Mario

Ciò che chiedo è dignità

In amore, Anomalie, Pietas, uomini on 17 dicembre 2009 at 13:59

Stava steso in quella posizione ormai da ore. Era stanco. La testa era confusa e gli doleva. Il respiro difficile, sempre più corto. Una fatica immane sulle spalle. Nella cucina sentiva Oscar muovere le stoviglie. Oscar era un bravo e amorevole figlio. Per la verità non era proprio suo figlio. Lui non aveva avuto figli. Non si era mai sposato. Forse oggi se ne pentiva un po’. Ma lui le donne le aveva sempre rispettate, le aveva anche in qualche modo amate, ma come si amano le cose belle, le mamme, le sorelle… lui era nato diverso, nel tempo in cui i diversi erano una mostruosità. Così non aveva avuto una famiglia. Certo sua madre era stata la sua famiglia. Grande donna sua madre, donna di altri tempi, orgogliosa ed altera. Lei non avrebbe mai sopportato che qualcuno avesse a che dire di suo figlio. Per questo se n’era andato dal paese. Per questo si era rifugiato in città. Solo in città poteva sentirsi più simile agli altri. Solo lontano da lei avrebbe avuto il coraggio di accettarsi.
Oscar si affacciò alla porta. “Alberto hai bisogno che ti giri sul fianco?” Lui rispose “No, grazie.” e la voce gli uscì rotta e sfiatata. Perché dire “no” quando si vorrebbe dire “sì”? Oscar si avvicinò con un’aria indagatrice. “Alberto, ti sollevo il cuscino, così respiri meglio” e con movimenti decisi sollevò uomo e cuscino. Qualche tempo prima non sarebbe stato così facile sollevare Alberto. Era un uomo prestante, un fisico asciutto, ma robusto, con un bel viso dall’aria rassicurante e gentile. Quando stava all’ufficio personale dell’Azienda tutti sapevano che su di lui si poteva contare. Faceva bene il suo lavoro, ma era anche una persona ragionevole e pronta all’empatia. Tutti lo rispettavano. Era stato per questo che aveva fatto amicizia con i “ragazzi”, i “suoi ragazzi”. Prima c’era stato Denis. Era un giovane minuto e timido. Veniva dalla campagna e da una famiglia che non si curava di lui. Alberto l’aveva ospitato a casa sua quando per qualche ragione non poteva tornare a casa. Spesso perdeva l’ultimo autobus. Qualche volta non desiderava proprio rientrare a casa. Allora si era trasferito da Alberto che provvedeva a cucinare e a rassettare casa come una vera, amorevole mamma. Per un po’ le male lingue avevano avuto da dire. Bastava non badarci. Alberto aveva quell’aria seria e affidabile che in genere ha un buon padre di famiglia. Finirono col pensare che era tutto normale. Si occupò di Denis per molti anni, fino a che, trovata una ragazza, lui si era sposato e se n’era andato. Certo Alberto aveva sofferto. Non lo aveva confessato a nessuno. Mai si era sentito così perso e vuoto. Certo Denis e sua moglie lo andavano a trovare, ma così non era la stessa cosa. Poi un specie di colpo di fortuna. Un altro giovane apprendista era entrato in Azienda. Era orfano dei genitori e viveva con una vecchia zia che lo teneva per carità. Oscar era un ragazzo paffuto con un bel sorriso, degli occhi azzurri ridenti e con un’aria da bambino timido che aveva intenerito tanto Alberto. Aveva un modo dolce di parlare e uno stupore infantile sul viso. Anche stavolta, un po’ come successe con Denis, Oscar frequentò la casa di Alberto sino a trasferirsi definitivamente da lui. Oscar era il figlio che Alberto aveva sempre sognato… I suoi amici divennero gi amici di Alberto e quella casa si trasformò in un luogo di incontro di ragazzi, alcuni difficili, altri invece già formati per la vita. Alberto li accoglieva tutti e tra un buon piatto di pasta e una affettuosità un po’ trattenuta e riservata elargiva loro la sua grande cultura e la sua generosità. Così la sua vita aveva ripreso a girare come prima, anzi meglio. Alberto era un uomo colto, aveva fatto gli studi classici e oltre ad essere un ottimo traduttore, sia dal greco che dal latino, dedicava il suo tempo anche alla poesia. Aveva pubblicato già alcune raccolte che avevano avuto un discreto successo e poi aveva scritto due o tre libri che, per gli argomenti trattati, lo avevano inserito tra i dieci nomi dei grandi intellettuali della città. Ogni cosa o persona con cui Alberto veniva a contatto era investita o almeno toccata dalla sua delicatezza e dalla sua cultura. Il mondo era migliore con lui e questo Oscar lo sapeva bene.
Quel letto, lo stava torturando. Il dolore fluiva a ondate sempre più forti. Il male che aveva colpito Alberto non aveva nulla di delicato. Non sapeva rispettare i limiti umani.
Alberto, per aiutarsi, cercava di ripensare ai suoi amati libri. Oh come amava i suoi libri. Come amava scrivere e occuparsi di Oscar e di tutte le incombenze proprie dei lavori di casa. Ora che la malattia la faceva da padrona, non riusciva più ad avere una vita propria. Aveva perso le sembianze di un uomo. Era un ammasso informe e privo di forze che si spegneva lentamente e dolorosamente su quel letto. A graffiare l’aria con quel respiro stentato, cercando di tenere insieme quel corpo disfatto, che sembrava sfasciarsi da un momento all’altro. Alberto odiava il dolore che lo arpionava ad ondate e soprattutto provava nausea per l’odore del suo corpo che sembrava crudelmente sciogliersi nell’aria.
Oscar lo guardava con quell’aria spaventata che aveva preso negli ultimi tempi. Gli occhi azzurri non sorridevano più. “Sopporti ancora il dolore? Se non ce la fai ti faccio l’iniezione. Prima, però, ti cambio il panno, non è piacevole sentirsi bagnati.” Parlava serio come a se stesso. Sembrava che Alberto non ci fosse in quella stanza. “Ora ti lavo e ti cambio. Poi preparo cena. Ti va una minestrina?” Alberto aveva chiuso gli occhi disarmato, l’ultima cosa che gli serviva era alimentarsi, anche solo una minestrina gli costava una fatica enorme. Intanto Oscar lo maneggiava come fosse un neonato. Lo spogliava e lo puliva con una destrezza ed una professionalità da paramedico. Alberto provava una vergogna indicibile. Com’era possibile ridursi così? La testa gli doleva e il respiro faticoso gli si annodava in gola. “Alberto, stai meglio? Ora dimmi che cosa ti serve. Cosa vuoi?” Lui con un filo di voce parlò: “Oscar, figliolo, quello che vorrei… quello che chiedo è un po’ di dignità. Vorrei morire, come ho sempre vissuto… con dignità…. Fai qualcosa.. Aiutami” Oscar non riusciva ad alzare gli occhi dall’asciugamano che teneva in mano. La sua voce si era trasformata in un sussurro: “Lo so, papà, lo so… vorrei aiutarti, ma non posso fare niente altro per te… lo vorrei tanto, ma non posso…” Alberto aveva ascoltato quelle parole con disperazione, ma anche con una gioia che non aveva mai provato prima. Intanto pensava a quanto poco tempo avevano avuto per poter stare insieme, ma forse questo, ora, non sarebbe più stato un problema.

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