luciindescai

Dalla scuola demolita all’impotenza dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari

In Amici, amore, Anomalie, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 20 gennaio 2013 at 18:19

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Strana giornata questa che ci vede toccare con mano la Resistenza pacifica dei Comitati Popolari dei villaggi palestinesi e poi alla fine sbattere il muso sull’impossibilità, ma diciamo meglio la non volontà delle Nazioni Unite, di prendere dei provvedimenti contro un paese occupante che pratica l’ingiustizia, la violenza e l’apartheid.
Continua il nostro viaggio e arriviamo a Mufaqqarah un villaggio beduino sempre sotto scacco delle due colonie che angariano la vita al villaggio di At Twani.
Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso il villaggio che sta in bella mostra sul pianoro davanti a noi. In mezzo sventola la bandiera palestinese, sopra un cumulo di macerie. Ci avviciniamo ed è facile capire: intorno a noi solo tende tenute malamente insieme e grotte scavate negli anfratti del terreno roccioso. Che ci fa quella bandiera sopra le macerie di una nuova costruzione? E che ci fa quel vecchio seduto sopra le macerie a guardare lontano? Facile risposta: i beduini avevano costruito una casupola per pregare e per fare scuola ai loro bambini, ma Israele non lo permette, tanto più che anche i beduini se ne devono andare, quella è terra destinata alle colonie. E la rabbia monta mentre ci rendiamo conto della povertà di quella gente che ci ospita con gentilezza tra di loro e ci prepara un loro buon tè di benvenuto che ci scalda quanto il sole di questa giornata sulle colline a sud di Hebron.
Il vecchio sembra guardare la distruzione con occhi rassegnati, ma negli occhi dei giovani beduini non c’è rassegnazione, stanno riposando sotto il sole perchè di notte devono costruire il tetto di un’altra costruzione mimetizzata dalle tende. Quanto ci metterà l’esercito a mandare le ruspe per demolire anche quella?
E come un gioco sulla spiaggia, c’è un bambino che costruisce il suo castello di sabbia e l’altro che non aspetta altro per buttarlo giù con la soddisfazione dell’invidia e del diritto a prevaricare.
Ci incamminiamo verso il pullman che ci aspetta sul ciglio della strada principale, ma alla fine della strada che porta al villaggio troviamo un SUV fermo. Luisa si fionda al finestrino e comincia a parlare con gli occupanti, quella benedetta donna non la ferma nessuno, quei due siamo certi che significano guai, ma non sappiamo di che tipo, prendo delle foto dalle quali almeno di veda la targa, ma noi siamo in tanti e loro sono solo due, anche se in pochi minuti arriva una camionetta dell’esercito. Ah il potere del cellulare! Arriva e si piazza davanti al SUV e scendono i soldati armati che vanno a chiedere a quelli del macchinone se per caso noi diamo noia. Noi??? Sì, Luisa effettivamente è pressoche un caterpillar, è molto “pericolosa” e non si sposta di un centimetro, dice senza timore le sue ragioni e se ne viene via soddisfatta. Gliele ha cantate e pagherei una cifra per sapere che cosa gli ha detto. Noto con piacere che i soldati la temono, mantengono quella distanza giusta per non incrociare la sua rotta. Grande donna la nostra Luisa, si capisce che non ha paura di niente e di nessuno e vorrei somigliarle un po’.
Viene presto sera e ci aspettano agli Uffici dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’ONU, e di affari umani in Palestina ce ne sono tanti e il rappresentate ce li racconta tutti, ci mostra le mappe dell’occupazione e quelle del muro, assieme ai numeri delle colonie e a quelle delle ingiustizie e delle leggi ad hoc, un quadro generale che esclude la formazione di uno stato unico con pari diritti e pari doveri e anche quello dei due stati con sovranità territoriale, perchè la Palestina un territorio non ce l’ha più e ogni giorno ne perde un po’ anche di quello che è scritto sulla carta, di quello sul quale il mondo basa l’idea che se l’ANP (Autorità nazionale Palestinese) fosse più ragionevole, più furba, più accomodante potrebbe anche ottenere, con la generosità di America e Israele, il proprio stato.
Ma dove, ma come? Mi vien da gridare, mi sento soffocare. Ma non è possibile, non può essere così. Ma come si fa avere in mano con tanta chiarezza la fine della Palestina e nessuno di queste stramaledette Nazioni Unite muove un solo dito. Un nostro amico fiorentino si alza e lo chiede. Una domanda che può sembrare ingenua: Ma a cosa serve l’ONU se sa tutto questo e non fa niente per bloccare l’avanzata d’Israele?” Il funzionario allarga le braccia. “Siamo profondamente delusi.” E lo siamo tantissimo e usciamo mogi, con la certezza che per la Palestina non c’è nessuna possibilità. Non ci guardiamo fra di noi, non sopporteremmo di riconoscere quello che ci passa per la testa.
Un giorno intero passato nel coraggio e nella speranza di questa nuova forma di lotta popolare palestinese e in un’ora o poco più tutto crolla sotto le macerie della realtà. Dagli accordi di Oslo in poi i palestinesi sono stati abbandonati negli artigli di questo stato che alleva nel proprio seno il seme dell’odio razziale e dell’intolleranza religiosa e che si prende, con la violenza e con l’appoggio internazionale di altri stati marionetta, tutto il territorio che vuole eliminando fisicamente e psicologicamente il popolo palestinese.
E non ci guardiamo, usciamo silenziosi e abbattuti, e io sono incazzata, talmente incazzata che sarebbe difficile abbatteremi, non ci riuscirebbe nemmeno l’esercito più etico al mondo. Di fronte ad un’anomalia e ad una ingiustizia simile reagisco in modo inconsulto. Non provo odio no, non ancora, provo solo il desiderio di tornare e di parlare, raccontare, svergognare, di non farmi mettere in un angolo da nessuno, perchè adesso io so, ho visto e nessuno mi racconterà più la favoletta dell’equidistanza, del diritto alla sicurezza di Israele, mi spieghino com’è che i palestinesi invece possono essere bombardati, sparati, imprigionati, torturati, affamati e angariati al limite dell’umano. Mi spieghino com’è che la loro sicurezza equivale alla distruzione degli altri e chi e perchè a Israele si garantisce l’immunità, sapendo chiaramente che perpetua crimini di guerra, che non applica nessuna delle molteplici risoluzioni ONU, che non rispetta la legislazione internazionale e che occupa dei territori con le armi promulgando leggi e azioni di apartheid giudicate inacettabili ed estreme perfino dal Sudafrica.
E’ cominciato l’anno 2013 ed io sono incazzata, incazzata nera, vorrei piangere, ma penso agli amici di Nabi Saleh, a quelli di At Twani, ai beduini di Mufaqqara, a Luisa, alla loro tenacia e al loro coraggio e mi riprometto che quando tornerò, se tornerò nel mio paese, dedicherò la mia vita a denunciare e rosicchiare quella loro protervia, sarà poco, sarà niente, ma io ci sarò al loro fianco. Io, in questo viaggio, sono diventata palestinese, la loro causa è la mia, la mia dignità è la loro e faticherò, crederò e lavorerò senza perdere mai la speranza. In fin dei conti chi mi autorizza, io così fortunata a non credere più nella loro lotta? Nessuno, nessuno mai.

http://reliefweb.int/country/pse

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  1. Reblogged this on Il blog di Ponterosso and commented:
    Un racconto intenso: perché “sono diventata palestinese”.

    • Sì è vero io oggi sono davvero più palestinese ed è un segno che non mi lascerà finchè vivrò. Abbiamo finalmente fondato l’Associazione Restiamo Umani con Vik e lavoreremo duro per diffondere, informare, denunciare. Come ho detto sarà poco o niente, ma ogni persona che riuscirà ad aprire gli occhi e a essere informata, sarà una persona in più che farà la differenza. Opinione pubblica che guarderà a muso duro “l’unica democrazia del Medioriente” e che non si farà abbindolare dal pietismo per la Shoah, il sionismo è peggiore del peggior nazismo, se non altro perchè oggi c’è la possibilità di sapere e di essere informati di più.
      Si sente eh che sono infuriata??? :-)

      • L’alibi della Shoà ha costituito per troppo tempo la coperta che ha nascosto la realtà della situazione in Palestina. Dobbiamo interrogarci su questo, per capire come bisognerà muoversi per smascherare l’ipocrita menzogna, in cui è coinvolta tutta la cosiddetta “civiltà cristiana” dell’Occidente, col Papato in testa. E non basterà denunciare le connivenze politiche degli Stati. Il dato di fatto è che quel meccanismo ha lavorato in profondità nelle coscienze, per rimuovere i fatti. Ed è lo stesso che si è verificato nel dopoguerra in Europa di fronte allo sterminio nei lager ( di cui per anni si è evitato di documentare la realtà ), con le popolazioni indotte a pensare che i reduci potevano aver “esagerato” a causa delle sofferenze subite, per giustificare silenzi, omissioni e connivenze. Per questo credo che una reinterpretazione di quella che Primo Levi aveva chiamato la “zona grigia” sia un passaggio obbligato oggi, di fronte ad una serie di situazioni in cui vediamo in atto gli stessi meccanismi. Far capire perché sia giusto e necessario dichiararsi palestinesi, significa individuare e illuminare le ragioni delle rimozioni di massa.
        Sono ammirato per il vostro impegno e la vostra tenacia ! Vi abbraccio!

  2. condivido tutto delle tue parole e dei tuoi sentimenti.
    dobbiamo fare come tu dici, raccontare e smontare, anche solo piccoli pezzi di quel tragico castello di mensogne che Israele e chi lo sostiene presentano al mondo come verità.
    ti abbraccio
    Marisa

    • Ciao Marisa, lo so bene che tutti quelli che stavano lì a guardare e ad ascoltare ne sono usciti più sconvolti, ma anche più determinati. Se io dico che dalla Palestina non sono ancora tornata è perchè mi rendo conto che per me quel viaggio è stato uno spartiacque. Oggi so che non basta quello che ho fatto fino ad oggi e che non posso più aspettare, perchè ogni giorno sottrae risorse e forze ai palestinesi. Dobbiamo unirci e dobbiamo impegnarci perchè tutto quello che può essere tentato vada fatto e io tenterò, tenterò e tentero :-)
      Mi mancate….

  3. La Shoah è diventata una coperta troppo corta che a furia d’esser tirata non copre più nulla. Ci sono campati di rendita in troppi e alla fine se la son mangiata i tarli della memoria.
    Talvolta mi chiedo con quale sguardo quei morti potrebbero guardare i propri figli, nipoti e pronipoti oggi.
    Con uno sguardo pieno di vergogna e la consapevolezza d’esser morti invano.
    E, forse, la vera tragedia è proprio questa.

    • Mad niente da aggiungere. Io ritengo giusto che esista il giorno della memoria, la settimana della Shoah, ritengo giusto informare e far capire che queste cose non devono ripetersi mai più… ma non voglio che questo diventi un modo facile e ipocrita di deresponsabilizzarsi, e non è giusto nemmeno che diventi la scusa dei perseguitati per trasformarsi in perseguitatori di un popolo che nulla c’entra e che colpe non ne ha. Nessuno ha il diritto di lavarsi la coscienza per un errore orribile che è stato fatto a degli esseri umani consegnandogli in mano il destino di un altro popolo e abbandonandolo a se stesso per quietare i rimorsi… Un’ingiustizia coperta da un’altra più grande… è imperdonabile e vergognoso :-(

  4. @ ponterosso alias Bruno

    Siamo tenaci per necessità, questo viaggio ci ha profondamente toccato e inciso l’anima, continuo dopo quasi un mese a stare lì con la testa e a rivedere volti, riparlare con le stesse persone, ascoltare parole, sentire odori, guardare con rabbia i soldati e i coloni armati, non sono antisemita, non sono una persona irragionevole, ma non riesco a dimenticare, non riesco a dire… va beh dai lasciamo perdere, tanto non ci posso fare nulla… non riuscirei più a guardarmi allo specchio senza sputarmi in un occhio. Ecco perchè sono diventata palestinese e non ho molto altro da dire….

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