rossaurashani

La ballerina – La leggerezza della gioventù

In Gruppo di scrittura on 1 aprile 2009 at 21:47

Erano ormai finiti i tempi dell’avanspettacolo e del varietà al sabato. Belli o brutti erano finiti da una vita. In ogni luogo anche i divertimenti erano cambiati. Ma si sa come, nei paesini di provincia, la guerra sia passata invano. E così il passato era tornato ma non dal fondo di un barile sfondato. E in fondo non se n’era mai andato. Così era tornato come da lì vicino, da fuori alle mura. Intristito e greve, forse, appesantito dalla bruma del mattino sui campi. Eppure tornato non da un altro mondo; solo da poco fuori, dai paraggi. Per noi questo era normale. Questo faceva parte della vita di un qualsiasi paesino di campagna. O almeno lo credevamo. Ed è solo così che si possono realizzare le cose più fantastiche come avvenimenti del tutto naturali.
Ma il mondo finiva, allora, subito dopo l’ultimo podere. E quella sera c’eravamo tutti. Così passarono sul tavolato (non si poteva definirlo un palcoscenico, nemmeno con tutta la buona volontà possibile) le ballerine di rivista; e ancora: l’illusionista; il cantante afono dalla giacca sgargiante; e poi, come al solito, anche il comico. Per noi era ancora una rappresentazione e ancora manteneva una sua sacralità. Così anche noi ragazzi, e tutto il pubblico, facevamo volentieri la nostra parte, partecipando e gridando e fischiando. Soprattutto alle ballerine, è naturale. Ma non solo, il comico non poté finire e dovette scappare a metà del suo numero. Forse quello era un numero veramente comico o ironico ma certo che, se la guerra era passata invano, lui continuava a riferirsi ad avvenimenti avvenuti prima di essa. Non tanto a quel mondo, che sarebbe stato il meno, quanto a fatti precisi di quell’epoca che non potevamo conoscere. Tra un sogghigno e un lazzo non riuscivamo proprio, anche con tutta la nostra buona volontà, a capire alcunché. Da noi poi si legge solo il quotidiano sportivo del bar e spesso neanche quello del giorno, figurarci se abbiamo altro tempo da perdere.
E poi con quella giacca, e quel suo fisico tradito dalle truppe di pastasciutte. Non potevamo essere da meno. Eravamo una bolgia non molto esigente, delirante e ben armata. Chi non avrebbe provato paura a presentarsi davanti al nostro giudizio? Lei no! Si faceva chiamare Elena Solipinskaija perché diceva sempre: “Si ha un bel dire ma i Russi sono sempre Russi. Come loro ci sono solo i Russi”. Proprio nel momento di massima tensione, dopo il comico, era entrata Lei. Credo che Elena fosse il suo vero nome, per il resto tutto di Lei si perdeva nel più fitto mistero. Nel fiabesco mondo delle mitologie. Parlava un romagnolo senza pentimenti, con le vocali che arrotondano le labbra ma si favoleggiava di grandi onori e grandi amori. Di tesori regalatiLe e sperperati dal tempo e dal sogno di restare sé stessa. Sembra avesse ballato davanti a grandi nobili nonché nei loro grandi letti. E che più di qualcuno lo aveva rovinato. Almeno questo si sussurrava e nemmeno ormai più a voce tanto bassa.
Lei la guerra doveva averla vista davvero e in faccia; e non l’ultima bensì quella grande. Scoppiò in tutti una volgare risata spontanea. Ma la sua figura appariva, in verità, patetica. C’era in Lei tutta la nostalgia del tempo che era fuggito. Muoveva alla tenerezza: nel suo tutù rosa pareva schiacciata al suolo. Della antica bellezza non era rimasto molto, la figura era appesantita; ne più ne meno che quella delle tante nostre massaie in età. Il viso era così bianco che ricordava la pasta degli gnocchi quando si ravvolge in un abbondante lenzuolo di farina. E in quel viso una boccuccia rossa e due occhietti azzurri, piccoli come spilli, che sprofondavano senza penitenza.
Dopo un breve attimo di pausa, quel tanto bastante a riprender fiato, la platea aveva ricominciato il solito vociare: “Nuda! nuda!” subito affogato nel pentimento e poi nel terrore. Lei sarebbe magari stata anche capace di farlo. A seguire le urla si indirizzarono in un più innocuo e meno pericoloso: “Facce ridere! mandrucona.“–ed erano già più tranquillizzati– “Nun ce provà!” –e altri– “Ah Fata!” –e altri ancora– “Torna a casa”. E in effetti la cosa aveva, nella sua melanconicità, un che di ilare. Ma Lei non indietreggiò d’un passo e cercò di ballare. Non è per mancanza di rispetto ma quello era il termine giusto: “cercò” perché il suo, anche con la più buona buonavolontà, non si poteva certo più definire ormai un balletto. Per fortuna avevano finito i gatti ma anche solo quelle grida erano una bestemmia, a una grande artista come Lei. Ma si sa che nessun pubblico sa essere pietoso più del tempo che quando passa non torna mai sui suoi passi.
Questo mise in moto tutto il suo orgoglio. I grandi, quando sono veramente grandi, si possono privare di tutto, anche del pane, ma mai dell’orgoglio. Provò una posizione da angelo, col busto molto in avanti, sbilanciato in avanti, e le braccia allargate. Ma tremò tutta e tremarono tutte le sue carni di budino tiepido. A stento non crollò tragicamente al suolo trascinata anche dai suoi grandi senoni e dall’equilibrio reso precario su quei piedini. Solo l’orgoglio smisurato riuscì a tenerla su. E con uno sforzo sovrumano rimase pressappoco nella posizione. Quando il suo partner cercò di prenderla dopo un volo d’un misero saltino fu stroncato dal delicato peso rosa.
Fu allora che, prima uno sparuto manipolo, e poi tutti all’unisono, come una voce sola, cominciarono a gridare: “Sulle punte! dolcezza! sulle punte. Facci vedere”. Io cercai di interpormi fra i due partiti, anzi tra l’artista e i suoi carnefici. Di lottare per impedire quella che mi sembrava un’inutile, e immeritata, tortura. Ma ero solo un ragazzino. Così con tutta la tipica ignoranza grossa, e l’indelicatezza del giovane qual’ero, gridai, con tutte le mie forze: “Basta! basta per carità!”. E forse anche della pietà che non poteva essere morta. Ed era un grido compassionevole il mio; ma nemmeno si udì. Eppure non avevo pensato a Lei, non avevo avuto rispetto di quella donna. Si! ero stato proprio io, come potevo non aver considerato che quel palco era la sua vita? E che era la mia ignobile pietà a pugnalarla lì so-pra?
Forse solo Lei mi udì, perché guardò dalla mia parte, o almeno questo mi sembrò. Con un gesto imperioso fece tacere la musica all’improvviso e si rivolse al pubblico: “Io ho ballato davanti a ricchi signori e a tiranni”, –disse, con tutta la dignità che può dare l’arte, in un italiano quasi perfetto –”davanti a occhi non più benevoli dei vostri ma certo più competenti. Fuori bruciava la guerra e io dentro ballavo e facevo esplodere una diversa guerra nei cuori”. –tutti erano allora rimasti muti ad ascoltare quella donna così decisa–”Io ho sempre ballato perché io so solo ballare. E il balletto, io, io che ho visto danzare Nijinskij, proprio io, ho elevato ad arte. Anzi, io sono il balletto. Non c’era Preobrajenska che tenga. E anche stasera ballerò e non sarete voi a farmi smettere. Volete vedermi librare sulle punte; e non aspettavo altro. E sulle punte mi librerò. Leggera come una piuma. E con la grazia di un usignolo”.
Con un gesto simile al precedente ma più aggraziato diede il permesso affinché ricominciasse la musica da dove l’aveva interrotta lei stessa. Fece due piroette, una prima un po’ goffa e traballante, ma la seconda andava già meglio ed era più decisa. Poi uscendo da quest’ultima giravolta si fermò sulle punte del suoi piedini; immobile. Le braccia larghe come piccole ali. Gl’occhi rivolti al cielo, come se il soffitto non ci fosse, il naso all’insù pieno di naturale superbia. Le bocche di tutti si spalancarono, Lei era là statuaria e immobile e scoppiò giù, fra il pubblico, una vera e propria ovazione. Ma Lei rimaneva lì sulle punte come sorda a quanto avveniva. L’ovazione si tramutò in una lungo sospiro di meraviglia. E Lei restava lì a trattenere quel sospiro minuti, ore, come in una sfida fra la donna, l’artista, e il suo pubblico. Si! perché il pubblico ormai era solo suo, tutto suo; le apparteneva.
Tre giorni dopo si spensero alcuni riflettori e si verificarono le prime, sporadiche, diserzioni fra il pubblico. Tradimenti di poco conto. Gente priva di rispetto per sé stessa. Ma Lei era ancora lì, nella penombra, che si rizzava verso il cielo, verso là dove si incrociavano le corde che governano le quinte. I pompieri, finito il servizio, abbandonarono via via la lotta. Ma molti tornarono poi come semplice pubblico. Gli operai smontarono dispiaciuti quelle quinte. Ma bastava Lei per lo spettacolo. Io non so se Lei è ancora lì, ritta sulle punte. La vita, mio malgrado, mi trascinò, con la mia famiglia, via. E come molti ci costrinse nella grande città. Secondo le voci è ancora immobile su quel palco. Ma qualsiasi sia poi la verità io non potrò mai dimenticarla. Per tutta la mia vita. E per me resterà per sempre la grande Elena Solipinskaija.

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