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	<title>L'Altra Metà del Cielo &#187; Gruppo di scrittura</title>
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		<title>L'Altra Metà del Cielo &#187; Gruppo di scrittura</title>
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		<title>Senza domani</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 07:24:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciindescai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da che si ricordava era sempre stato un giovane piacente. Su questo aveva sempre contato. Quando si è giovani tutto è a portata di mano, tutto esige fretta e noncuranza. L’amore per lui era stato un problema solo all’inizio. Non avrebbe dovuto innamorarsi così presto. Soprattutto non avrebbe dovuto innamorarsi di Lei. Non proprio allora, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=2191&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Da che si ricordava era sempre stato un giovane piacente. Su questo aveva sempre contato. Quando si è giovani tutto è a portata di mano, tutto esige fretta e noncuranza. L’amore per lui era stato un problema solo all’inizio. Non avrebbe dovuto innamorarsi così presto. Soprattutto non avrebbe dovuto innamorarsi di Lei. Non proprio allora, che con gli amici faceva quella vita pazza e divertente, senza pensare a niente di più che alle macchine veloci, alle donne facili e al denaro in tasca. Di quello ne aveva avuto in abbondanza. Certo lavorava come un cane tutto il giorno e poi alla sera faceva vita da randagio. Con i soldi a volte facevano chiudere il bar che diventava il covo delle loro piraterie. Ma poi dov’erano finite quelle donnine che non mollavano mai? Quelle che tiravano su la gonna appena vedevano la sua auto sportiva e che chiedevano di portarle a fare un giro che poi finiva come finiva. Essersi innamorato di lei era stato un gran brutto affare. Lei alle auto non ci teneva. Lei aveva la testa sulle spalle. Voleva avere una casa per loro due. Voleva che pensasse al futuro. Diceva con la sua faccia da bambina: “Non si può vivere bene senza pensare al futuro. Dobbiamo pensare a quando saremo vecchi e stanchi e non avremo più la voglia di uscire e di cercare avventure.” A lui sembrava un discorso assurdo, da vecchi. Lui non sarebbe mai diventato vecchio. Sperava di accorgersene prima. Era certo che la vita a lui non avrebbe mai presentato il conto. A lei lo fece quasi subito. Non aveva fatto a tempo di uscire dal bozzolo che si era schiantata in volo. Inutile farfalla. L’aveva lasciata sul letto di quell’ospedale senza riuscire a rimanere fino alla fine. Le aveva promesso di non dimenticarla mai. Ma il dolore è vigliacco, ti rende debole, ti fiacca e ti cancella i ricordi. Lui se n’era andato con la sua gioventù che gli pesava sulle spalle, ma l’avrebbe dimenticata, oh se l’avrebbe dimenticata. La vita aveva ripreso il suo percorso. Una vertigine dietro l’altra, una sbandata dietro l’altra. Le donne sanno essere generose se non ti chiedi mai chi siano davvero. Non voleva più cambiare. Voleva tutto e subito e lo teneva il tempo di qualche sigaretta. Non si era mai posto il problema di cosa c’era dietro all’angolo. Del colore e del sapore del domani che diventa oggi. Inutile corsa verso il vuoto. Non era uomo per il domani, era l’uomo per l’oggi. A volte ricordava quella ragazza che voleva il futuro e che non l’aveva mai avuto. Lui non era così, prendeva, consumava, gettava e riprendeva ancora. Gli amici se n’erano andati ormai da tempo. Le donne che prima lo cercavano ora si erano dimenticate di lui. Adesso la vita era avara di emozioni tanto che il suo corpo richiedeva una dose in più di eccitazione per poter continuare. Tutto si faceva confuso, perché facendo quello che aveva sempre fatto, non riceveva più la soddisfazione che gli spettava. Anche i soldi non bastavano mai. Non lavorava più come un cane e non capiva perché. Un giorno decise di tagliarsi quella barba che da giorni stazzonava sul suo viso. Incontrò nello specchio la faccia di quello sconosciuto. Era un viso segnato, gonfio, senza compattezza. Era il viso di un altro uomo. Distolse gli occhi da quegli occhi cisposi e posò il rasoio sul bordo del lavandino. Non voleva arrendersi, non poteva ammetterlo che quel volto più che quello di un vecchio era il viso di un uomo senza domani.</p>
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		<title>Nel nome del padre.</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 19:21:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dani era molto incazzata. Non aveva previsto che quell&#8217;incontro le potesse dare così fastidio. Per prima cosa era sempre piuttosto imbarazzata quando incontrava suo padre e poi ancora di più se assieme a lui c&#8217;era anche qualcun&#8217;altro. Stavolta assieme a lui c&#8217;era la sua nuova compagna, a quella età, una compagna? Era una cosa piuttosto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=2180&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Dani era molto incazzata. Non aveva previsto che quell&#8217;incontro le potesse dare così fastidio. Per prima cosa era sempre piuttosto imbarazzata quando incontrava suo padre e poi ancora di più se assieme a lui c&#8217;era anche qualcun&#8217;altro. Stavolta assieme a lui c&#8217;era la sua nuova compagna, a quella età, una compagna? Era una cosa piuttosto ridicola. Non che ci fosse niente di strano in lei, sembrava una donna piuttosto comune. Non che sua madre fosse una bellezza, ma almeno aveva un aspetto solido, rassicurante. Poi il problema non era il rapporto tra suo padre e sua madre, quello era un problema loro, lei non voleva entrarci per niente. D&#8217;altra parte i loro litigi erano così estenuanti e a pensarci bene così infantili che&#8230; avevano fatto bene a separarsi. Era meglio così. D&#8217;altra parte a lei non servivano dei genitori così, aveva i suoi progetti lei, aveva la sua vita. Insomma non è che fosse proprio incazzata, solo che le sembrava imbarazzante incontrare suo padre che sorrideva ad una donna con quell&#8217;aria trasognata. Mica l&#8217;aveva mai avuta con lei quell&#8217;attenzione. Beh, comunque a lei non interessava. Tanto non si ricordava una sola volta che, alla presenza dei genitori delle sue compagne, si fosse sentita orgogliosa di lui. Lui era sempre stato stravagante, non vestiva come gli altri padri, non parlava delle cose di cui loro si riempivano la bocca, non faceva comunella con loro. Lui invece si chiudeva a leggere i suoi libri e ad ascoltare i suoi dischi con la cuffia dello stereo appiccicata sulle orecchie. Aveva quell&#8217;aria da gufo insonne&#8230; che cosa ci aveva trovato in lui sua mamma? Non aveva fatto che chiederselo per anni. Ma i grandi sono incomprensibili nelle loro scelte. Cosa pensare poi di lui con questa nuova compagna? Ma non poteva accontentarsi dei suoi libri e della sua musica? Se pensava poi a sua madre, lei l’aveva avvisata che era stato visto con quella donna. Sembrava che a lei, sua madre, facesse rabbia, ma che senso aveva se era stata lei a fare di tutto per farlo uscire dalla loro vita. Ora mentre saluta con quel minimo di gentilezza che è dovuta, quella la guarda con simpatia e le dice che suo padre le ha parlato molto di lei che quasi le sembrava già di conoscerla. Capirai! Poi aggiunge che le sembra diretta e dotata di molte qualità&#8230; insomma degna figlia di suo padre. Quella non aveva capito niente, l&#8217;unica cosa che l&#8217;accomunava a suo padre era quello stupido cognome.</p>
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		<title>La lametta</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 15:23:08 +0000</pubDate>
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La teneva nella scatola delle “sue cose”. Ossia quella scatola dove teneva le poche cose che alla sua giovane età era già riuscita a raccogliere. Era una scatola di latta che stava nascosta dentro al cassetto del suo comodino. Era tutto difficile. I fratellini vivaci e distruttivi, come tutti i bambini pieni di vita, non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=2146&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"> <img class="aligncenter size-full wp-image-2154" title="lametta" src="http://laltrametadelcielo.files.wordpress.com/2009/11/lametta.jpg?w=500&#038;h=375" alt="lametta" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align:justify;">La teneva nella scatola delle “sue cose”. Ossia quella scatola dove teneva le poche cose che alla sua giovane età era già riuscita a raccogliere. Era una scatola di latta che stava nascosta dentro al cassetto del suo comodino. Era tutto difficile. I fratellini vivaci e distruttivi, come tutti i bambini pieni di vita, non dovevano trovarla, l’avrebbero aperta e sparpagliato il suo contenuto ai quattro venti. Ma erano poi solo quattro i venti? A pensarci bene le sembravano molti di più. Erano domande oziose, che non portavano a niente. Poi lei se ne scordava subito. Ma ai fratellini doveva prestare sempre attenzione. A loro i suoi “tesori” sarebbero sembrati i giochi più divertenti da inventare. Adoravano le cose sue e se ne impossessavano appena girava la testa. Così avevano rotto il suo bambolotto di celluloide, quello che aveva chiamato “Cori”, chissà perché. Sì, non aveva più l’età delle bambole, questo era vero, ma a quel bambolotto ci teneva, perché portava gli abitini che le aveva confezionato la sua nonna prima di morire. Sembrava una storia strappalacrime, eppure era vera. Ovviamente loro ci avevano giocato lanciandolo nel vuoto. Povero bambolotto, ci aveva lasciato la testa e gli abitini erano stati buttati. Cerchiamo di capirci, lei ai fratellini voleva un gran bene. Nella sua famiglia erano la sola cosa a cui teneva davvero. Anche di fronte ai loro malanni lei non si lasciava scoraggiare. Li guardava come una chioccia guarda i suoi pulcini. Li amava teneramente. Li difendeva anche dalla noncuranza dei suoi genitori. Lei quella noncuranza la conosceva bene. Faceva molto male. O più che altro faceva crescere male. Certo teneva anche alla sua scatola di latta. Più che alla scatola,  al suo contenuto. Ogni tanto la apriva e ripassava il suo tesoro. C’erano quelle lettere del ragazzino biondo con cui si era scambiata, l’estate prima, qualche bacio furtivo e molte confidenze. Un amore che la lontananza sbiadiva. C’era una collanina di vetro che era il pegno di quell’amore ormai distante. C’era qualche foglio in cui erano annotate delle poesie. Un libretto rosso che fungeva da diario. Un penna stilografica di madreperla bianca, immagine di altri tempi. E c’era pure una lametta. Certamente tra quelle cose era la lametta a stonare di più. Tutto il resto poteva appartenere agli oggetti di una ragazzina appena uscita dalla pubertà, ma la lametta no. Che ci faceva una lametta tra i suoi tesori ? Era difficile spiegare. Eppure tentava di farlo anche con se stessa. La questione era che ad una certa età la libertà non è quella che ti porta a vivere o almeno a decidere di se stessi. La libertà assomiglia di più all’estrema decisione di voler vivere oppure no. La libertà, si sa bene, è un principio importantissimo sopratutto per una come lei che si sentiva soffocare tra quelle mura. Aveva grandi sogni, lei. Non le bastava quello spazio. Non poteva sognare in quella casa. Insomma la libertà è il principio fondamentale che regola il mondo. Ma perché solo il mondo degli adulti? Lei libera non lo era proprio. Suo padre era all’antica e mica si accorgeva di avere una figlia che stava varcando il mondo dei grandi. In accordo con sua madre le poneva tutti i veti possibili, anche quelli più irragionevoli. Non solo quelle limitazioni. Nessuno le faceva sentire di essere amata. Ma questa era un’altra cosa. Ormai ci aveva fatto l’abitudine. Ma riguardo alla libertà… era troppo importante, lei amava la libertà, tanto quanto amava i suoi fratellini. Per la verità anche loro condizionavano notevolmente il suo sentirsi libera. Poi era lei che a pensare di lasciarli soli…. beh… insomma si sentiva in colpa. Lei voleva andarsene, voleva vivere la sua vita, non voleva limitazioni, non voleva dover pensare agli altri. Tutti le  imponevano qualche cosa. Come doveva comportarsi, come doveva parlare, cosa dire, cosa pensare. Doveva essere responsabile, ma la responsabilità doveva essere applicata alle altre persone, mai riguardava se stessa, la sua autodeterminazione. Ma tutto questo la portava lontano. E poi non era solo perché avrebbe voluto prendere un treno per andare a trovare il suo ragazzo biondo. Questi erano motivi banali, cose marginali, lei voleva vivere per davvero. Ma torniamo al punto. Perché la lametta? Un po’ si vergognava ad ammetterlo che era la sua valvola di sicurezza. Un po’ le era faticoso sopportare questa mancanza di coraggio o forse le sembrava anche la sua maggior dimostrazione di coraggio. Quel coraggio estremo che solo la gioventù può concepire. Il coraggio della disperazione. Ma lei, che ancora non gli era stato dato di vivere, pensava che la libertà estrema avrebbe potuto venirgli solo da un atto estremo. L’unica libertà che poteva avere era quella di decidere se voleva o meno vivere la vita. Non quella vita, la sua vita. Ecco che la lametta stava lì a farle da monito. Lei era libera di scegliere. Intanto, nell’altra stanza, le grida dei bambini avevano distolto la sua attenzione dai cattivi pensieri. Le venne in mente il ragazzo dagli occhi verdi che ormai le sembrava dolorosamente, seppur vagamente, perduto. Le vennero in mente le facce allegre dei suoi fratellini. Aveva deciso, avrebbe tenuto la sua lametta nella scatola ancora per un po’, non avrebbe fatto male a nessuno. Prima o poi l’avrebbe gettata si sa. Probabilmente l&#8217;avrebbe tenuta fino a quando  i suoi fratellini fossero cresciuti e lei se ne fosse andata da quella prigione.</p>
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		<title>Femminilità</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2009 13:45:52 +0000</pubDate>
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Guarda se tutta la vita doveva faticare a far affermare il suo essere donna. Non era nata bella, ma questo a volte era stata una qualità che le aveva permesso di stare in mezzo alle altre e spesso di essere apprezzata per quello che era. Una donna pratica e &#8220;bastantemente&#8221; intelligente. Certamente non era ricercata [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=2134&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-2139" title="fiore" src="http://laltrametadelcielo.files.wordpress.com/2009/11/fiore.jpg?w=140&#038;h=100" alt="fiore" width="140" height="100" /></p>
<p style="text-align:justify;">Guarda se tutta la vita doveva faticare a far affermare il suo essere donna. Non era nata bella, ma questo a volte era stata una qualità che le aveva permesso di stare in mezzo alle altre e spesso di essere apprezzata per quello che era. Una donna pratica e &#8220;bastantemente&#8221; intelligente. Certamente non era ricercata come Rossana, la sua amica. A lei le cose arrivavano senza che le volesse. Anche i ragazzi. Non solo i migliori, ma anche quelli che non se li sarebbe filati nemmeno lei. Ma come si faceva a spiegare. Loro due se ne andavano quasi sempre assieme. Rossana la veniva a prendere al lavoro e poi gironzolavano in centro, dove incontravano sempre degli amici. Stavano sempre assieme, loro due, mica perché non ci fosse nessuno ad aspettarle. Eh no, loro avevano un bel giro di amici pronti ad accompagnarle ogni dove. Era una bella sensazione, anche se alla fine lei era la prima ad essere riaccompagnata a casa. Veramente lei era quella che abitava vicino alla piazza, in centro. Tutto iniziava lì e tutto finiva lì, almeno per lei. Rossana no, lei si portava via tutti i ragazzi che erano pronti ad accompagnarla a casa, anche se avesse abitato in capo al mondo. Perché nessuno si rendeva conto che anche a lei sarebbe piaciuto finire le serate un poco più tardi? Perché gli altri la vedevano solo come una buona amica? A volte si chiedeva se fosse un problema di femminilità. Non amava parlarne con l’amica. Ma che ne poteva capire lei della necessità di sentirsi donna? Tutti la guardavano e finivano fulminati. Eppure sfoderava quell’aria un po’ seccata. Aveva quell’aria da donna superiore che a pensarci bene faceva un po’ di rabbia. Ma che cosa aveva di così diverso Rossana. In fin dei conti anche lei si considerava piacente, anche lei dispensava sorrisi. Molto spesso si mostrava interessata alle storie degli altri. A tutti piace sentirsi ascoltati, anche a lei… ma perché nessuno si prendeva la briga di chiedere come la pensasse e come avrebbe preferito che il mondo girasse? Quella sera poi che avevano conosciuto Michele, Rossana sembrava non essersi accorta di lui. Meglio così, aveva pensato. Michele era diverso dagli altri ragazzi e non si sarebbe fatto conquistare dalle solite cose che vedevano gli altri. Con lui avrebbe parlato per ore, avendone la possibilità, avrebbe detto di sé ogni pensiero. Si sarebbe abbandonata con trasporto alla sua voce profonda e al suo sorriso scanzonato. Lui avrebbe capito le sue qualità e avrebbe saputo valorizzare la sua femminilità. Bastava poco, molto poco. Ma i giorni passavano e lui, che si faceva trovare ogni sera, le dedicava solo una distratta amichevole attenzione. Parlava con l’entusiasmo di un uomo dai grandi sogni. Gli stessi sogni allora erano diventati anche i suoi. Ai sognatori e ai poeti era concesso tutto, così anche lei scriveva poesie. Ogni sera lei gli sfiorava il braccio con il suo seno, con una piccola malizia che lui non avrebbe potuto non vedere. Lei si sentiva pronta. Lei avrebbe avuto finalmente la sua occasione. Avrebbe avuto finalmente la possibilità di superare la sua timidezza. Avrebbe saputo anche mostrare il suo coraggio con lui. Sarebbe diventato il suo ragazzo. Finalmente qualcuno si sarebbe fermato con lei nell’androne semibuio di casa sua. L’avrebbe abbracciata e baciata a lungo. Sarebbe stato di grande soddisfazione salutare Rossana. Lui non l’avrebbe accompagnata con gli altri. Sarebbe rimasto con lei.<br />
Quella sera lei aveva forzato la mano. Era da un po’ che rigirava quella frase nella testa, ma non sapeva con che tono dirla. Non era sicura se per caso avesse aspettato troppo, oppure se il momento non fosse ancora quello giusto. Se ne uscì misurando le parole, tentando almeno di non farle pesare troppo. E così fece il verso al titolo di un libro che aveva appena letto e che era il massimo della sua dimostrazione di anticonformismo: “Ma tu che mi diresti se io ti confessassi che sono innamorata di Rossana?” Michele ci pensò su un poco e rispose sorridendo “Mi dispiacerebbe per te, però come potrei non  capirti? Anche io sono innamorato di Rossana.” Le si erano spente le parole in bocca. Ora non aveva più bisogno di fargli sapere il suo amore. Ma era tutta colpa della sua femminilità che la rendeva diversa e complicata. Nemmeno Michele avrebbe saputo capirla e si meritava una donna come la sua amica. Si prendesse pure Rossana e alla fine se ne sarebbe accorto dell&#8217;errore che faceva.</p>
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		<title>I migliori anni della sua vita&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 16:04:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciindescai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Odiava da sempre i bilanci. Quelli che si fanno nella propria vita, ma anche quelli che si fanno al lavoro. Lei quel lavoro non l’avrebbe mai fatto. C’era stato un tempo che pensava di poterci convivere. Poi invece aveva capito che lei era diversa e che la partita doppia non le poteva appartenere. Si chiedeva [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=2033&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Odiava da sempre i bilanci. Quelli che si fanno nella propria vita, ma anche quelli che si fanno al lavoro. Lei quel lavoro non l’avrebbe mai fatto. C’era stato un tempo che pensava di poterci convivere. Poi invece aveva capito che lei era diversa e che la partita doppia non le poteva appartenere. Si chiedeva sempre come potessero esserci persone che sceglievano di fare i ragionieri o i commercialisti, oppure le segretarie degli avvocati o dei notai. Lei sapeva lavorare duro, ma di fronte, ad un lavoro come quello era impreparata. Le sembrava  di essere nata menomata, incapace. Intanto, per fortuna o per sfortuna, aveva scelto un’altra strada. Un lavoro che non era suo e che aveva rubato al padre di suo figlio. Già perché prima era padre di suo figlio e poi, tardi, era diventato suo marito. Era stata una storia molto complicata e difficile. Non era per niente scontato che si risolvesse così. Anzi. Il senso era che tutto si incasinava ad ogni passo. I sogni erano stati accantonati. L’unica abitudine che si era instaurata assomigliava più ad una sfida tra titani che ad un qualche amore che avesse un senso. Ma ora era tutto passato. Soprattutto perché lui non c’era più. Forse era riuscita a  convivere con la perdita improvvisa di quell’uomo. Aveva trovato ad aiutarla più che la sua forza, la sua antica caparbietà. Ora era molte cose assieme. Era una donna, una lottatrice, una madre e un padre. Non con questo ordine necessariamente. E forse anche i termini si confondevano. Ormai non se lo chiedeva più. Era passato così tanto tempo. Il figlio era cresciuto. Non le aveva dato troppi problemi. Era molto indipendente. Qualche volta chiedeva delle cose, ma non si  aspettava di riceverle, le chiedeva solo se era possibile. Se venivano era meglio. Altrimenti faceva senza o se le procurava lui. Ma lei faceva di tutto per far quadrare il cerchio. E per fortuna che la geometria le riusciva facile. Poi aveva toppato. Lo sapeva che era meglio restarsene sola. In fin dei conti la solitudine le dava una certa libertà. Poteva fare quello che voleva e uscire quando lo voleva, ma non desiderava né fare né uscire, quindi… il problema non esisteva. Non ci pensava proprio, soprattutto non pensava che avrebbe potuto ricominciare a vedersi come una donna in cerca di compagnia. In effetti non aveva cercato nessuno. In effetti le era capitato. Non era lei ad aver cercato un nuovo compagno e poi quel compagno. Era contraria alle differenze d’età. Ma tutto questo in linea di principio perché con suo marito aveva dieci anni di differenza, lui era più adulto. Non è che la cosa funzionasse proprio. Anzi, secondo lei, per la mentalità lui apparteneva ad un’altra generazione. Ma adesso adattarsi ad un uomo molto più giovane non le pareva una soluzione logica. Ma pensandoci bene niente era logico. Si capisce che anche un giovane cerca la sicurezza. Cerca una presenza materna. Ma, cavolo, lei si era dimenticata di dirgli che nemmeno suo figlio le chiedeva più così tanta attenzione e pazienza. Lui stava sempre ad armeggiare con le sue cose. Non amava ascoltare musica e nemmeno gradiva se lei l’ascoltava. Non gli piaceva incontrar gente, d’altra parte non aveva amici e non voleva fare amicizia. Lei lo portava fuori come un cucciolo recalcitrante. Lo imbarcava negli aerei o nei treni per fare qualche viaggio insieme e lui si imbottiva di sonniferi per resistere alla tentazione di fumare o per superare il totale disinteresse ad un viaggio. Piano piano lei rinunciò. Invece suo marito aveva poco tempo per viaggiare. Sinceramente aveva mille cose da fare, per prime, solo questione di priorità. Alla fine se facevano un viaggio dovevano imbarcare anche un sacco di amici e poi lui finiva per incolpare lei se c’era qualcosa che non funzionava. Ma quel nuovo compagno era l’opposto. Sempre solo e isolato. Ogni viaggio era una discussione. Se ne stava in silenzio e l’aspettava fumando al di fuori dei musei. D’altra parte non c’era nulla che lo attirasse nei viaggi. Ma davvero che senso c’era essere così giovane e anche così privo di interessi. Lei alla fine aveva rinunciato. Non ci credeva più di trovare un equilibrio. Non sperava più di condividere con qualcuno i suoi interessi. Nemmeno la quotidianità. Alla sera era sempre più difficile rincasare. Come sempre trovava la cena da preparare e il frigorifero vuoto. Così perdeva la voglia.  Perdeva perfino la voglia di accendere la tv. Lui stava davanti al suo pc. Distratto di lei e indaffarato per conto suo. Le cose non potevano continuare così  in eterno. Fingersi addormentati quando l’altro entrava nel letto non era un gioco divertente. E venne la fine sotto forma di un’altra donna incontrata per caso, per gioco o per volontà nel web. Lei non aveva voluto approfondire. Si disse che sicuramente era più giovane e più bella di lei. Che lui era giovane e ne aveva tutti i diritti. Ma per lei cosa restava?  Neanche due parole di giustificazione. Neanche un misero “mi dispiace”. Lei si era fatta una colpa perché, per la verità, sui mobili di casa c’erano solo le foto di suo marito, del suo bambino (quando era bambino) e qualche foto del suo matrimonio. Nulla era cambiato da quando il suo nuovo compagno era entrato in quella casa. Lei glielo aveva chiesto: “<em>Ti danno fastidio le foto</em>?” Lui aveva detto di no e poi se n’era disinteressato. Ora era uscito da quella casa senza mostrare un solo piccolo rimpianto. D’altra parte  non ne erano rimasti nemmeno a lei. Aveva continuato a vivere da sola come prima di incontrarlo. Faceva fatica a ricordare le ragioni che l’avevano fatta accettare quel nuovo rapporto, anche se a pensarci bene, lui all’inizio sembrava disposto a tutto per lei. Ora però lei se ne era resa conto che era stata trattata come tutti i suoi giocattoli, la novità lo coinvolgeva, ma durava poco. Ben presto tutto gli veniva a noia. Anche lei. Ed ecco perché ora doveva tentare di fare un bilancio. Ma non le andava giù. Si dovrebbe essere depressi quando la vita  riserva certe sorprese. Ma, a ragion di logica, per lei non era stata una grossa sorpresa. Prima o dopo doveva accadere.  Ora, appunto, la sua vita aveva raggiunto, almeno per gli affetti, il capolinea. Aveva vissuto i migliori anni della sua vita a faticarsi e a guadagnarsi un posto vicino a qualcuno. Ora basta. Ci avrebbe messo una pietra sopra. Era all’ultima fermata. Bastava scendere e lasciare che sia. <strong><em>Let it be</em></strong> dicevano i Beatles. <strong><em>Let it blood</em></strong> chiosavano i Rolling Stones. Non c’era nessun’altra possibilità che lasciar scorrere. Era pronta per il grande passo. Poteva nel pc della sua vita scrivere in un vecchio linguaggio informatico: “<em>erase</em>” e nessuno se ne sarebbe accorto, neanche lei avrebbe capito la differenza. Bisogna essere portati per l’amore. Bisogna crederci e lei non ci credeva quasi più. Si ricordava solo che da ragazzina aveva sognato l’amore e nella realtà i sentimenti non erano mai stati come quel sogno. Soprattutto ormai non aveva più l’età per sognare. Era diventata quello che non avrebbe mai voluto diventare: semplicemente vecchia.</p>
<p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://laltrametadelcielo.wordpress.com/2009/10/26/i-migliori-anni-della-sua-vita/"><img src="http://img.youtube.com/vi/CpJTgDaaGMU/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>Il mare di sabbia</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2009 12:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciindescai</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1968" title="IMGP3770" src="http://laltrametadelcielo.files.wordpress.com/2009/10/imgp3770.jpg?w=500&#038;h=375" alt="IMGP3770" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align:justify;">Era stato un invito improvviso. Sembrava casuale, ma a pensarci forse l&#8217;avevano fatto apposta. Forse sapevano che non avrei rinunciato ad un viaggio con loro. Forse sapevano che dovevo lasciami indietro una brutta storia. Forse perchè poteva essere bello fare ancora un viaggio assieme. L&#8217;ultimo si perdeva nella notte dei tempi. L&#8217;ultimo ci aveva portato per le vecchie strade, ma a quel tempo quasi mulattiere, dell&#8217;isola di Creta. Vieni con noi nel deserto? Era la mia prima volta. Come facevo a dire di no? Partimmo subito dopo Natale. Il tempo giusto per stare prima un po&#8217; in famiglia e poi fuori dalla pazza folla. In fin dei conti l&#8217;ultimo dell&#8217;anno porta con sè, sempre, pensieri fastidiosi che assomigliano a bilanci e a propositi di essere finalmente migliori. Propositi che non si realizzano mai. Per me andarmene via, proprio in quel momento, era un toccasana. Volevo liberarmi di pensieri tristi e di situazioni dolorose. Volevo finalmente riappropriarmi della mia vita. Certo non era la prima volta. Contavo che stavolta sarebbe stata l&#8217;ultima. E arrivammo lì a Siwa. Un luogo fuori del tempo, nato ai piedi della vecchia Shali che dopo tre giorni di pioggia si era sciolta nel fango lasciando, come un urlo disperato,  le sue guglie sperdute, come dita verso il cielo. Avevamo preso alloggio ad un resort ai margini del mare di sabbia. Davanti a noi il deserto libico. Prima una grande pianura spoglia e lontano le dune di questo mare in movimento. Chi pensa che il deserto sia vuoto si sbaglia. Il deserto è emozione. E&#8217; silenzio. E&#8217; ricerca di sè stessi. Guardare quella distesa di sabbia provoca la stessa emozione che si prova di fronte ad un mare sconfinato. Io ne ero attratta. Dal resort cercavo sempre un punto che mi permettesse di vedere il colore della sabbia cambiare nelle ore del giorno. Dune trasformarsi in onde minacciose. Piramidi di calcare e cascate di silicio. M&#8217;ero chiesta che odore avesse il deserto. Ora lo sapevo. M&#8217;ero domandata cosa avrei pensato in quella solitudine rarefatta. Non ci sono risposte. Il deserto è uno stato d&#8217;animo. La notte è una distesa di stelle indisturbate. Il freddo è intenso. I fuochi berberi attirano le nostre mani come fossero falene. Bevendo un bicchiere di tè affumicato e dolce, guardo il cielo nella speranza di ritrovarmi. Il cuore ricerca una fragile preghiera perduta nel tempo. La tua mente non riesce ad innalzarsi. Non vola libera dal peso degli affanni. Ma inevitabilmente giorno dopo giorno lascia su quel mare indomito e silenzioso tutto ciò che non serve. Tutto ciò che è eccesso e che non parla più al tuo cuore. La notte di capodanno la passammo sotto una tenda berbera, con le guide che ballavano strane danze tra uomini e le voci che cantavano del loro lavoro. Nessuna donna. Le donne berbere sono rinchiuse nelle loro povere case. Solo i bambini escono di giorno. Il primo giorno dell&#8217;anno siamo andati con la jeep con l&#8217;autista e la guida locale. Il pericolo era di piantarsi nella sabbia oppure di sforare e passare il confine libico. Certo il deserto è di tutti. Certo i berberi possono andare dove vogliono, ma per noi è un&#8217;altra cosa, si può sempre finire tra le mani dei predoni o dell&#8217;esercito di Gheddafi. La guida andava a naso. Nessun punto di riferimento, solo la luce del sole. Duna dopo duna. Onda dopo onda abbiamo costeggiato delle colline di calcare ai piedi delle quali si intravvedevano i resti di una foresta fossile. Ecco il silenzio più puro. Ecco il vento che veniva da lontano. La sensazione di una solitudine primordiale. Ho ascoltato il vento. Ho respirato l&#8217;odore di quel mare. Niente era tanto puro. Niente era così antico. Il sole accecante ed il freddo, comunque intenso, mi fecero lacrimare gli occhi. Piangevo? Non lo so, ma era liberatorio. Mi lasciavo dietro tutti i pensieri grevi di pioggia che mi ero portata appresso. Sarei tornata nuova. Sarei tornata alla vita. Corteccia rugosa, sabbia sottile, vecchie conchiglie dimenticate da un mare antico. Questa è l&#8217;origine della vita. Questo è l&#8217;inizio di un nuovo esistere.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1970" title="IMGP3548" src="http://laltrametadelcielo.files.wordpress.com/2009/10/imgp3548.jpg?w=500&#038;h=666" alt="IMGP3548" width="500" height="666" /></p>
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		<title>L&#8217;isola che non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 10:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciindescai</dc:creator>
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Ci avevo pensato subito. Appena l&#8217;avevo vista. Avevo percorso lo stretto sentiero in mezzo ai rovi. Il vecchio sentiero che poi non ero più riuscita a trovare. C&#8217;ero andata in una mattina di sole, ma senza la sensazione di disagio dei caldi giorni estivi. Era apparsa all&#8217;improvviso. I muri senza intonaco fino alla roccia viva. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=1943&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1951" title="l'isola" src="http://laltrametadelcielo.files.wordpress.com/2009/10/lisola.jpg?w=500&#038;h=375" alt="l'isola" width="500" height="375" /></p>
<p style="text-align:justify;">Ci avevo pensato subito. Appena l&#8217;avevo vista. Avevo percorso lo stretto sentiero in mezzo ai rovi. Il vecchio sentiero che poi non ero più riuscita a trovare. C&#8217;ero andata in una mattina di sole, ma senza la sensazione di disagio dei caldi giorni estivi. Era apparsa all&#8217;improvviso. I muri senza intonaco fino alla roccia viva. Il colore dei vecchi falò o degli antichi incendi sul muro. Ma questo lo vidi dopo. Prima una battaglia per districarmi dai rovi. Prima la confusione di un luogo che non c&#8217;era. Antonio era incerto. Anche lui non se la ricordava bene. Ci andava durante la stagione della caccia, ma solo se veniva preso da una pioggia improvvisa. Scendeva dalla montagna e si rifugiava dentro alla grotta appoggiando il fucile sul muro che si scrostava. Ci era apparsa davanti improvvisamente. Un rudere a pezzi. Le ginestre che crescevano sul tetto, come a certificarne il possesso. L&#8217;avevo guardata e l&#8217;avevo già presa nella mia vita. Sarebbe diventata un piccolo sogno impossibile. Quello che tiravo fuori dal cassetto non appena la vita mi sembrava troppo dura per accettarla così com&#8217;era. Un sogno fatto di muri anneriti, diroccati, di rovi e ginestre che sfidavano il sole. Io l&#8217;avevo già  chiamata l&#8217;Isola. Era un&#8217;isola nell&#8217;Isola ed io l&#8217;avevo eletta a eremo dei miei pensieri. Antonio ora che me la mostrava sembrava perplesso. Ci sarebbero stati troppo lavori da fare. Lo sapevo bene, ma non era quello il solo problema. La realtà era che non esisteva un percorso per far salire i materiali necessari. Neanche una strada per farci  inerpicare una cariola. Ma pazienza, quello l&#8217;avrei affrontato dopo. Non c&#8217;era nemmeno il nome di un proprietario. Anzi un nome c&#8217;era, ma quel vecchio era il padrino di quell&#8217;Isola e lui acquisiva sempre e non vendeva mai. Non ce l&#8217;avrei fatta contro quella testardaggine e quell&#8217;irragionevolezza. Neanche il mio nuovo amore verso quell&#8217;impresa ce la faceva contro quella volontà di ferro. Quindi l&#8217;Isola rimase la mia zampa di coniglio dei miei momenti bui. Pensavo che sarebbe rimasto un sogno e un nome nella mia testa. Ero certa che, come tante altre cose, avrebbe fatto da fantasma nella mia vita. L&#8217;Isola che non c&#8217;è. Ed invece mai dire mai. Ero arrabbiata quel giorno. Un cliente ossessivo mi aveva fatto salire la pressione. Ero stanca di  prendermi cura dei problemi degli altri. Non era giusto che fossero solo questi a rendermi difficile il sonno delle mie notti già difficili di per sè. Cercavo di sbrogliare il nodo che sentivo nel respiro, Tentavo di trovare un pensiero felice per la mia giornata impossibile. Pensai all&#8217;Isola. Mi venne in mente il sole e le ginestre sul tetto. Cercando nel sito, tanto per fare qualche cosa, mi era apparsa, eccola lì, mi guardava, con le sue orbite buie e affumicate. In vendita. Questo era il destino. Questa occasione non me la sarei lasciata scappare. Il vecchio padrino era schiattato e aveva lasciato tutto alla figlia che non ci aveva pensato un minuto per vendere tutto. Lei non sapeva neanche dove si trovasse  il mio sogno. Non l&#8217;aveva neanche mai vista e neanche gli passava per la testa  di andarla a vedere. Non discussi nemmeno sul prezzo. Tanto proprio perchè non sapeva cos&#8217;era e quanto valesse per me, la vendeva per un&#8217;inezia. Era il 2003 ed io divenni la proprietaria dell&#8217;Isola sull&#8217;Isola. Un sogno lungamente sognato. Un rifugio  per i miei pensieri. Un angolo di paradiso. Insomma seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino&#8230; poi la strada la trovi da te, porta all&#8217;Isola che non c&#8217;è&#8230;</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-1952" title="vista" src="http://laltrametadelcielo.files.wordpress.com/2009/10/vista.jpg?w=500&#038;h=375" alt="vista" width="500" height="375" /></p>
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		<title>Galeotto fu il libro</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 10:42:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciindescai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Annastella ci aveva lasciati seduti sulle sedie della pasticceria da Clara. I corpi protesi in avanti. Annastella, la stella che brilla nella sera e che dopo una nuvola promette di tornare. Michele ed io stavamo lì a parlare delle solite cose che dicono le persone che non si conoscono e che non sanno cosa dire. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=1843&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://laltrametadelcielo.wordpress.com/2009/09/30/lincontro/">Annastella ci aveva lasciati seduti sulle sedie della pasticceria da Clara.</a> I corpi protesi in avanti. Annastella, la stella che brilla nella sera e che dopo una nuvola promette di tornare. <a href="http://emmedigi.wordpress.com/2009/10/01/incontro/">Michele ed io stavamo lì a parlare delle solite cose</a> che dicono le persone che non si conoscono e che non sanno cosa dire. Questo esercizio non mi piace. E&#8217; una terribile perdita di tempo. E poi mi dà fastidio parlare mentre l&#8217;ultimo raggio di sole mi abbaglia la vista e devo strizzare gli occhi per resistere. Calma, non succede niente, tanto il sole sta velocemente nascondendosi dietro una casa. Lui parla di quella città che era sua e ne porta un ricordo malinconico e anche l&#8217;odore di mare sulla pelle. Ma dai, come faccio a sapere. Mica ho annusato la sua mano quando me l&#8217;ha consegnata in una stretta incerta. Una persona si può conoscere anche solo da una stretta di mano. Vista la sua incertezza immagino che sia rimasto spiazzato dalla mia presenza. Io lo guardo diretta. Mica mi fa strano stare seduta ad un tavolo di bar con uno sconosciuto. Però Annastella stavolta mi dovrà delle spiegazioni. Che cosa si è messa in testa? E poi con me. Gli avessi mai chiesto di farmi conoscere i suoi amici. Amici poi come questo. Non voglio essere sgarbata, ma davvero che ci fa un amico così attempato nella sua cerchia? E poi perché, proprio lei, che è niente incline alla maternità, trattarlo come un ragazzino adottato e levato dalla strada? Vai a capire le donne! Poi ci ripenso che sono donna anch&#8217;io. Non è facile accettarlo. Il mio è un lavoro che ti fa perdere le coordinate. Tutto il giorno in mezzo agli uomini. Sembra facile, ma non lo è. Gli uomini si offendono sempre se non hai cura di chiedergli di eseguire un lavoro senza elargirgli prima un &#8220;per favore&#8221; e poi un bel &#8220;grazie&#8221;. Ad essere donne bisogna imparare le buone maniere. Mai pretendere, sempre assecondare. Si stupiscono sempre quando salgo sulle impalcature e mi sporco le mani e i vestiti con loro. Questo è il mio lavoro, ma ci mettono molto prima di trattarmi come una di loro. Poi finiscono col tirar moccoli senza più chiedermi scusa. Allora capisci che sei diventata una di loro. Solito atteggiamento da uomini che non accettano di essere comandati da una donna, ma si adeguano solo quando cancellano la sua femminilità.<br />
Michele pare di no. Sembra uno attento alle persone. Sembra anche attento alle parole. Sembra pronto a capire quello che vuoi dire, forse ha l&#8217;aria un po&#8217; puntigliosa di uno avvezzo alla polemica. In questo momento sembra pronto anche a scherzarci su e a non dare importanza. Mi richiamo all&#8217;ordine. Dai non è bello assentarsi mentre una persona ti parla. E tu sei facile alla distrazione. Ma Annastella dov&#8217;è andata? Questa me la pagherà quando potrò parlarci da sola. Eppure Michele è un uomo che sembra non avere pretese. Ha una voce calda, che ti prende subito. Eppure è una voce trattenuta, quasi frenata. Che voglia essere controllato? Con me? E perché? Muove davanti a sé le mani in larghi gesti. Come per sottolineare le parole che sono già di per sé precise ed esplicite. Ha movimenti esagerati come per nascondere un disagio, un imbarazzo o forse solo una grande timidezza. Che uomo contraddittorio. Sembra sicuro e diretto e nello stesso tempo sembra temere i suoi propri gesti e le sue parole. Forse gli è facile esporsi e preferisce frenare. Il problema è suo. Magari preferirà così.<br />
&#8220;Mi par di capire che l&#8217;amore per Venezia ti ha lacerato il cuore&#8230;&#8221; dico un po’ sfrontata, ma con un sorriso che spera di far perdonare quell&#8217;affondo diretto e troppo personale. Lui beccheggia. Colpito. Dietro agli occhiali mi par di scorgere un bagliore verde che subito si spegne. &#8220;Venezia è la mia città, l&#8217;ho amata, l&#8217;ho perduta e mi manca da sempre.&#8221; Lo dice in modo disarmante e disarmato ed io mi sento una carogna. Perché rivangare su un amore che provoca sofferenza? Penso alla possibilità di non belligeranza fra di noi. Siamo troppo vecchi per lottare e poi perché? Fra un po&#8217; torneremo ad essere due estranei. Torneremo alle nostre vite, buone o cattive che siano. Nessuna contaminazione, solo il piacere di parlare. E&#8217; un uomo che stimola domande. Ma stavolta è lui a chiedere: &#8220;Sei sposata?&#8221; e lo dice con un&#8217;aria tranquilla che pare semplicemente una piccola curiosità. Non sembra nascondere nessun secondo fine. Una domanda qualsiasi, tanto per parlare. Ma a questa domanda io non so proprio come rispondere. &#8220;&#8230;Sì&#8230; no&#8230; insomma è una cosa un po&#8217; complicata&#8230;&#8221; Lui si ritira: &#8220;Scusa, non volevo essere indiscreto. Mi spiace. Sono sempre troppo diretto e non penso mai di mettere in imbarazzo gli altri. Scusami ancora.&#8221; Io penso un po’ agitata &#8220;Certo che ti scuso; ecchesaràmai? Sono solo io che ad una domanda così, faccio difficoltà a riordinare le idee. Vorrei essere sincera, ma alla fine che senso ha.&#8221; E&#8217; davvero complicato spiegare. &#8220;Beh, mettiamola così. Sono sposata due volte. Una volta per davvero, ma ho perso mio marito, che è mancato parecchi anni fa. Una seconda volta, ma non per davvero, con un uomo che se n&#8217;è andato con un&#8217;altra, non molto tempo fa. Ho spiegato bene?&#8221; M&#8217;è uscita una voce petulante come per chiedere: &#8220;Sono stata brava?&#8221; Però questa volta non lo dico con sfida. Non ho voglia di essere sgarbata anche se la domanda mi ha messo davvero in difficoltà. Michele resta in silenzio. Serio. Sembra valutare quello che ho detto. Intanto per scusarsi si è già scusato. Non mi va che usi un atteggiamento &#8220;pietoso&#8221; nei miei confronti. Comunque a me sembra che non gli sia chiaro, ma evito di spiegare quello che nemmeno per me lo è. Se devo essere sincera mi pare sconcertato. Mi sembra che per lui le parole abbiano sempre un senso preciso ed è per questo che le mie lo mettono in difficoltà. Per me le parole hanno mille significati sottintesi. Non è normale. E&#8217; una legge che vale solo per me. E&#8217; un mio gioco. E poi come si fa a digerire una che ti dice senza intorbidire i fatti, né con qualche scusa banale, o con parole meno crudeli e definitive, che è stata lasciata per un&#8217;altra donna? Ma questo è proprio quello che è successo. Non c&#8217;è niente da nascondere, niente di cui vergognarsi. Se lui se n&#8217;è andato, il problema è solo mio. Basta farsene una ragione. Basta capire che si è giunti al fin della tenzone. Basta metterci una pietra sopra. Non è più dolore, non è nemmeno  noia. E&#8217; solo vita. E per me la vita è vita, sempre e comunque. &#8220;Mi spiace.&#8221; Non aggiunge altro. Così non so se lo dice per me o per sé. Ma a che serve saperlo. Sono troppo stanca per chiederlo. Intanto lui torna con le spalle appoggiate sulla sedia e accavalla le gambe. La posizione è più rilassata, le mani ancora incrociate in grembo. Chissà se ha ancora voglia di scappar via. Solo adesso mi rendo conto che ero io a volerlo fare. Ma come sempre non so rinunciare ad una sfida. Come sempre amo guardare in faccia l&#8217;avventura. Fosse anche solo una nuova persona da considerare. Nel silenzio mi guardo in giro. I miei occhi cadono sul libro. Impossibile per me rinunciare alla curiosità di leggere il titolo. &#8220;La cattedrale del mare&#8221;. Bel libro. E lo dico quasi con trasporto. Lui si anima e ritorna indietro da un territorio in cui si era perso e che lo aveva reso serio e distratto. Bello, conferma lui. Cominciamo a parlare di romanzo gotico, di Barcellona, di città libere, di Venezia, di Inquisizione, di architettura e di &#8220;chiavi di volta&#8221;, ma anche di Gaudì e del suo concetto di spazio e di un altro libro, &#8220;Il colore del vento&#8221;, stessa città, Barcellona, stesso amore per i libri (magici o meno), e di Kafka, di Praga, di Parigi e le sue cattedrali, di altre storie e di altri libri. Siamo presi dalla stessa passione insana per i racconti, per la fantasia, per le storie e per la Storia. Senza accorgerci le teste si sono avvicinate. Ora vedo meglio i suoi occhi. Ha occhi verdi. Non grandi, ma espressivi. Hanno un che di scanzonato. A volte è scanzonato anche il suo sorriso, quando lui si lascia prendere dall&#8217;argomento. Sicuramente quando cadono le difese. Certamente quando la timidezza lascia spazio all&#8217;audacia delle parole. Mi piace. Non so come, ma mi piace. Un sentimento naturale che scalda il cuore. Mi sento di sorridergli senza difese. A questo punto anche se Annastella non tornasse non sarebbe troppo grave. Anche se io non so proprio come arrivare al teatrino della Parrocchia. Spinola non appartiene ai romanzi gotici. E&#8217; solo un paesetto di periferia con aspirazione da grande metropoli. Ma mia nipote deve fare il suo balletto e se io dovessi mancare non me lo perdonerebbe mai. Senza pensarci gli chiedo &#8220;Mi accompagni?&#8221;. Senza attendere mi risponde &#8220;Con piacere.&#8221; e stranamente non ho difficoltà a credergli.</p>
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		<title>L&#8217;incontro</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 11:57:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Non sapevo dove stava Spinola. Annastella dice che sta ai confini dell’Impero. Sebbene disti 28 km. dalla mia città, mai c’ero stata. Annastella ci vive invece e sembra contenta di starci. Ama quel microcosmo e tiene un Diario aggiornato sulle evoluzioni di questo posto. Ci dovevo andare. La mia nipotina “farfalla” appariva in uno spettacolo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=1812&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Non sapevo dove stava Spinola. Annastella dice che sta ai confini dell’Impero. Sebbene disti 28 km. dalla mia città, mai c’ero stata. Annastella ci vive invece e sembra contenta di starci. Ama quel microcosmo e tiene un Diario aggiornato sulle evoluzioni di questo posto. Ci dovevo andare. La mia nipotina “farfalla” appariva in uno spettacolo che si teneva nel teatro della Parrocchia. Grande occasione. Non potevo mancare. Annastella è l’amica più “ridotta” che ho. Mica di amicizia però. Lei è un soldino di cacio che sprizza energia da tutti i pori, persino dalla boccuccia, emettendo una vocina impertinente che supera di gran lunga qualunque rumore di temporale. Andare insieme, io e lei, facciamo la strana coppia. Io alta e matronale, procedo come un’onda inarrestabile, lei minuta e tintinnante come una pioggia primaverile, che non sa bene dove si posa.<br />
Andare alla pasticceria da Clara è un imperativo. “Eh no!” mi fa “Dieta o non dieta, una cioccolata con la panna da Clara te la devi proprio prendere.” Spinola non è Spinola senza la visita da Clara. Io ovviamente, vista la mole, dovrei restare a stecchetto. Devo dire sempre con aria smunta “I dolci non mi piacciono.” ma si capisce subito che è una balla.<br />
Andiamo da Clara. E subito Annastella si illumina. Veleggia verso un tavolo scampanellando queste parole: “Vieni, c’è Michele, un mio amico, è un brontolone, ma è una cara persona.” Quando Annastella parla, non ci sono mezzi termini. So che questo amico sarà sicuramente brontolone, ma anche una cara persona. “Michele, eccoti finalmente, ti presento la mia cara amica Rossana.” Poi mi guarda con l’aria di chi ti chiede di farti piccolina, se possibile, e dice: “Rossana questo è Michele un mio caro amico.” Lui mi guarda un po’ interdetto e so già cosa pensa. “Amica?!? Ma se avrà almeno venti anni di più!” azzeccando alla prima occhiata la mia età. Poi vedo il suo sguardo valutare le mie dimensioni. Occhio critico, non cattivo, ma inesorabile. “Se fosse l’astuccio di Annastella la conterrebbe tre volte.” Forse anche su questo non sbaglia. Quindi un po’ piccata riconsegno a Michele un “Piacere!” sintetico ed essenziale. Lui risponde con una voce profonda e vibrante, come se all’interno nascondesse un risata improvvisa e inopportuna. Ci invita a sedere al suo tavolo, spostando con premura la sedia di Annastella. Mi impossesso della mia con la determinazione di chi vuole far sempre da sola per questione di principio. Lui guarda e sorride come se avesse capito. Chiede con fare compunto cosa vogliamo e va verso il banco di Clara ad ordinare. Annastella con una vocetta al minimo storico mi sussurra “E’ separato.” come se con questo fosse spiegato l’arcano. Guardo dal tavolo Michele con aria imbarazzata. “Ma che cavolo vuoi dire ?!?” Ma non ho tempo a sufficienza per spiegare alla mia amica che non voglio “incontrare” nessuno, che non sono interessata più agli uomini, in quel senso lì, che alla mia età ci ho messo una pietra sopra, che mi basta quello che ho già vissuto. Lei mi guarda invitante e, non intendendo altre proteste da parte mia, si ritiene soddisfatta.<br />
Michele è un uomo asciutto, anzi direi proprio magro e allampanato, con un viso segnato dal tempo in rughe profonde. Quel tempo, che anche per lui, deve essere stato piuttosto inclemente. Cammina scaracollando tra i tavoli, con un’andatura da cammello in mezzo al deserto. Gli occhi stanno nascosti dietro agli occhiali con una montatura di colore rosso, strana per un uomo della sua età. Eh sì! giovane non è, ma forse ha un’aria più da vecchio solo perché la schiena è incurvata, come da uomo avvezzo a stare tutto il giorno sui libri. Di quali libri si tratti non saprei. Magari sono solo riviste. Magari sono libri contabili. Eppure un’aria da studioso ce l’ha e non so bene perché.<br />
Annastella fa trillare il suo chiacchiericcio per ogni dove, ingaggiando le nostre orecchie con discorsi pieni di buonsenso e humour. Intanto ci guardiamo. Io non mollo. Mica è la prima volta che vengo studiata. Mica mi spaventa il giudizio estetico di un uomo. Poi per carattere prendo quell’aria di sfida che uno appena appena ci si trova di fronte lascia perdere subito e cala l’occhio. Michele non lo fa. Mi chiede in un momento di pausa: “Sei di Venezia?” &#8220;Sì, perché si vede?” usando quel tono ironico di sfida che non perdona. “Sì, anche io ci sono nato e ci ho vissuto fino a vent’un anni. Se non l’hai capito ci distinguiamo dagli altri perché nel sangue ci scorre anche l’acqua del mare.” Azz… dice tutto questo con calma e con la stessa aria di sfida che ho imparato subito. Qui l’affare si fa serio, penso io e mi metto a studiarlo a mia volta. “Dove sei nato e hai abitato?” “A Sant’Agostin.” “Come? Ma io conosco un sacco di gente che sta lì. E a te non ti ho mai visto.” “Beh! io frequentavo San Boldo allora, ma nemmeno io ti ho mai vista.” Non è che mettere in dubbio le nostre frequentazioni e la nostra esistenza ci faceva procedere di un passo. Guardinga chiedo “Conosci Matteo, quello che lavora all’Ospedale? E Alvise? E Marinella? Beh! ora loro due sono sposati e abitano da un’altra parte però.” Lui serio mi fa “Matteo era un mio amico e Alvise, se è di lui che parliamo, frequentava altra gente di fuori.” Mi viene il dubbio che forse mi conosce, ma non si ricorda più di me, tanto sono cambiata. Io di amici a Sant’Agostin ne avevo molti eppure di lui nessun ricordo. “Ma che strano.” mi dice “Eppure una come te me la dovrei proprio ricordare.” Chissà perché a quelle parole, mi sale una rabbia sorda dentro. Cosa vuol dire quando dice che “mi dovrebbe proprio ricordare”? Significa forse che un armadio come me è difficile scordarlo? Gli sbatto in faccia “Beh, capisco bene, quando ero ragazza ero un’altra cosa, più presentabile di sicuro…” e poi mi pento, ma perché dovrei scusarmi? Aggiungo un po’ troppo di fretta: “Probabile che tu non ti accorgessi delle ragazzine abbastanza più giovani di te.” Sottolineando di bella posta “più giovani” tanto per colpire a fondo. Michele mi guarda e sorride. Si sposta sulla sedia sporgendosi in avanti, le braccia sui braccioli e le dita intrecciate. Classica posizione da “qui la cosa si fa combattiva e io sono pronto alla lotta”. Annastella mica è scema, si alza e dice “Va là, vi lascio da soli a parlare della vostra città che ne avete tante da dire. Torno più tardi.” E si volatilizza nelle ombre della sera. Io penso “Ammazzate… che ritirata strategica!” Lui continua a sorridere. Ho capito, mi sa che è vero, quando i tempi si fanno duri, i duri cominciano a giocare.</p>
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		<title>La storia mancata</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 21:06:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luciindescai</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gruppo di scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[La leggerezza della gioventù]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando cominciano le storie, non si sa mai come finiscono. Ma non ci si pensa mai all’inizio. All’inizio c’è l’entusiasmo, i buoni propositi, la voglia di investire, comunicare, dare e ricevere. Poi perché pensare alla fine? Ma non è difficile sapere che tutto quello che inizia, ad un certo punto deve per forza finire.
Questo loro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laltrametadelcielo.wordpress.com&blog=3098331&post=1776&subd=laltrametadelcielo&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">Quando cominciano le storie, non si sa mai come finiscono. Ma non ci si pensa mai all’inizio. All’inizio c’è l’entusiasmo, i buoni propositi, la voglia di investire, comunicare, dare e ricevere. Poi perché pensare alla fine? Ma non è difficile sapere che tutto quello che inizia, ad un certo punto deve per forza finire.<br />
Questo loro non l’avevano proprio pensato. Avevano ben altre cose da trattare. Dovevano conoscersi solo un po’ e poi lavorare di presunzione. In questi casi basta la prima impressione. Lei che si sente affascinata. Lui che a vederla pensa che risponda a quanto la sua vita richiede in fatto di concretezza. Lei non è fintamente concreta, lei non vede altro che le cose pratiche, le difficoltà da risolvere tutti i giorni. Donna forte. Donna testarda. La sua Donna operaia. Ma di fronte alla poesia lei si era sciolta in una disponibilità che non era nelle sue corde. Lui nella vita precedente era un poeta. Aveva avuto altri amici. Aveva amato altre donne. Aveva amato l’altra. Ricordava di avere una mano felice. Tutti glielo avevano detto. Con la sua penna e i suoi pennelli aveva conquistato tanti mondi. Piccoli mondi personali dove ancora veleggiavano i suoi sogni. Ma la vita non era facile. La poesia non paga mai. La poesia è per pochi. E’ solo una bella idea e si sa, le idee per quanto buone siano, non si mangiano mai.<br />
L’arte è un sogno tra i più belli, rende l’animo gentile, i sentimenti generosi, i pensieri volatili. Era bello sognare tra il tornio e la rivettatrice. Non è che fosse proprio questo il suo lavoro. Avrebbe voluto essere un operaio almeno lui. Invece doveva tenere le redini di quel negozio, pensare agli ordini e alla merce da rendere, mentre il mondo attorno girava veloce senza l’intenzione di rallentare. In verità nemmeno lei era un’operaia. Solo che lavorava in turni massacranti, ed era così solida che a pensarla con una tuta blu dipinta addosso era stato troppo facile.<br />
Vero è che alla sera tutti e due si toglievano la tuta più in fretta che potevano. E’ bello l’amore di due corpi sani e promettenti. E’ totalizzante la passione di due corpi giovani e senza impegni. Tutto questo era molto, anche se non proprio tutto. Non c’erano spazi per le parole inutili, per le iperbole e la leggerezza. C’era solo il tempo di progetti sobri e costruttivi, che richiedevano calcoli matematici e poche speculazioni. La casa, non proprio la loro, ma tanto poteva bastare. Era il tempo di mettere solide basi alla loro vita futura. Era il tempo di un sì che sapeva di pasti caldi assieme ai conti da pagare. Il passare veloce del tempo. Un breve tempo per un amore ben piantato sulla terra. Lei era disposta anche a dedicare la sua attenzione alle velleità di lui. Ascoltava rapita la sua voce e le sue parole, fino a che la stanchezza non le chiudeva gli occhi e la mente. Certo che ogni giorno era sempre più facile addormentarsi. Lui parlava con entusiasmo di politica. Avrebbe dedicato a lei tutte le sue poesie. Avrebbe dipinto per lei tutti i suoi quadri. Le sue mani si muovevano sulla carta come per magia. Inutile esercizio di bravura. La stanchezza rendeva le mani ogni giorno più pesanti. Per molto tempo lui aveva amato il suo sonno. Era così bello vederla sul divano, in una posa da bambina. Occhi chiusi e capelli spettinati. La bocca da cui usciva solo il rumore di un sospiro. E’ così basilare avere vicino una donna che sa bastare a se stessa. Una donna che chiede solo concretezza e che non si perde in sogni complicati. Certo non era come lei, l’altra, quella ragazza che molto tempo prima, inseguendo quei sogni, gli aveva spezzato il cuore. Bella differenza. Una donna così la puoi solo sposare. L’altra, quella dagli occhi di velluto, dai capelli di fiamma, quella era solo per gli attimi più disperati di solitudine. Ma oggi la solitudine era finita. Ora aveva tutto quello che voleva. Ora faceva parte del mondo reale e la sua penna e i suoi pennelli erano finiti dimenticati in fondo al cassetto. Anche la musica stentava. Non sottolineava più il suo tempo libero. Lei non aveva orecchio. Si distraeva facile. Dopo un po’ abbassava il volume. Non aveva amore per le parole difficili. Il sottofondo alla vita era quel po’ di tv tra la cena e l’addormentarsi sul divano.<br />
E’ difficile comprendere come funziona la vita. Prima pensi che tutto si possa inventare. Che la vita ti riservi continue sorprese. Che lei ti cercherà ancora, sotto la coperta vestita solo della sua pelle intatta. Ma ogni giorno si moltiplicano le cose da fare. Ogni giorno che passa lascia un segno sopra il suo corpo ed il suo viso. E&#8217; difficile accettare che lei abbia la sua musica interiore che lui non sa sentire. Il silenzio s’interrompe dall’impazienza e da qualche brusca parola. Lui si rifugia qualche volta in un sogno perduto, ma ritorna. Ritorna come sempre, attendendo un segnale che non arriva o che non sa interpretare. Torna spesso col pensiero a quell’amore spensierato che gli aveva succhiato l’anima e che gli aveva ritornato un mare di domande senza risposta. Lei, l’altra, era sparita in un giorno piovoso di novembre. Lei, l’altra, gli aveva ispirato tutta la sua poesia. Gli rubava i disegni che lui lasciava in giro per casa. Lei ascoltava solo quella musica, la loro musica. O forse no? Il tempo doveva pure aver cambiato anche lei.<br />
Ora gli anni erano corazze di piombo. Il peso era intollerabile. Lui si chiedeva perché era finita così la sua poesia. Ora non riusciva più a capire quali fossero i colori giusti per ornare la sua vita. Ora la sua donna operaia non si addormentava più sul divano ascoltando le sue povere parole. Ora era diventata la padrona del suo letto. Ora lui non aveva più il desiderio di cercare un po’ di spazio sotto quelle coperte. Ora non poteva che capire il tradimento. La vita aveva promesso e lui non aveva mantenuto. Un tradimento alla pari, senza rancore né rimpianti. Senza sapere chi aveva fatto cosa.<br />
Alla fine della storia si trovò a pretendere coraggio. Un coraggio che non aveva mai avuto. Il coraggio non è la virtù di un poeta. E’ impossibile vivere di parole. Adesso lo era ancora di più. Ora avrebbe dovuto vivere solo e per sempre di silenzi. A meno che&#8230;</p>
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