rossaurashani

Il mio sessantotto.La leggerezza della gioventù

In Gruppo di scrittura on 17 luglio 2008 at 13:19

La mia generazione è per diritto acquisito quella degli “ex”, semplicemente “ex” davanti ad una  parola che conta. Una di queste è “sessantotto”, a dire il vero è un numero, ma significa molto ma molto di più.
Vengo da una famiglia cattolica che a quel tempo voleva dire democristiana, gente semplice, senza velleità, onesta e lavoratrice. Un padre artigiano modestissimo, madre casalinga e una nidiata di fratelli. Concetto di libertà massima era il lavoro, concetto di donna era asservita alla famiglia.
Volevo studiare e non ho potuto. Avrei potuto avere qualche possibilità ad un liceo , ma a quel tempo far studiare una “femmina” erano soldi sprecati.
Così arrivarono i miei anni della contestazione. Volevo fare il prete, ma ero una donna. Volevo conoscere il mondo, ma non conoscevo nemmeno la mia città. Volevo essere libera, ma la mia era una libertà condizionata . Volevo portare i pantaloni, ma li tenevo nascosti in soffitta,  li indossavo in fretta quando uscivo, rinascondendo poi la gonna. Volevo amare ed essere amata in libertà, con gioia e senza limiti, ma sopratutto volevo la mia libertà e non l’avrei scambiata con niente al mondo.
Allora incominciai a scalare la montagna, rinunciai ad un cappotto per iscrivermi ad un corso di lingua inglese e per diventare stenodattilografa e prima di finirlo avevo già un lavoro: primo stipendio 28 mila lire. Era lunga la strada per l’autonomia…
Allora anche nella mia città un pò sonnolenta, i fermenti di quegli anni si facevano sentire. Le contestazioni contro la Biennale d’Arte, “serva dei gruppi di potere”. L’occupazione all’Università di Architettura, contro lo studio aperto solo alla classe borghese (ai figli dei padroni). Gli scioperi dei lavoratori per il riconoscimento dei loro diritti. Io sognavo le oceaniche manifestazioni dei pacifisti americani, ma scappavo, attraverso le strade della mia città, dalle cariche della polizia.
Incontrai un ragazzo, iscritto a Sociologia a Trento, figlio di un operaio che aveva fatto la Resistenza. Non ci separavamo mai, assieme alle manifestazioni del Movimento Studentesco, assieme a fare le prove se l’innamoramento poteva essere solo un fatto personale oppure politico, assieme a cantare le canzoni di protesta infarcite da tanti slogan gridati.
Sognavo la poesia americana e i viaggi fino alla fine del mondo, senza orario e senza bandiera, senza confini e senza ritorno. E conoscevo solo la mia città, piccola e asfissiante, la mia quotidianità senza scampo, le parole strozzate in gola. Nessuno mi chiedeva: Cosa vuoi? Cosa pensi? E a me sembrava che quegli anni formidabili non fossero miei, fossero destinati agli altri e a me fosse dato solo guardare.
Poi arrivarono le Bombe, le Stragi,la strategia della tensione, la lotta si fece violenta senza risparmiare colpi, la lotta si trasformò in guerra , guerra di bande, e la risposta fu la repressione, potente e senza scampo.
Mio padre non mi parlava più, mia madre non sapeva più che fare, disobbedivo e mi punivano, ma io non cedevo mai. Non dovevo sprecare la mia vita in piccole cose inutili, volevo essere libera e scegliere la mia strada. Ma nessuno mi chiedeva mai dove fossi diretta. Quali sogni sapessi inventare.
21 anni, maggiore età, il giorno stesso misi le mie cose dentro una borsa, davanti alla faccia preoccupata di mia madre ed uscii per sempre da quella casa. Poco prima chiusi la porta anche davanti all’amore con cui avevo diviso le barricate, che ugualmente mi guardava incredulo, attonito. Nessuno pensava che avessi qualcosa da dire o che il mio selenzio nascondesse quel piano inarrestabile che era la mia libertà.
Qui finiva il mio sessantotto ed iniziava la mia nuova vita, nemmeno io avevo creduto che la libertà di pensiero passasse per la propria libertà fisica. Rispondere di sè stessi e per sè stessi è l’unica via che porta alla crescita. Così la mia generazione visse quegli anni tormentati, che furono dolorosissimi e pur splendidi anni di crescita, un percorso obbligato che cambiò noi stessi e la cultura del mondo, che lasciò un segno indelebile.
Grazie Riciard per avermi chiamato Sessantottina senza un “ex” davanti, ridai dignità ad una lotta in cui credo e crederò sempre, che oggi per i principi in cui credo, mi consente di avere un dialogo aperto anche con la tua generazione, che per questione temporale ed ambientale è lontana dalla mia, senza però (almeno per quanto mi riguarda) avere l’illusione di essere diversa oppure di essere migliore di voi.

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  1. Leggerti è un vero piacere.. anche se il 90% delle cose che scrivi io non le conosco però fai venir voglia di conoscerle!
    Un abbracccio, Lisa

  2. Non ho vissuto il 68 in prima persona, ne ho respirato l’aria, la tensione. Ho cominciato fare politica nel 77.
    Erano ancora vivi e vegeti tutti i riferimenti ideali.
    Poi ci siamo avventurati negli anni 80, gli anni della Milano da bere (anche se io sono di Firenze…) e pezzo per pezzo tutto si è sciolto come neve al sole.
    Di quegli anni mi porto dietro la voglia di discutere, di capire, di cambiare, di costruire un mondo nuovo, giusto.
    Me lo porto nella vita di relazione, nella vita professionale, nella vita affettiva.
    Questa tensione ideale che ci portiamo dietro dovrebbe funzionare da stimolo per ri-costruire nuove idealità, nuove identità.
    Tutti gli “idoli” devono essere decapitati.
    A tutti noi è richiesto uno sforzo per un nuovo rinascimento.
    Un nuovo alito vitale che riprende dal passato solo questo respiro etico.

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