrebbe pianto per quella canzone e il ragazzo lo sapeva. Michele aspettava con la sua mano tesa di riprendere la strada, dopo che le monete erano cadute sulla custodia della chitarra. “Ciao ragazzo, gli assomigli pure a Jeff Buckley, spero solo che avrai più fortuna.”
I nostri due hanno corso verso altri luoghi, ma con in testa sempre una qualche musica, un qualche altro ricordo. Per Rossana girare Londra non è complicato, sarà per quel suo naturale senso di orientamento o per la sua memoria per i luoghi, ma niente era impossibile per loro. L’unico limite erano i loro piedi, che ad una certa età, perdono le ali. Un museo dietro l’altro, tutti troppo stupefacenti per non perdersi nelle sale, tutti tanto civili da non pretendere un biglietto d’ingresso. Rossana pensa che la civiltà si possa misurare proporzionalmente alla disponibilità di consentire a tutti l’accesso alla cultura. E la Gran Bretagna è un paese civile, almeno in questo. Classi di bimbi seduti per terra davanti ai quadri della National Gallery a discutere con l’insegnante dei minimi particolari di quella pittura. Cosa c’è di più civile? Rossana non aveva mai visto una familiarità così evidente verso la cultura. Non esiste questo approccio nel nostro paese. Da noi, davanti all’arte si parla a bassa voce come in chiesa. Si passa in silenzio come di fronte ad una sepoltura. Ma non è questo il rispetto. Rispetto è capire e amare, comprendere fino in fondo il messaggio universale della “bellezza”.
Poi la sera ad annusare l’aria a Leicester Square o lì attorno a China Town. Scovare un ristorantino, ma anche solo a vedere questa marea policroma di giovani che sciamano di pub in pub e che si incontrano con ragazze che sfidano con i loro corti abitini sbracciati, scollati e succinti, le gelide nottate londinesi. Rossana aveva pensato che se avesse avuto una figlia e fosse stata lì, vestita così, il giorno dopo l’avrebbe fatta visitare prima da uno psichiatra e poi da un pneumologo. Ma si sa che lei si comporta sempre come una mamma italiana che si frena solo per il senso del ridicolo. Per fortuna suo figlio è maschio e già adulto da un po’ e queste cose non le deve sopportare. Anche lui casualmente è a Londra e si incontrano, assieme ai suoi amici, a Portobello Road. Giusto il tempo per guardare le bancarelle e per mangiare, in piedi, delle vaschette di cibo ghanese, tra l’altro anche piuttosto buono. Poi di corsa alla Tate Modern. Rossana sa che Michele ci perderà gli occhi. Perché loro amano davvero tutta l’arte e tutto lo scibile umano però la loro preferenza va all’arte moderna e contemporanea. Lì c’è tutto, magari non il meglio, ma c’è una sintesi stupenda del 900 e anche di arte contemporanea. Lei c’era stata qualche anno prima, ma ora le acquisizioni erano molte ma molte di più. Lei resta comunque e sempre col naso all’insù ad analizzare i risultati del progetto di ristrutturazione dell’antica fornace. Come sono arditi gli anglosassoni, da noi sarebbe impensabile. Così analizza tutti i contenitori della sua città che potrebbero trasformarsi in una simile Galleria e forse anche in molto di più. Ci sono, lo sa, ma non esistono i mecenati lungimiranti di quel paese. Non esiste un governo che faciliti finanziamenti ed opere per favorire la cultura. Ecco perché esce con un po’ di rabbia nel cuore che si rinfocola subito davanti al Millennium Bridge. Lei e Michele mica sono d’accordo sulle opere che si possono e non possono fare nella loro città. Lei è più possibilista, lui invece è più conservatore. Il ponte di Calatrava diventa oggetto di discussione, anima la serata finché alla fine non terminano con il ridere di loro e delle inutili scaramucce, attorno a niente, che li ha sempre contraddistinti fin da quando erano ragazzi. Amore e guerra per poi capitolare in una resa senza condizioni. Sotto l’ombra del Big Ben, come sotto il campanile di S. Marco, perdono e spendono il loro tempo, senza avere più l’ansia di una volta. Col desiderio di assaporare tutto senza limiti e senza remore.
Avevano due festeggiamenti da fare, tutti e due molto importanti, almeno per loro, almeno per la loro storia. La festa si è mescolata ai festeggiamenti del giorno di S. Patrick tra le birre e i colori dell’Irlanda “irredentista”. Tutti sotto l’occhio discreto di chi ha subito la loro voglia di libertà, ma anche calpestato a lungo i loro diritti. Rossana ovviamente ama l’Irlanda che considera la sua seconda patria, forse anche per il colore dei capelli che ha portato, con orgoglio, in testa fin da neonata. Anche questa è l’Inghilterra civile. Una puntatina ad Hyde Park Corner. Michele guarda stupito gli oratori montati su qualsiasi oggetto li possa elevare, arringare un popolo divertito. A volte tutto si trasforma in battibecco. A volte in animata discussione. C’è anche un Imam che parla del Corano con poco lontano la moglie in burqa che gentilmente tiene a bada tre adorabili bambini e contemporaneamente parla con un giovane inglese che la ascolta rapito. Che mondo strano questo mondo. Inevitabile è il paragone con il nostro povero provinciale paese. Arriva velocemente l’ultima sera, decidono per una cenetta nella zona di Liverpool Station, proprio in mezzo a Bangla Town, insomma lì dove di giorno c’è il mercato di Brick Lane. Il figlio di Rossana c’era stato spesso ai tempi dell’Università. Effettivamente si mangiava bene, a poco prezzo e inoltre il posto era pulito. Tutto classicamente indiano, evidentemente. Ecco l’ultima notte di luci londinesi. Loro lo sanno che vorrebbero non partire, sanno quante altre cose vorrebbero ancora vedere, c’è per esempio quella galleria d’arte dove Michele ha visto le opere di pittura di Bob Dylan. A dir la verità sicuramente è più bravo a comporre canzoni che a dipingere. Oppure c’è quella splendida mostra di Van Gogh che hanno lasciato per ultima e che non sono riusciti a vedere. Si dicono: “Va bene dai, ritorneremo.” E non sanno se lo dicono per consolarsi oppure per darsi coraggio, che poi alla fine sarebbe la stessa cosa.
La valigia ora è molto più pesante, tra i maglioni che non erano serviti nel clima stranamente mite di una primavera che anche da loro stenta, sono infilati i libri d’arte e i cd da collezione. Rossana e Michele ripassano nella mente i ricordi delle loro giornate e intanto il volo attraversa nuvole cotonose e sorvola montagne innevate. Forse anche qui avrebbero trovato primavera. Forse anche qui avrebbero avuto ancora molto da ricordare.

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