rossaurashani

Paura e precarietà

In Gruppo di discussione politica., politica, Sinistra e dintorni on 21 gennaio 2009 at 23:44

GLOBALIZZAZIONE LIBERISTA E PRECARIETA’ SISTEMICA

Nel corso degli ultimi trenta anni, con una accelerazione potente sostenuta sul piano del simbolico dalla caduta del muro di Berlino, si è affermata una sorta di “mistica” della libertà e del futuro meraviglioso per tutti.

Questo “futuro” si è rapidissimamente affermato come terreno di realizzazione di processi che, per semplificazione, definiamo della deregolazione e della privatizzazione.

L’evoluzione delle tecnologie digitali e della comunicazione, simbolicamente rappresentate dalla diffusione di internet che passa da tecnologia di “rete militare”, per il collegamento dei diversi siti militari USA collocati nei diversi paesi, degli anni ’60 a rete planetaria, hanno progressivamente consentito una crescita esponenziale delle potenzialità dell’economia basata sulla finanziarizzazione (transazioni finanziarie senza alcun limite, speculazione finanziaria senza alcun controllo). Contemporaneamente la applicazione delle tecnologie digitali alla produzione (dalla meccatronica alla robotica) ha favorito diverse collocazioni produttive senza drammatici cali della qualità delle produzioni (delocalizzazioni produttive).

La crescita delle speculazioni finanziarie, il ruolo crescente degli azionariati tesi solo alla distribuzione dei dividendi, ha contribuito al diffondersi della nuova “aristocrazia manageriale” iperpagata e particolarmente aggressiva nei confronti dell’occupazione (più licenziamenti più dividendi più benefit per manager).

Globalizzazione autoritaria

Questo enorme processo di riorganizzazione, forse persino rivoluzione, è stato potentemente sostenuto dalla cosiddetta globalizzazione autoritaria e guerrafondaia che, divenuta elemento costituente di un nuovo ordine mondiale, lo ha fondato sulla privatizzazione “del tutto”, dall’acqua, alla terra, al cibo (OGM e possesso dei brevetti), alla scuola, alla salute, ai diritti che, nei contesti occidentali, sono stati derubricati a privilegi e, conseguentemente, “privatizzati”, cioè divenuti patrimonio di pochi.

Insomma, si è sviluppato un enorme processo speculativo che ha coinvolto l’intera sfera del vivere e l’intero complesso dei “viventi” non solo gli esseri umani ma tutto ciò che è vivente sul nostro pianeta.

Un processo speculativo di questa portata non sarebbe stato possibile senza una formidabile destrutturazione dei diritti del lavoro.

Valore sociale del lavoro

Il valore sociale del lavoro, il suo riconoscimento, potevano rappresentare un antidoto potentissimo alle forme della speculazione (vedremo, poi, come sostanziare questa affermazione così perentoria).

Pertanto agire per destrutturare la rappresentanza del lavoro, disconoscerne il valore, persino farlo scomparire dall’immaginario sociale collettivo, derivava non solo da una “cattiveria genetica del capitale” ma dalla necessità contingente di sviluppare, in economia, un modello basato sulla finanziarizzazione e sulla speculazione, mentre ,sul piano politico istituzionale, si costruivano le condizioni per le derive autoritarie della democrazia e le forme di riduzione della rappresentanza che sono proprie delle società dell’incertezza e dell’insicurezza: le società della paura.

Fragilizzazione

La politica si è messa al servizio della speculazione e, per realizzare il mandato conferitogli, doveva dare corpo appunto alla società dell’incertezza e dell’insicurezza.

Se le persone, le cittadine ed i cittadini, di un territorio, di una nazione di un continente, del pianeta, vivono una condizione permanente di insicurezza ecco che si determina una sorta di fragilizzazione delle identità individuali e collettive.

Se sei fragile individualmente tendi ad una chiusura, vivi i processi in solitudine, abbandoni i terreni del confronto sociale, interpreti gli altri da te come una minaccia della tua sfera soggettiva.

Se intere collettività vivono il processo di fragilizzazione ecco che diventa possibile reinnestare la pianta del razzismo, della xenofobia, della cancellazione delle differenze, di genere, religiose, etniche, di preferenza sessuale: come per gli individui così per le collettività, gli altri non rappresentano una risorsa per la crescita sociale collettiva bensì una minaccia.

Il  fenomeno delle “piccole patrie”

Le “piccole patrie” diventano, allora, la forma migliore per dare corpo istituzionale alla società della paura.

La piccola patria è troppo piccola per garantire una efficace interdizione ai processi globali, è troppo piccola per garantire un sufficiente livello di intervento pubblico (sia in economia che di welfare), ha una dimensione ottimale per garantire in controllo autoritario del territorio.

Quale strada hanno intrapreso gli “imprenditori politici della paura” per dare corpo alla società dell’incertezza e dell’insicurezza?

Quella della PRECARIETA’ SISTEMICA: tutto, nella sfera del vivere ed in ogni parte del pianeta, andava reso precario.

La guerra permanente, il genocidio in Africa (dal Darfur al Congo passando per centinaia di conflitti come ad esempio in Somalia), rappresentano un “bel modo” di rendere precario il tutto: chi è più precario di chi prende le bombe sulla testa? o vive in una baraccopoli come quelle vissute da Zanotelli ed i frati comboniani?

Mentre qui, nell’occidente evoluto che le guerre le porta “fuori di se”, la strada è quella della precarietà del lavoro.

Queste nostre società si sono caratterizzate come “società lavoristiche”, interamente “messe al lavoro”.

Il lavoro ha permeato di sé tutti i contesti: oltre che quello economico in senso stretto a quello sociale (se lavori sei incluso socialmente, se lavori esci dalla condizione di povertà) fino ai sistemi territoriali occupando e stravolgendo stabilmente il paesaggio e determinando, anche per questa via, quella sorta di “spaesamento”, parafrasando Andrea Zanzotto (alle volte i poeti aiutano a capire più degli economisti, di perdita del senso di se che si realizza nella relazione con gli altri.

Precarietà

La precarietà del lavoro è per nulla derivante da fattori economici tanto è vero che il cosiddetto lavoro precario si sviluppa su lavori permanenti: ad esempio le cassiere dell’ipermercato che si alternano ogni tre mesi sono precarie mentre il lavoro alla cassa è un lavoro stabile, gli interinali nelle aziende o nella pubblica amministrazione si alternano su funzioni lavorative stabili, persino definite come compiti istituzionali nella P.A…… e si potrebbe continuare con tantissimi altri esempi.

Tranne pochissime eccezioni i lavori sono stabili, è l’occupazione che è stata resa precaria: il lavoro è stabile, sono le persone che sono state rese precarie.

In questo quadro, elemento non secondario, la precarietà incide da un lato negativamente sulla sindacalizzazione e sul potere sindacale cancellando, o indebolendo drasticamente, la sindacalizzazion tra i precari soggetti ai ricatti, e dall’altro, sulla trasformazione della natura e del ruolo del sindacato stesso che si posiziona su rive corporative e su modelli di servizio più che di contrattazione.

Se le persone sono precarie, vivono la propria condizione economica in modo precario, la loro occupazione è precaria, l’intera loro vita diventa precaria, ed ecco, allora, l’emergere dei processi di fragilizzazione, individuale e collettiva, a cui mi richiamavo precedentemente.

Siccome non ci si fa mancare nulla ecco che, per essere ben sicuri del lavoro da fare, gli imprenditori politici della paura affiancano, alla precarietà del lavoro in senso stretto, altre forme di precarietà che si ricavano dal lavoro precario: infatti il nostro è un welfare cosiddetto contributivo, basato, cioè, sui contributi a carico del lavoro (sanità, pensioni, persino le politiche per la casa si richiamano, in qualche forma, al lavoro), ed è intuitivo che, ad occupazione precaria corrisponda un sistema sociale a “protezione sociale” precario.

Se le persone, e le collettività, attraverso le guerre e/o le diverse forme della precarietà, sono rese fragili è più semplice, per il potere nelle sue articolazioni economiche e politico/istituzionali, orientarle verso modelli culturali, istituzionali, politici e sociali fondati sulle esclusioni sociali e su piattaforme principalmente culturali basate su forme di razzismo e xenofobia che, pur in presenza di minori asprezze rispetto al passato (nessuno vorrebbe rivendicare il modello nazista come quello di riferimento oppure l’apartheid sudafricano come meta a cui tendere), tendono a dare corpo ad una struttura sociale con scarsi ascensori (il blocco della mobilità sociale verticale) e con conseguenti strutture “di casta” molto rigide.

La precarietà sistemica non è, allora, una scelta economica alla quale non si può sfuggire bensì una scelta politica lucidamente perseguita in ossequio ad un primato ideologico: quello della privatizzazione del tutto.

Se la precarietà non è un “obbligo” bensì una volontà allora si può cercare di contrastarla e realizzare, nelle forme e nella qualità dei lavori del “terzo millennio”, una nuova stagione di riconoscimento del valore sociale del lavoro che, a differenza del passato, deve riconoscersi anche in una diversa qualità della relazione tra lavoro e territorio, inteso non in termini geografici bensì come luogo di relazioni sociali complesse.

In questo tempo sento particolarmente la necessità che la sinistra ricostruisca una sua autonoma “teoria del lavoro”.

Teoria del lavoro

Cos’è il lavoro oggi, quali sono i lavori oggi, come si rappresenta, quale diritto del lavoro è rimasto.

Senza una teoria del lavoro la sinistra semplicemente non esiste.

E’ come se, dopo la figura dell’operaio massa [che aveva plasmato su di se non solo le forme della contrattazione e quelle della rappresentanza (il sindacato dei consigli, il gruppo omogeneo), ma le stesse forme istituzionali (i consigli di zona ed i consigli di quartiere nascono sull’onda del sindacato dei consigli)], la sinistra avesse perso il rapporto con i lavori, non li sapesse più riconoscere e , di conseguenza, rappresentare.

Cos’è il lavoro oggi? E’ quello dell’operaio specializzato di mestiere? E’ quello dello specializzato dequalificato dalla meccatronica? E’ il lavoro cognitivo? E’ il lavoro di genere? E’ il lavoro migrante? E’ quello pubblico? E’ quello dei servizi? E’ quello precario? A tempo indeterminato? A termine? Interinale?

Credo sarebbe opportuno superare il concetto di universo del lavoro per ragionare su di un “PLURIVERSO del LAVORO”.

Un pluriverso che ha bisogno di vedere ridefinite le forme della rappresentanza, quelle della rappresentazione di sé, un nuovo diritto del lavoro.

Senza una nuova teoria del lavoro non saremo in grado di costruire una nuova riconoscibilità per il lavoro, i lavori, una nuova valorizzazione sociale del lavoro.

Con il sindacato dei consigli il lavoro “parlava” al territorio.

Dalla grande “città fabbrica”, anche simbolicamente definita dalle cinta murarie, il lavoro plasmava anche le scelte dei territori, delle collettività civili.

La difesa della salute in fabbrica diventa, velocemente, le medicine del lavoro e la riforma sanitaria, le 150 ore per la crescita culturale degli operai diventano la riforma della scuola e dell’università con la possibilità della mobilità sociale per i figli degli operai che possono diventare medici e ingegneri ed altro ancora, la difesa del salario e del reddito diventano l’equo canone e le tariffe agevolate dei trasporti.

Questa relazione tra lavoro e territori si è come volatilizzata.

La grande fabbrica non c’è quasi più, il lavoro è uscito nel territorio, attraverso le forme di parcellizzazione produttiva, ed è come scomparso, ha perso visibilità e ruolo sociale, non è più portatore dei connotati fondamentali dell’identità.

Solo fino a pochi anni fa il lavoro ci connotava. Chi sei? Sono un operaio, sono un medico, un infermiere, un insegnante e così via.

Oggi il cittadino lavoratore si connota attraverso una pluralità di condizioni: sono un precario, laureato, disoccupato, donna, migrante ecc.

Questa “connotazione plurale” equivale ad una non connotazione.

Il lavoro oggi è senza identità sia dentro i luoghi di lavoro che fuori, nei territori.

Ed un lavoro senza identità smarrisce le forme del confronto capitale lavoro e diventa, invece, parte del sistema territoriale: viene, per usare una categoria marxiana, sussulto dal territorio che diventa il collante identitario ed il legame sociale.

Credo che una delle ragioni del “successo” della Lega tra i lavoratori, oggi, sia, almeno in parte, riconducibile a questa forma di sussunzione.

E allora, nella necessaria costruzione di una nuova teoria del lavoro, questa relazione tra lavoro e territorio va ricostruita, da sinistra, a partire dagli articoli 1 e 3 della Costituzione.

Da un lato, art. 1, la relazione tra diritti del lavoro e diritti di cittadinanza (la Repubblica si fonda sul lavoro significa che esiste una relazione intima, inscindibile, fondativi, tra diritti del lavoro e diritti civili con gli uni che non esistono senza gli altri) e, dall’altro, art. 3, l’obbligo, per la repubblica, di garantire le forme della emancipazione delle donne e degli uomini.

Significano, questi due articoli, in un “combinato disposto” tra loro, che bisogna partire da una piattaforma comune di cittadinanza, il salario sociale e/o reddito di cittadinanza, che ognuno/ognuna percepisce a prescindere dal fatto che lavori o meno.

Questo salario sociale potrebbe costituire una sorta di piattaforma sociale generale comprensiva dei diritti per tutti/e.

Una piattaforma sociale in grado di eliminare il ricatto della precarietà e del sottosalario in quanto se si percepisce un salario sociale si possono rifiutare le offerte immorali.

Insomma il meccanismo concettuale devastante del “piuttosto di niente è meglio piuttosto” perderebbe ogni capacità di condizionamento reale delle persone.

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Alessandro Sabiucciu – Assessore al Lavoro – Provincia di Venezia

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