Mario

Cos’è un italiano.

In Anomalie, Informazione, politica, uomini on 12 marzo 2009 at 23:13

Camilleri articolo riportato su Micromega on line – pubblicato su Limes

ufficiale

Da molto tempo, una quindicina di anni a questa parte, mi chiedo quotidianamente, senza trovare una risposta significativa ed autorevole Cos’è un italiano.
Leggendo l’articolo su riportato ho avuto momenti di varia “illuminazione” che più che legata ad una lettura politico sociale della realtà italica, ne ho ricavato una lettura storico letteraria forse meno certa, ma più autorevole.
Camilleri, grande scrittore e testa pensante tra le più lucide nel paesaggio artistico del nostro paese, si chiede se, partendo dal più banale luogo comune: “italiani brava gente” e passando attraverso la quiescenza del periodo fascista e l’irresponsabile adesione ai nuovi ideali nostalgici e conservatori dei nostri giorni, si possa ancora considerare il nostro un paese civile e progressista.
Si deduce dal percorso storico che l’italiano non è mai stato fatto mentre l’Italia sì, così da fugare ogni dubbio Metternichiano. Basta solo pensare all’uso dei dialetti, che malgrado i severi divieti dell’epoca fascista, hanno continuato ad esistere in barba all’unificazione linguistica dell’Italia. Ma non è solo questo che rende poco omogenea come entità unica l’Italia, basterebbe pensare che non sono accomunabili i matrimoni con rito celtico del nord con lo scoagulo del sangue di S.Gennaro a Napoli.
Certamente che l’avvento della televisione ha reso l’Italia unita, più che qualsiasi costrizione culturale o scolastica.
La cosa fa pensare che oltre a unificare sotto una sola lingua, si sia anche arrogato il diritto di unificarla sotto un “unico linguaggio” detto anche “linguaggio concettuale”.
Inutile dire che la propaganda fin dai tempi di Mussolini ha veicolato un pensare comune ed ha emarginato le voci al di fuori del coro. Cosa che si ripropone pari pari ai giorni nostri “all’italiano piace ascoltare la parola del capo sentendosi uno tra i tanti”. Vero è che all’italiano piace salire sul carro dei vincitori per poi discendere in corsa non appena si accorge che la guerra è perduta.
Così l’italiano che osannava il Duce era lo stesso che pochi giorni dopo lo appendeva al distributore di benzina in piazzale Loreto.
Ma nei confronti del fascismo esistono delle contraddizioni incomprensibili, già tre anni dopo la liberazione, Giorgio Almirante, esponente del partito erede di quello fascista, entrava a far parte con pieno titolo all’arco costituzionale. “Il fascismo insomma è una fenice che non ha bisogno di ridursi in cenere per rinascere.” , non è mai morto e fa parte del DNA di un popolo che ama essere comandato e ama seguire le figure forti.
Quasi sempre, nella sua lunga storia, l’italiano ha dimostrato di essere esattamente come le particelle di Majorana, ossia non la coesistenza, ma l’inscindibile fusione degli opposti costituisce l’identità.
“Il Rinascimento in Italia ebbe origine proprio nel periodo più acuto delle guerre fratricide, dei tradimenti, degli assassini. Mentre dalla lunga, tranquilla, secolare pace degli svizzeri non è nato che l’orologio a cucù.
Questo è il paradossale segno di contraddizione che appartiene all’italiano.
L’italiano non ha una visione totale della storia d’Italia, ha semmai una certa visione di dettaglio, limitata cioè alle minute vicende del suo vicino territorio, del suo paese d’origine, e addirittura del quartiere dove è avvenuta la sua nascita.
Questo spiega in parte il grande successo politico della Lega Nord. All’infuori di questo perimetro, l’orizzonte dell’italiano è da miopi.
Ecco, gli italiani non hanno il senso della Storia, ma della Storiella.
Perché la Storia comporta l’uso critico della memoria e gli italiani essenzialmente tendono ad essere smemorati o ad avere la memoria corta. Se la Storia è veramente magistravitae, gli italiani non hanno mai frequentato quella scuola.
Pertanto, del momento massimo del consenso, che si verificò al tempo di Mani Pulite, quando la magistratura milanese fece piazza pulita della corruzione partitica e, praticamente, spazzò via la Prima Repubblica, l’italiano non ricorda nulla.
Dalle ceneri di essa, lo sappiamo, nacque inopinatamente un affarista milanese che seppe trasformarsi in uomo politico. Aveva molti conti aperti con la giustizia. E quindi, appena arrivato al potere, si è dedicato anima e corpo alla distruzione del sistema giudiziario, con continue leggi ad personam e addirittura arrivando ad affermare che i giudici sono esseri mentalmente tarati. Le stesse parole adoperate dal gran capo mafioso Totò Riina. Ma quanti italiani se ne sono accorti?
Ad ogni modo, dato il larghissimo seguito di cui dispone, è riuscito ad abolire il divario tra Sud e Nord: l’italiano di Palermo e quello di Bergamo ora sono felicemente concordi nella sfiducia totale verso la giustizia.”
Insomma da questa smemoratezza per il proprio passato nasce la presunzione di poter reiterare gli errori senza doversi porre il problema della superficialità e della disinformazione, della mediocrità e dell’inaffidabilità di un popolo rimasto sempre bambino.
In qualsiasi modo rispondere se “italiani brava gente” è una descrizione che si addice al nostro popolo, senza dare una risposta, mi vien da pensare che nessuno può dirsi di appartenere ancora alla “brava gente” se scordando un passato di migrazione, di ingiustizie subite, di angherie, di mancanza di libertà, perpetua sugli altri le medesime sopraffazioni.

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