rossaurashani

Non voglio sentire

In La leggerezza della gioventù on 9 febbraio 2010 at 22:56

“Lalalalalaaaaa. Tacete, tacete non voglio sentire” borbottava Arianna tappandosi con forza le orecchie con tutte e due le mani. Non c’era sera che a cena non si scatenasse il putiferio. Arianna non capiva proprio. Quando babbo tornava e non era tutte le sere, la cena diventava una pena. Veramente anche la mamma aveva sempre una faccia assente e le rughe in mezzo alla fronte. La breve memoria di Arianna aveva cancellato, se c’era, un tempo in cui la mamma sorrideva e il papà tornava a casa presto. Forse lo facevano quando lei non era ancora nata, ecco perché non se lo ricordava. Betta, la sua compagna di classe, raccontava sempre che i suoi genitori erano belli come quelli della pubblicità dei biscotti, e più Arianna ci pensava e più trovava che i suoi genitori le ricordavano… cosa le ricordavano?… non lo sapeva nemmeno lei. Aveva imparato a fare sempre piano quando si alzava da tavola, nessuno se ne accorgeva, spesso si chiudeva in camera sua e serrava gli occhi e le orecchie in modo che niente potesse entrare. Qualche volta si addormentava così. Non si accorgeva nemmeno se mamma entrava per levarle le scarpe e infilarla sotto le coperte. Mamma spesso piangeva. Mamma spessissimo faceva telefonate e non la finiva più. Mamma spesso la mandava a giocare lontano e quando si dimenticava di comperare qualche cosa si arrabbiava con lei. Arianna sapeva che aveva fatto qualche cosa che non andava bene, ma non capiva cosa. Suo papà invece le faceva paura. Sarà perché aveva quella voce da orco. Aveva anche un odore forte che non le piaceva affatto. Mamma diceva che fumava come una ciminiera, ma lei non sapendo cos’era una ciminiera se l’immaginava come un mostro che sputava fuoco e fumo. Arianna pensava che forse tutto sarebbe cambiato se lei si faceva piccola piccola e se i suoi genitori si fossero dimenticati di lei. Allora papà sarebbe tornato a casa dal lavoro con dei fiori per la mamma e lei lo avrebbe aspettato con il grembiule, come quello di Filippa che veniva ad aiutare per pulire casa. Filippa invece le piaceva un sacco. Aveva un buon odore di pane. La guardava con un’aria seria seria e le diceva: “Come sta oggi la mia principessa?” e le faceva un buffetto sulla guancia come a provare se c’era sufficiente carne da stringere. Arianna la seguiva come un cagnolino mentre Filippa con decisione preferiva farla sedere sulla poltrona dove si doveva sedere una principessa come lei.
Eppure non si sentiva principessa, non si sentiva per quello nemmeno una bambina normale. Avrebbe dato il suo giocattolo preferito, che era Roro il suo orsacchiotto, per potersi rifugiare in un posto dove ci fosse stato silenzio. Dove avrebbe potuto far muovere i suoi pensieri senza tenerli stretti tra le mani dentro alle orecchie e dietro agli occhi strizzati. Ma questo posto non c’era, e se c’era lei non lo sapeva immaginare. Pensò a quello che le aveva detto Betta e immaginò la sua mamma mentre preparava i biscotti, il posto era tutto bianco di farina e il sole illuminava i suoi capelli. Nell’aria c’era un buon odore di pane e Arianna pensava che doveva esserci anche Filippa in quel posto lì. Babbo non c’era, era rimasto a lavorare anche se era un giorno di festa, magari avrebbe combattuto e vinto quella terribile Ciminiera. Mamma rideva impastando la farina con le mani e tirandosi dietro il ciuffo sbarazzino che le solleticava il naso. Il sole entrava dappertutto. Arianna usciva nel giardino e si trovava in un grande prato di erba appena tagliata. Sentiva soltanto il rumore dell’acqua del ruscello e il cinguettio degli uccellini… ora avrebbe sentito anche la voce di Filippa che cantava sottovoce “Che fretta c’era.. maledetta primavera… che fretta c’era se fa male solo a meeee“. Certo che era un bel posto quello, e sicuramente era lì che voleva vivere. Betta sarebbe rimasta con tanto di naso. Sarebbe stato un bel vivere, lì, al Grande Mulino Bianco.

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  1. Quand’ero piccola io il mulino bianco non c’era (e meno male 😉 ), però un posto speciale l’avevo anch’io quando i miei litigavano (in continuazione) e quando mia madre aveva le sue crisi nervose (in continuazione) ed era un posto senza genitori. Sembra straordinario, ci si immagina che tutti i bambini desiderino ed immaginino un padre ed una madre ideali e perfetti , soprattutto nei momenti più drammatici, ed invece io volevo attorno solo coetanei. Un mondo senza adulti, un mondo di Peter Pan, una neverland popolata solo dalle mie amiche del cuore, senza quegli adulti che avevo imparato a detestare. Sarà per questo che non sono mai cresciuta?
    Un abbraccio

    • Bah forse è proprio per questo che si cresce prima. 🙂
      Avevo anche io una fantasia fervida e fortunatamente non avevo genitori che litigavano, anche se avevo un padre che manco ci considerava e se lo faceva era solo per sgridarci. Avevo anche io un mondo tutto mio dove riuscivo a fare cose che nella realtà mi erano difficili, se non impossibili. Sognavo di fare viaggi per terra o per mare, qualche volta da pirata e qualche altra da damigella rapita, sognavo di cavalcare praterie e anche e sopratutto di essere il cavallo che viveva libero e che doveva essere lo “stallone” e che non dipendeva dalla mandria (una sorta di Spirit, che a quel tempo non esisteva). Ero uno spirito libero e anche da damigella rapita non mi lasciavo comandare (era solo l’unica possibilità di levarmi dai legami famigliari). Mi facevo dei film in testa, anche se non sapevo cosa fosse un film, mi raccontavo e partecipavo alle mie storie. Che strani ricordi! Ma lo sai cosa disegnavo in modo ossessivo almeno da piccola fino alla fine delle elementari? Dei formicai, in sezione, con l’organizzazione delle varie sezioni a seconda delle necessità del formicaio. Già amore per l’architettura? 🙂 Ma l’altro disegno maniacale era la creazione di carte geografiche immaginarie, con insenature, porti, città, montagne e boschi, pianure e savane… ecc ecc. 🙂 Che voglia dire qualche cosa? Pensandoci bene so anche il perchè, è quasi troppo facile da interpretare 😉
      Un abbraccio
      Ross

  2. Che strano, la mia era la famiglia del mulino bianco, eppure la mia vita in casa è stata un inferno, che non mi sono mai riuscita a scrollare completamente da dosso.

    I miei andavano d’accordissimo ma… ma non ce la faccio a raccontare, sarà per un’altra volta (anch’io, comunque, reagivo isolandomi).

    Complimenti Rossaura, sempre interessanti i tuoi racconti!

    • Cara Ifigenia se avrai voglia ci racconterai, io credo nel benefico effetto del racconto orale e della parola scritta. A volte scrivo per me stessa, altre volte mettendomi nei panni degli altri e pensandoci bene le possibilità sono infinite.
      Grazie per i complimenti, vorrei davvero stimolare la discussione su alcuni argomenti che mi sembrano importanti, comunque anche tu non scherzi 😉

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