Anni sessanta.
Si sgranano lentamente. Sembrano finire. C’è nell’aria un come se tutto dovesse ricominciare. La mia città sembra sonnecchiare pigra. Piccola città la mia città. Tanto nome e troppa arroganza. Pigra piccola città. Piccoli posti. Tutti come sempre uguali. Quartieri che non si chiamano quartieri. Sei quartieri in tutto. Tutto come in un fazzoletto di già visto. E quei magnifici anni sessanta. Noi, i giovani. A vivere la strada. A vivere l’incontro. Anni di amicizie e musica. Tanta musica. A vivere la musica. Si fa il tempo della contestazione. Camicie indiane, e a fiori dai colori incredibili. Noi, un mondo che non s’era mai visto. Ma questa è un’altra storia, o meglio una storia nella storia. Forse la storia.
La mia città; piccola, asfittica, come già detto; almeno allora. Un mondo troppo piccolo per noi. Tutto sembrava restare fuori. Tutto ci sembra doverci chiamare. Quella voglia di afferrarlo, quel tutto. Idee che venivano da lontano. La curiosità di avere sedici anni. Di sentirli addosso come fossero molti; troppi. E di volerli vivere intensamente. Cose che a spiegarle nemmeno sembra facile. E una vita fatta per strada. Cercata e trovata con gli altri. E noi, i giovani, a fare comunella. Ognuno sceglieva il suo gruppo, oppure, più fortunatamente, veniva scelto; e si mescolava ad altra varia umanità.
Anche allora i ragazzi altro non erano che ragazzi. E si credevano padroni della loro vita. Forse è sempre così a quell’età. Forse allora lo si credevano anche di più. Forse quegli anni non sarebbero più passati. E non volevano invecchiare. Lo giuravano a loro stessi. Lo dicevano agli altri. Erano solo ragazzi. Ragazzi sarebbero rimasti. Ed io, per la verità, ero ragazza. Questo dice poco. Allora le ragazze non sceglievano, venivano scelte. Forse non è poi cambiato tutto. Si sa che di solito la ragazza deve aspettare di essere scelta. Le più carine avevano più opportunità. Venivano cercate di più. Potevano frequentare più gruppi. E più gruppi avevano e più facile era rimorchiare… o meglio rimanendo su quanto detto… essere rimorchiate.
Piccoli amori. Ero la ragazza dai capelli lunghi e rossi. Ero alta senza portare i tacchi. Naturalmente ero quello che sono ancora. Rossa. Alta. Naturalmente questo il tempo non ha potuto cambiarlo. Ma allora qualsiasi straccetto mettevo addosso sembravo appena uscita dal set di “Hair”. Certo questo, mi si dirà, non è importante per la storia. Era piuttosto importante che avessi la mania di non accettare di essere scelta. Ne provavo anzi un gran fastidio. Preferivo di gran lunga guardarmi in giro. Decidere dove andare. Insomma scegliere. Ma anche questo dice poco o niente. Non spiega perché, ad un certo punto, la mia compagnia, gli amici, il mio gruppo, cioè come io sono entrata a far parte della compagnia dei ragazzi di Sant’Agostin.
Allora, a quel tempo, i gruppi e le compagnie dei giovani, si prendevano una zona della città. Ecco perché c’era la Compagnia di S. Polo, che era numerosa anche perché il Campo (leggi piazza per quelli che non sanno) è piuttosto capiente e poi portava anche il nome del sestiere (che sarebbe il quartiere) quindi era la più ambita. C’era la compagnia del Campo dei Frari, anche quella piuttosto numerosa ed assortita. Lì però era preponderante la presenza degli “scouts”. Io e le mie amiche, le ragazze come me, già agnostiche in giovane età, a mescolarsi a “chiesastri” non andava molto a genio. Meglio di no. Che ci azzeccavamo con loro? In effetti l’unica funzione religiosa che mi riusciva di ingoiare la si faceva nella mia stessa parrocchia, la prima in tutta la città ad ospitare un gruppo rock per officiare la prima messa beat… quella sì che in fondo mi piaceva: “Messa Lubah eh… eh, messa lubah eh… eh”.
C’era, sempre allora, pure il gruppo dell’Archivio di Stato. Forse alcuni di quei gruppi ci sono ancora. Forse no. Certo i ragazzi non sono gli stessi. A pensarci potrebbero esserne i nipoti. A pensarci… meglio no. Mi farebbe ricordare di come il tempo è passato. Servirebbe solo a dirmi quanto siamo invecchiati. Dicevo che c’erano quelli del gruppo dell’Archivio di Stato. Erano in pochi ma molto agguerriti. Erano tutti maschietti ormonati. Con la passione di fare a botte con quelli del Campiello Mosca. Alla fine finivano al pronto soccorso a curare ecchimosi e orgogli feriti. Nemmeno per quelli avevo una gran passione. Era come se cercassi qualcosa che non riuscivo a trovare. Come se… insomma, se non si vive intensamente quando si ha quella magica età quando si vive?
Per farla breve tra tanti c’erano anche quelli di Sant’Agostin. Ma quelli, quei ragazzi del Campo Sant’Agostin, erano strani. A loro modo strani. Forse mi incuriosivano per quello. Forse. Chissà? Insomma io ci passavo. Due volte al giorno ci passavo per di lì…. e li vedevo bazzicare lì attorno, ciondolare pigramente, come le onde pigre del canale. Come non avessero altro da fare che aspettare. E nemmeno posso dire fossero belli. Sinceramente appartenevano a quel genere di ragazzi che non si possono portare in famiglia, che non ti viene in mente di presentarli a mamma. Almeno non prima di una buona lavata. Non prima di averli accompagnati in qualche negozio per rifare un po’ il guardaroba. Ma mica solo quello… magari una passata dal barbiere che stazionava sulla porta del negozio a guardare tanto strazio. Che li osservava con commiserazione. Loro sembravano non badarci. Sembravano non vedere niente di quello che stava loro attorno.
Insomma erano, e mi apparivano, contro ogni tentazione. Ma a me sembravano carini. Mi guardavano passare in silenzio. Mai nessuno che facesse un commento. A stento alzavano gli occhi. Insomma mai nessuno che provasse a parlarmi. Che mi dicesse “Scusa, posso chiederti una cosa? Verresti ad una festina domenica pomeriggio?” Ah sì! a quel tempo le festine si facevano solo di domenica pomeriggio, nelle “carbone” (vecchi magazzini che un tempo erano usati per tenere la legna e il carbone), e ogni gruppo ne aveva una di carbona, e l’attrezzava come meglio credeva. A pensarci ora erano un po’ in carattere con il gruppo. C’erano manifesti sui muri scalcinati, sedie spaiate, poltrone sfondate, cose raccolte qua e là, e inventate. Polvere e muffa. Il più delle volte un’aria disperata di abbandono. Quelle più chic, di carbone, avevano un divanetto milleusi, ma indiscutibilmente tutte avevano il giradischi. Tutte avevano poche lampadine per illuminare, spesso schermate, una luce suffusa che tanto non serviva; appena iniziava la musica e si formavano le coppie, la luce si spegneva automaticamente.
Ma torniamo a loro, ai ragazzi di Sant’Agostin. Io ci passavo, come ho già detto, per andare in negozio da mio padre. Non era, quel campo, vicino a casa. Se era per quello avrei fatto meglio ad entrare nel gruppo di S. Margherita, il più vicino a dove allora abitavo, oppure in quello di S. Marta o anche di Campiello Mosca, ma quelli come già detto non andavano bene, finivano troppo spesso in Ospedale. Se era per quello sarebbe stato più logico facessi un’altra strada. Nemmeno so perché la cominciai ad allungare passando di là. Ne cosa mi spingeva a quei due passi in più che ormai erano diventati consueti. Era come un’abitudine. Loro erano sempre là. Quella era la loro casa (la strada, come detto).
Li vedevo muti in lunghi silenzi. Raramente parlarsi piano. Avrei giurato facessero parte della tribù degli introversi. Non avevo mai visto tra loro una ragazza. Mi chiedevo se era possibile che in quella zona, negli stessi anni, le mamme avessero sfornato solo figli maschi. Pensieri stupidi, certo. Ce li si può permettere, almeno a quell’età. Non sapevo molto di loro. Anzi non né sapevo niente. Solo li osservavo mentre passavo. Guardavo e raramente ero guardata. Mi veniva il sospetto che le ragazze preferissero frequentare il limitrofo e più nutrito gruppo di S. Polo. Certo che con loro di ragazze non né vedevo mai. Quando parlavano parlavano tra di loro. Qualcuno leggeva un libro. Qualche altro fumava appoggiato al muro di casa. E io ero curiosa di sapere che libro stava leggendo, questo o quello. Di quale disco stessero parlando, così fittamente tra loro. Mi sarebbe piaciuto sottrarre violentemente quel libro di mano e leggerne il titolo, volevo sapere di quale musica erano piene le loro giornate.
Poi, un giorno qualunque, un giorno grigio credo di ricordare, ecco l’occasione. Quello che mi sembrava… cioè quel ragazzo biondo dagli occhi verdi appoggiò il libro sopra il pozzo, qui abbiamo pozzi in tutti gli spazi liberi, e ci si sta bene seduti o appoggiati, fanno da ornamento e sono il centro del mondo. Come dicevo quel ragazzo appoggiò il libro con la copertina in bella vista. Perse i suoi occhi in un posto che non esisteva. Frugava col suo sguardo in uno spazio che non c’era. Non avrei potuto rubare i suoi pensieri, ma, almeno per quel libro, l’occasione era ghiotta.
Come avrei potuto resistere? Ero troppo curiosa… passando una sbirciatina gliela diedi e mi fermai di botto… il libro… quel libro io lo conoscevo bene, era “Sulla strada” di Kerouac, non che pensassi che nessun altro lo dovesse leggere. Non era quello. Non era una strana forma di gelosia. Solo che lì… proprio lì… non so perché ma non me lo aspettavo. Guardai ancora una volta il libro. Poi il ragazzo che intanto aveva preso a sorridermi facendo scintillare i suoi occhi di foglia. Strani occhi i suoi occhi. Mi ricordai di Fabrizio. Poi mi sentii scoperta e arrossii. E lui mi sorrise di più: “Ciao sono Michele… l’hai già letto?” Confusa risposi con un “Sì” fatto di un filo di voce. Non mi capitava spesso di non sapere cosa dire. “Immagino che avrai anche letto Juke Box all’idrogeno?” Sembrava sicuro di sé; stranamente. Sapere quello che diceva. “Certo!” risposi. “Bene, parliamone…”. Mi sedetti su quei gradini e le parole sembravano facili; scorrevano. Era come se ci conoscessimo già. E fu così che divenni un presenza femminile del gruppo di Sant’Agostin.
Quella sera Michele, questo era il suo nome, mi accompagnò a casa. Ovviamente, canonicamente, come da regola rigida, prima di Carosello. Quello era il limite invalicabile di quei miei anni. Di quella mia gioventù. Non mi era concesso di rincasare oltre quell’ora, scandita da quell’appuntamento che era per tutti; in tutte le case. Dalle finestre aperte fuoriusciva quella musica. E mi avvertiva che dovevo lasciare tutto. Tornare a casa. Credo che nel tempo, quel ragazzo, finì con l’odiare quel limite. Stava male solo a sentire la musichetta che ne segnalava l’inizio. Ma a quel tempo Carosello era proprio il limite, ed io non lo potevo superare.
Quella domenica, nella “carbona”, portai delle mie amiche. Mi sembravano tutte molto carine ed intelligenti. Forse lo erano. Forse era facile essere carine a quell’età. Loro si fidavano di me. Ovviamente la “carbona” di quei ragazzi non era come le altre. C’erano libri e dischi poco ballabili. Si parlava molto. Si rideva. Si suonava la chitarra e si cantava. Cioè si stava in compagnia. E la luce non veniva spenta mai. Ci si poteva guardare. A dirlo può non sembrare, ma era tutto così strano, inusuale. Lo era solo perché diverso. Diverso da quello che era diventato consueto. Poi le mie amiche, alla fine, si sono sposate tutte con i ragazzi di Sant’Agostin. A guardare bene, con gli occhi di poi, quei matrimoni durano ancora oggi, quasi tutti, dopo più di 40 anni di avventura.
Io no, io non ho sposato un ragazzo di Sant’Agostin, perché sono la più capatosta. Però gira e rigira, vivendo e camminando, facendo un sacco di percorsi strani e evoluzioni incredibili, dopo 40 e più anni, ho ritrovato lui, proprio lui, il ragazzo biondo dagli occhi verdi, quello del libro, quello che odiava Carosello, quello con cui passavo il tempo seduta sul pozzo a leggere libri e a scambiarci baci innocenti. Ancora là, come stesse aspettandomi. I capelli ora sono bianchi, ma i suoi libri sono gli stessi che frequentano la mia libreria, la colonna sonora la conosciamo tutti e due, i sorrisi sono caldi e ci ringiovaniscono. E gli occhi, come sempre, parlano per noi.
Questa storia non mi sembra nuova. Però odio quelle persone, uomini o donne che siano, che impiegano più di 40anni per mettere insieme una frase, due parole, tre sillabe.
Da: Mario su Aprile 24, 2009
alle 11:33
Piccola città, tanto nome e troppa arroganza…. certo che anche il mondo è piccolo e prima o poi ci si rincontra . Il prezzo pagato è la memoria, ma anche la virtù che può salvare.
Belli i sessantenni che sanno dire certe parole….
Da: rossaura su Aprile 24, 2009
alle 12:28
Bellissimo!!!!
Da: ilmondodigalatea su Aprile 25, 2009
alle 11:36
[...] Fisico. Michele portava con sé la sua sfida. E una sacca quasi vuota. Strano ragazzo Michele, gli occhi verdi e l’aria quasi distaccata. Le sue paure. I suoi coraggi. La mano di una amica. Di quelle lettere [...]
Da: Errata corrige « E’ solo un blog su Maggio 19, 2009
alle 1:12
[...] le sue parole difficile. Legate con un nastro rosso. Sembravano molte, troppe, forse non bastavano dopo più di 40 anni di avventura. Giovanni gli aveva detto, appena visto: “Ancora rosso, vero”? Giovanni accennava al vino e [...]
Da: Revisione « E’ solo un blog su Luglio 10, 2009
alle 6:47
[...] Il tempo che era il loro tempo. Rossana scende dalle scale senza esitazioni e si avvicina. Come allora quello sguardo si perde in un luogo lontano. Lei vorrebbe carpirne ancora il segreto. Ma il suo sguardo si posa sul libro e sorride. Pennac. [...]
Da: Per l’ansia che divora gli anni. « L’Altra Metà del Cielo su Luglio 21, 2009
alle 16:22