rossaurashani

Acqua alta

In Gruppo di scrittura on 9 settembre 2009 at 17:40

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Ci sono giorni che non vuoi sapere. Ci sono giorni che non vuoi vedere. Eppure avrebbe dovuto essere tutto chiaro. D’accordo che erano i tempi dell’amicizia e dell’amore libero, ma già sconfinavano con la possibilità dell’odio politico e dell’inadeguatezza della comunicazione. Era quegli anni lì. Il tempo della contestazione. Lei era, quello che era. I ragazzi si voltavano per strada, la guardavano, ma pochi azzardavano un commento. Aveva un aspetto fiero e senza paura. Non lasciava spazio alle parole inutili. Certo quelli avevano paura di lei e dei suoi giudizi. Avessero saputo delle sue insicurezze, certo se la sarebbero mangiata a colazione, certo non si sarebbero limitati a guardala. Aveva un viso serio lei. Aveva pensieri da ragazza. Ad onor del vero non era la sola. A quel tempo la gioventù non dava sempre allegria. Il mondo non aveva begli occhi. E lei, puntigliosa, ci voleva guardare dentro. Ma non era solo quello. Si sentiva sola ed inutile. Il suo ragazzo era lontano e stava lentamente scordando il colore dei suoi occhi. Era stata dura. Mesi e mesi in attesa delle sue lettere che non mancavano, ma a lei solo quello non bastava. Aveva sogni che promettevano un futuro. Ma il futuro era lontano. Era incerto.
Quel giorno il cielo era grigio. Il vento di scirocco gonfiava le onde, ma non solo quelle, moltiplicava le nuvole e le trasferiva in gonfie volute verso nord. Quel giorno era festa e il vento gonfiava anche le idee nella mente, trasferiva in gonfie volute la malinconia in un altro lato della testa. Non è facile essere giovani ed aspettare un amore che sembra non tornare mai. Un mese è un’eternità. Un anno è una vita.
Lui le aveva detto che sarebbero andati ai giardini. L’accompagnava ormai quasi sempre nei suoi momenti liberi. L’andava a prendere al lavoro. L’accompagnava a casa ingaggiando mille discorsi attorno alla loro visione del mondo. Molto spesso lei non era d’accordo. Lo trovava cinico come può esserlo un ragazzo che non conosce niente della vita. Certo di certezze improbabili. Poco incline al romanticismo. Lei, invece, amava le cose romantiche, ma stava bene attenta a non dirlo. Nessuno doveva mai ridere di lei. Chissà cosa avrebbe detto lui se avesse saputo che teneva dentro al cassetto del comodino un diario da bambina assieme ad una vecchia lametta che lei conservava come monito. Anzi no. Pensava potesse essere una scappatoia. Anzi la sua prova di libertà. Parlavano sempre di un mucchio di cose, anche di quel ragazzo lontano. Lei ci pensava e le si stringeva il cuore. Cercava di ricordare il colore dei suoi occhi, ma le sembrava ormai troppo lontano.
Certo era bello quel rapporto di amicizia. Era importante. Anzi qualche giorno prima lui le aveva dato una poesia. Al primo momento non aveva capito che era lei l’amica a cui lui si rivolgeva. Beh! certo ad un’amica è possibile raccontare tutto. Si può parlare anche d’amore. L’amicizia, si sa, comprende tutto. Perdona tutto. O forse no. Lei allora non voleva sapere.
Il vento caldo sapeva di mare, di onde gonfie ed agitate. Meglio mettere gli stivali. Meglio prendere una scusa per uscire. Sapeva bene che uscire quel giorno avrebbe richiesto una scusa. “Esco, devo farmi dare quel libro che mi serve per il lavoro e poi passo in chiesa”. Forse aveva esagerato. Lei in chiesa non ci andava mai, anzi faceva sempre un sacco di storie quando glielo chiedevano. Insomma era agnostica, ma per i suoi era una parola di cui non conoscevano il significato. Ma trovarsi con lui, in un giorno di festa, con il vento che racconta un sacco di cose era bello e… insomma valeva una scusa.
Non è che la “partita doppia” li interessava davvero. Avevano solo voglia di parlare. Lui le consegnò un quaderno con degli appunti presi in stenografia. Lei ne masticava un po’. “Cos’è?” “Non vedi? Sono le parole di una canzone.” Lei non cercò di leggere, ma era certa fosse una canzone d’amore. Erano arrivati ai giardini e gli alberi stavano perdendo quasi tutte le foglie sotto la spinta del vento che veniva dalla laguna. “Ci sarà acqua alta…” disse lei guardandosi gli stivali di gomma. Lui le sorrise imbarazzato. Erano troppo vicini. Troppo era un termine relativo. Qual è il limite che separa l’amicizia da un affetto più profondo? Lei non lo sapeva, ma pensava vagamente che amicizia e amore fossero simili. Certo era impossibile confonderli. Chissà poi perché non si potessero confondere, questo non se l’era ancora chiarito. Erano davvero troppo vicini. La mano di lui, incerta, aveva spostato una ciocca di capelli che le era caduta sul viso. Lui le sorrise intimidito. Lei ebbe una specie di capogiro. Ma perché così vicini? Lei non voleva darsi una risposta. Forse una risposta non c’era. Forse era solo un caso. Forse era il vento con il suo odore di acqua alta. Forse era solo la tristezza per il suo ragazzo lontano. Forse era la speranza di andare avanti. Forse era solo confusione. Era amicizia. Era tenerezza. Era voglia d’amore. Forse era troppo facile abbandonarsi. Lui le sfiorò la bocca con un bacio. Sembrava un bacio pieno di promesse e pieno di disperazione. Un bacio che chiedeva attenzione e cura. Un bacio umile e pronto a tutto. Lei si chiese se un bacio potesse essere tutto questo. Non lo sapeva. Non l’avrebbe mai saputo. Forse era stata solo la sua fervida immaginazione.
E intanto l’acqua del mare invadeva la strada…

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