Mario

Vittime dentro

In Anomalie, Pietas on 29 gennaio 2010 at 15:59

Incontrando alcuni blog e sopratutto leggendo post come questo: Vittime tra le vittime mi trovo a riflettere sull’animo umano e sull’inspiegabile capacità di adattamento degli esseri umani alle condizioni più atroci. Qui non si parla solo delle vittime riconosciute da tutti (tranne qualche negazionista idiota), ma anche di quelle che si fecero carnefici con i carnefici. Di quella parte di vittime che li aveva assecondati e serviti nella loro opera di annientamento, qualsiasi fosse il motivo che le spingesse a tanto. Parlare dei Sonderkommandos, ossia quegli ebrei che venivano usati, in cambio di piccolissimi seppur vitali, in quel momento, privilegi, a “lavorare” per i carnefici contro il loro stesso “popolo” (intendendo con questo non solo gli altri ebrei, ma anche a volte i loro amici, conoscenti e le loro stesse famiglie), è quanto di più difficile si possa fare. Troppo facile sarebbe darne un giudizio morale, dove la moralità non può per ragioni contingenti essere applicata. La cosa che più di tutto mi è difficile capire, a parte le emozioni e le sensazioni di questi “zombie del male”, è come reagirei io o le persone che amo, di fronte a questa scelta forzata.
Ricordo con angoscia il film  La scelta di Sophie che raccontava la vita che fece una donna, per l’appunto Sophie, dopo che era stata rinchiusa in un lager  e che fu costretta alla scelta obbligata di “salvare”  uno solo dei suoi due figli. Alla fine  non si salvò neppure quel figlio che lei aveva prescelto abbandonando la bambina più piccola nelle mani del carnefice. Di fronte a questa scelta: la sua prigionia, gli stenti, le violenze e la prostituzione che dovette subire dai suoi carnefici non le erano sembrati importanti.
La domanda è come sia possibile sopportare così tanto. La risposta forse è che in certi momenti di pura follia, solo l’annientamento della ragione e successivamente quello della memoria può tentare di redimere.
Che io pensi oggi che avrei tentato un’altra strada è solo frutto della mia presunzione. Di una cosa però sono certa ed è che se mi fossi macchiata di tale infamia la mia vita che più correttamente chiamerei morte non avrebbe avuto ritorno.

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  1. Quella scena nella Scelta di Sophie (quella in cui l’incommensurabile Meryl Streep deve scegliere il figlio) mi ha sempre fatto a pezzi. Letteralmente. Al punto che ogni volta che il film viene passato in TV, decido di non guardarlo più. Non riesco e forse non voglio affrontare le emozioni scatenanti di quella scena. Forse perché anch’io ho due figli. E mi son detta: farei la scelta? La risposta è sempre stata: no. Lascerei che i carnefici ci fucilino a tutti e tre. La morte è preferibile ad una scelta del genere. Perché la vita, dopo una scelta del genere, non avrebbe più senso (come avviene tra l’altro anche nella storia del film).
    Parlo ovviamente perché in situazioni così estreme non mi ci sono mai trovata e spero di non trovarcimi mai. La pratica? Innumerevoli esperimenti e studi psicologici sono stati fatti per cercare, disperatamente, di spiegare cosa successe durante il ventennio più buio della storia dell’uomo in Europa. Vedi l’esperimento di Milgram sulla crudeltà indotta dalla soggezione al potere o il famosissimo Stanford Prison Experiment – guardatevi il documentario, ne vale: http://video.google.com/videoplay?docid=677084988379129606#

    Nonstante queste dinamiche di crudeltà siano nel mio campo di studi, non riesco mai a rapportarvici in modo scentifico. Reagisco sempre come per la scena del film. Chiudo la porta della razionalità e, in modo codardo, concludo: meno male che non devo fare io, la scelta. Mi chiedo se i miei ideali, in tali frangenti, mi darebbero la forza della scelta più etica, quella del suicidio.
    A volte ripenso a Bobby Sands e al suo sacrificio di disobbedienza, all’enorme forza spirituale richiesta per una scelta del genere. Non è da tutti. Lui disse “Our revenge will be the laughter of our children”. IL sacrificio per un mondo migliore.
    Non tutti sono come lui.
    Un abbraccio, un altro, ennesimo interessantissimo spunto di riflessione dal tuo blog 😉

    • Quel film mi ha suggerito le stesse emozioni e pure le stesse tue conclusioni. Si dice sempre che per fortuna non è il nostro caso, che i tempi non ce lo impongono più, eppure se ci trovassimo di fronte ai torturatori di Pinochet, alla polizia segreta di qualche paese dispotico o anche durante una guerra ingiusta che ci costringe alla scelta con quale parte stare, cosa succederebbe?
      Non ci voglio pensare, come non rivedo il film un’altra volta… siamo ancora una volta molto simili 😦
      Farò comunque un lavoro di approfondimento che mi hai gentilmente proposto.
      Conosco la storia di Bobby Sands e ammiro il suo coraggio e sono convina che anche se può sembrare tutto inutile o esagerato, quando si getta un seme, prima o poi germoglierà.
      Un abbraccio
      Ross

    • Cara Martina, sceglieresti il suicidio? Credi che loro non l’abbiano scelto, non l’avrebbero scelto ancora? Si buttavano contri i fili spinati, e fu allora che le SS ebbero la brillante idea di punire con la rappresaglia il suicidio. Chi si voleva ammazzare, doveva sapere che tanti di quelli che restavano avrebbero subito torture ancora più atroci, fino alla morte, per colpa loro, per cui anche l’ammazzarsi di disperazione era negato, li doveva far sentire assassini e carnefici di chi restava. Come potevano sopportare? Non potevano sopportare infatti, ma la loro unica via di scampo era impazzire, ed è così che sono finiti in tanti.

      Per favore, asteniamoci dal giudicare. Vi invito a vedere il film “Gli ultimi giorni”, prodotto da Steven Spielberg. Forse potrete farvi un’idea, ma sarà sempre un’idea che vi farete seduti nel salotto di casa.

  2. Come titolo avrei usato “carnefici dentro” o “belve dentro”. Relegare le atrocità e le torture ad un singolo momento storico, anche se emblematico, forse ci fa sentire meglio. Certo oggi facciamo guerre di pace e magari per hobbie bruciamo i barboni, affondiamo le zattere della disperazione, lapidiamo, etc. “Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta di sangue la belva umana”.

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