Mario

La lettera perduta.

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Gruppo di scrittura, personale, uomini on 15 luglio 2009 at 16:50

Lei che l’ha scritta la sa. Ancora una volta quello che l’ha persa, quella lettera, sono io. Perché dire qualcosa? Ormai le lettere perse sono numerose da farne un fascicolo. Io che non riesco a perdere nemmeno un rimorso. Quelle, dispettose, che nessuno rimpiangerebbe, testardamente non si sono perse. Nel mio ricordo niente s’è perso. Quelle, le lettere d’amore, scappano spesso tra le sue dita. Sfortuna? Imprevidenza? Perché dovrei darle un nome? Questo non me la restituirebbe. E perdere una lettera, in giorni in cui non abbiamo nemmeno attimi, è cosa grave. Inseguirla nella memoria. Rintracciarla. Le lettere perse, come i baci, hanno la sostanza di un alito di vento. Passato non lascia tracce. Forse meno perché un bacio è pur sempre una premessa e/o una promessa. Sì! io non perdo niente cioè non le lettere cioè non quelle di oggi. Eppure sono così bravo a perdere le cose. Sono riuscito a perdere persino me. Le lettere per Lei: no! non mi è riuscito. Le faccio almeno in tre copie: una per Lei, una per me e una per noi e per questa nostra storia. Certe non sono nemmeno lettere d’amore. Certe sono solo lettere di scusa. Sono camuffate. Ne faccio tre copie ugualmente. Si sa che il tre è il numero perfetto. Potrei consolarmi che il suo sistema fa risparmiare tempo. Le scrive direttamente, senza passaggi, senza bisogno di salvarle. Fa risparmiare tempo soprattutto a me che non né perdo per leggerle. Cerco di essere abbastanza bravo da riuscire ad immaginarle. Mi dia un indizio. Preferisce che me le scriva?
Ma perché parlare ancora di me. Lei, signora, è alquanto distratta. Ha lasciato le mutandine (?!?!) in un bricco del latte (doveva essere solo una cioccolata; se ne ricorda?). Ha lasciato gli occhiali in bagno e il libro in un lontano sessantotto. Ha dimenticato amori agli angoli delle strade. Potrebbe sembrare letteratura. Lo è. Non è vero. Lasciare il primo sospiro tra le resine non è da tutti. Scordare l’ultimo amore dentro un telefonino, in un sms, è impresa che riesce a pochi. Nel bel mezzo s’è persa persino i silenzi. No! decisamente non è da tutti. Decisamente lei, signora, è alquanto distratta. S’è persa l’amore nell’amore; come fosse un appuntamento col dentista, o con la parrucchiera. Darle del lei è un segno di rispetto. Le riesce l’impossibile. Rischio di sentirmi un dilettante. Le invio un sorriso perché un sorriso rallegra la vita. Un sorriso cerca di consolare, dopo una perdita tanto grave. Sono certo, sono sicuro, che era una bellissima lettera. E’ di questo che mi rammarico. E’ questo che rimpiango. Perché era certamente la più bella. Sto adattandomi alle cose modeste. Il troppo non mi è adatto. Non mi appartiene. Mi vizierebbe. Le cose più belle è meglio che restino dove sono. Scordate. Nell’angolo del non c’è. Nel cassetto degli attrezzi. O in quello delle cartoline. Sicuramente non patentata. Anzi sì! questa capacità di perdere è diventata quasi una professione. Certo che con pazienza le cose si ritrovano. Le cose, mica le parole, mica le idee, mica i sentimenti. Beh! forse anche questi ultimi. Smettiamo di giocare a rimpiattino. Non riesco ad afferrarla mai. Anche quando credo di esserci riuscito, quando le mie mani le sfiorano il profilo nel vano tentativo di riconoscerla, anche allora l’immagine perde nitidezza, si scioglie tra le mie dita, mi sfugge. Anche allora, proprio quanto credo di farmi sicuro, il suo nome mi sfugge. So che quel nome è amore ma delle sembianze non ne sono certo.
Una di quelle donne sembrerebbe essere troppo per un uomo solo. Me ne trovo tra le mani almeno una mezza dozzina. Per cortesia mi scriva una lettera di presentazione. Una banale lettera tipo curricolo. Come dire: nome, cognome, indirizzo, note particolari; se ce ne sono. Le faccio un esempio: sono la ragazza della foto. Scusi la mia banale ignoranza e goffaggine. Io sono un uomo ordinato. Io sono un uomo ordinario. Mica sono un eroe. Mi sono infilato in una tana. Il mondo aveva preso a farmi paura. Gridavo da dentro. Facevo in modo che pochi potessero sentirmi. Soprattutto facevo in modo di non sentire io loro: povero illuso. O io loro: povero scemo. Me ne stavo nascosto nella mia bambagia. Il massimo del mio coraggio l’avevo mostrato in alcune poesie. Versi che subito ho cercato di negare; di perdere. Ma quella era una perdita voluta, necessaria. Mandavo cartoline dal bar. Facevo viaggi senza uscire dalle mie stesse scarpe. Asciugavo i miei mari con un fazzoletto. La mia compagnia più viva è stata la noia. Ho detto parole d’amore che ho copiato dai baci perugina. A cui nemmeno io credevo. E lei si firma: R. la tua donna. Mi scusi ma non ho mai posseduto nemmeno uno spazzolino da denti. Tanto meno una donna. L’ultima a cui l’ho sentito dire aveva già un biglietto in tasca. Niente di tragico, per l’amor di dio. Piuttosto una cosa comica; una carnevalata. Certo che la vita è un gran giullare; magari non è bello quando ti sghignazza in faccia. C’è il rischio di sentirsi ridicolo. Spesso m’è capitato di sentirmi inadeguato. M’è rimasta solo la fatica di mostrarmi offeso. Piccola fatica. Che poi a che serve possedere una donna? Non ha mercato. Non ti concedono un mutuo. E’ anche un oggetto di un certo ingombro. E non parliamo dei soli costi di manutenzione. La definisce “accorata” (aggettivo che denota animo turbato, sentimento intenso. Participio passato del verbo accorare. In inglese dovrebbe fare, dicono, concerned; non mi convince), Lei, quella lettera che non c’è. Non credo di meritare tanto. Forse s’è cercata un destinatario più idoneo; quella lettera turbata. Quel veicolo impazzito di parole impazzite.
Lei mi dice: se colpa c’è la colpa è per uno stupido salto pagina. Ma perché una lettera si mette a saltare; e poi una pagina? Come si salta una pagina? Quale stile si dovrebbe usare? Certo aumenta il rischio; la lettera salterina. A me è capitato di saltare una parola, anche qualche pasto (cosa complicata e dolorosa), mai una pagina. Basterebbe non scriverla; quella pagina. A che serve saltarla? C’è un record? Si giunge ad un compenso? Me l’avessero raccontata in un altro istante nemmeno ci avrei creduto. Ma di chi volete prendervi gioco? Invece eccolo qua, nero su schermo bianco. Caspita. Divorata da un buco nero? Ha perso la rotta durante una tempesta? E’ annegata in un mare di rutti da coca-cola? No! solo ha tentato un salto pagina (carpiato?). E tutto s’è spatacciato nel niente più assoluto. Come se uno, tornando a casa, non trovasse più la casa. Come se uno uscendo al mattino si accorgesse che è finito anche l’ultimo giorno, o che è scomparso il mondo. Nemmeno riesco ad immaginarmela una vita senza mondo. Come una caramella col buco senza niente intorno. O un buco senza formaggio. Un culo senza chiappe. Una canzone per un sordo (mi sorge un dubbio: non è che abbiano inventato una sorta di braille sonoro?). Una che di professione fa la vergine e non si chiama Maria. Una che di nome fa Maria ma non è mai stata vergine (forse è stata Antonio). Uno che per mestiere vive. Un’onda senza mare. Un orologio senza quadrante né lancette. Una puzza senza naso. Un pasto (nudo) senza cibo. Un mare senza orizzonte. Un padrone senza servitori. Un’ Italia senza la I. Un ubriaco astemio (che centro io?). Un dio senza fede. Quel tram senza desiderio. Il cappello del morto. Un uomo senza la donna. Per fare l’impossibile non basta nemmeno essere architetto. Forse ci vuole un titolo da ragioniere. Magari spacciandosi per commercialista. Ogni riferimento è puramente casuale. Un lavoro complicato. Ci vuole quel dio impazzito all’opera. Altro che martello e gradino. Altro che falce e pennello (o pennarello).
Siamo tutti moralisti senza morale. Comunisti con il portafoglio degli altri. Storici delle amnesie. Ci piace ridere, ma solo degli altri. Pisciare dentro il mare. Possibilmente vincere la lotteria. Al massimo tradire, ma mai essere traditi. Leggere un giallo senza sapere prima il colpevole. Amare solo in cambio di amore. Trovare un compagno o una compagna che ci aspetta; paziente. La puntualità negli altri. Cosa altro le posso dire? Ma sì! finiamola con questo estetismo formale. Con usare il LEI per non farsi troppo coinvolgere. Finiamola. Chi non ha mai giurato un paradosso? Onestamente lo ammetto: credo di ricordare. Credo di aver giurato amore e che Lei non c’era. Ed è per questo che Le regalo questa lettera non-sense; ma non riesco proprio a perderla. E’ per questo che rispondo alle mie stesse domande rimaste inevase, e sono molte. Che completo i suoi racconti. Ed è così che La tradisco, scusatemi, ogni giorno con una ragazzina che non ha ancora 17 anni (la stessa della foto). Ed è per questo che tradisco quella ragazzina, ogni mattino e ogni sera, con una donna di 58. Ed è per questo che aspetto ancora quella ragazzina ancora ora che non c’è più. Anche se lei non mi aveva lasciato nessun appuntamento. O almeno né io né lei avevamo detto quando. E guardo impaziente un orologio che non mi dice né l’ora né il giorno, nemmeno l’anno. Lo sa che il datario s’è strisciato in un cantiere ed ora è illeggibile. Ed è per questo che cerco di immaginare la Sua lettera persa. E comincia a mancarmi come mancasse un tassello; la ragione. La ragione del nostro agire. E rileggo sempre le stesse lettere. Le stesse pagine dello stesso diario. Quelle ritrovare. Mi sembra quasi sempre di non conoscerle. Non so se può provare qualcosa di simile.
Perdonatemi se non mi so perdonare. E rimpiango quella lettera persa. Quella lettera di cui «non possiamo nemmeno parlare perché troppo complicata, proprio come noi». Complicata e persa. Quale sia il limite maggiore non mi azzardo a valutarlo; non mi addentro in un giudizio. Comunque complicata perché non so da dove partire, e nemmeno come concluderla, questa mia di risposta. Non so se sia più perché era complicata o perché si è persa. Mi è comunque difficile. Mi è difficile come diventa difficile ogni cosa quando non c’è. E qualche volta anche quando c’è. Forse non sono molto bravo a capire. Certo non sono molto bravo a vivere. Nemmeno ad ascoltare, pare. Ad ascoltare senza domandare. Ed è nelle parole che tutto si fa più difficile. In quelle che vorrei sentire e, di più, in quelle che vorrei non sentire, che non fossero dette, che non fossero mai state scritte. Quel: chi ha detto cosa? Quel: chi ha fatto cosa? Quel: perché? Ecco, la cosa più difficile sono i perché? Non sempre c’è un perché; anzi quasi mai. La vita è cosi. Mica ha solo il vizio della logica. Se ne frega della logica. Semina dubbi e incertezze. Gioca il suo gioco e in gioco ci sono le vite dei suoi abitanti. Ed è arduo questo tradurre i giorni passati in parole. Quelle che vorremmo e quelle che non vorremmo, soprattutto queste ultime. Quelle parole che Lei non vuol dire perché non le vuol sentire. Che sono inutili. Assurdo, illogico; lo so. Forse perché la amo come se l’avessi sempre amata. Forse perché è vero che l’ ho sempre amata. E ho detto ad altre quelle parole che solo a Lei avrei potuto dedicare. E non parlo di poesia; parlo di una intera vita e di una vita vera. Eppure giochiamo entrambi al gioco delle parti. Se a raccontare sono io a soffrire è Lei. Se a raccontare è Lei a soffrire sono io. Quello che cambia e che Lei ha imparato un po’ di più a farlo in silenzio, quel Suo soffrire indispettito (virtù molto femminile, certo silenzio). Lei è allenata di più e meglio? Certo delle cose cambiamo. Basta guardarci a capire che non siamo uno la copia dell’altra.
E certo non è bella cosa, né facile, questo vizio di fare archeologia del nostro passato. Di investigare nei nostri giorni trascorsi e lontani. Vorrei sapere che ne è stato di Lei. Allo stesso tempo vorrei non saperlo. Vorrei imparare ad accettare l’ignorare. Il poco che ci siamo detti, l’immenso che non abbiamo saputo dirci. Una vita intera che siamo incapaci di capire, ancora prima di narrare e far capire. E Lei che è sempre stata caparbia, anche allora, con me, soprattutto. E Lei che lo è ancora. E io che non sono certo da meno. Dilettante dell’amore e dei sentimenti. Domestico dei luoghi del cuore. Che cerco di spolverare tutti gli oggetti della casa: i baci, le parole, i gesti. Lei che cambia ed io che non me ne posso accorgere. Che non posso esserne testimone. Lei che torna. E io ancora a chiedere. Dove non c’ero. Che La prego di farmi entrare. E ho timore ad ogni passo. Perché ogni passo è una trappola; una trappola per la logica. Sì! la vita se ne frega della logica. Non rispetta né rigore né coerenza e nemmeno grammatica. I verbi se li coniuga come vuole. Ti insegna ad amare. Ti mostra l’amore. Te lo nasconde. Come un gioco di prestigio. Lo fa apparire dove vuole. Inventa tutte le possibili sfumature. Va e viene. Ti suggerisce all’orecchio di chiamarlo affetto, simpatia, amicizia; e in altri mille modi. Come non fosse già abbastanza difficile. Non mi ci raccapezzo più. Non mi ci sono mai raccapezzato. Per non far confusione ho evitato di vivere. Ho spiato senza capire. E allora siamo gli interpreti di quello che non abbiamo fatto. Siamo gli esecutori della fortuna. Mi nasconderei ancora sotto le lenzuola se la fortuna non avesse preso le sembianze di un’altra donna. Continuerei a scegliere la vigliacca paura alla libertà. Il ricordo al presente. Vorrei avere la forza di non essere più. Di cambiare. Eppure la mia vita scivola lungo quelle scale. E limito le mie parole perché oggi, 14 luglio, sciopero lo sciopero dei blog.
Con tutto il mio amore
M.

[Audio http://se.mario2.googlepages.com/Lettere.mp3%5D

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  1. […] solo i folli. C’è qualcuno di più folle che un uomo che ama? La risposta corre nella rete e diventa un post. Un post già difficile da capire pur conoscendo da cosa è generato. Per un lungo istante ho avuto […]

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